La melagrana

L’immagine della melagrana è presente in molte culture antiche, da quella ebraica alla greca, babilonese, araba e cristiana. Secondo recenti studi di teologia ebraica, si suppone che il frutto dell’Albero della vita del “Giardino dell’Eden” fosse da intendersi in realtà come una melagrana. In accordo col Corano, il melograno è citato per crescere nel giardino del paradiso ed è citato tra le buone cose create da Dio.

Secondo la Mitologia greca la melagrana è uno dei frutti degli Inferi di cui si ciba Persefone (Proserpina nella mitologia romana) dopo essere stata rapita da Ade (Plutone). Un mito che servì agli antichi per spiegare l’alternarsi delle stagioni: l’arrivo di Proserpina sulla terra corrispondeva alla bella stagione, mentre la sua discesa negli inferi dava origine all’autunno e all’inverno.

Figlia di Demetra e di Zeus, Persefone una bella mattina di sole stava giocando con altre ninfe a raccogliere fiori per farne ghirlande e adornarsi le vesti, quando fu vista da Ade il dio delle tenebre. Egli si era invaghito di lei e con un gran boato le apparve emergendo da una voragine che si aprì sulla terra. Contro la sua volontà la rapì, ma le grida di Persefone non vennero ascoltate da alcuno, così Ade la portò con sè negli Inferi per farla sua sposa e regina dell’oltretomba.
La madre Demetra chiese a Zeus di liberarla e Ade si trovò costretto a restituirla, però prima di riportarla sulla Terra meditò di offrirle alcuni chicchi di melagrana che Persefone accettò. Lei ignorava che chi avesse mangiato i frutti degli inferi sarebbe stato costretto a rimanervi per l’eternità.
Da quel giorno a Persefone venne concesso di lasciare gli inferi e di tornare sulla terra solo per una parte dell’anno. Al suo passaggio la natura si risveglia: i prati si coprono di fiori, i frutti cominciano a maturare sugli alberi e il grano germoglia nei campi. È la stagione della Primavera e dell’Estate.

Il culto di questa dea venne introdotto a Roma nel 249 a.C e fu venerata con il nome di Proserpina. Nella letteratura latina Il ratto di Proserpina viene narrato nelle Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone:

Il sovrano uscito dal regno delle tenebre su un cocchio tirato da neri cavalli mentre sta percorrendo la Sicilia viene visto da Venere, la quale convince Cupido, il suo figliolo alato, a scagliare una freccia nel petto del dio, che aveva avuto in sorte l’ultimo dei tre regni. Madre e figlio così avrebbero potuto estendere il loro dominio sull’Averno.
Venere preoccupata che Proserpina, figlia di Cerere (Demetra) potesse rimanere vergine, suggerisce a Cupido di fare in modo che la dea si congiunga con lo zio e ubbidendo alla madre egli tende l’arco e scaglia una freccia acuminata proprio dritto al cuore di Plutone.
Non lontano dalle mura di Enna, a circondare un lago dalle profonde acque c’era un bosco dove Proserpina si divertiva a cogliere viole o candidi gigli…

“Quando in un lampo Plutone la vide, se ne invaghì e la rapì:
tanto precipitosa fu quella passione.”

Il re delle tenebre lanciò il cocchio incitando i cavalli, e passò veloce sopra la laguna dove viveva la naiade Cìane.

“Dai flutti emerse la ninfa sino alla vita, riconobbe la dea: «Non andrete lontano,» disse;
«genero di Cerere non puoi essere, se lei non acconsente: chiederla tu dovevi, non rapirla.
Se mi è lecito paragonare grande e piccolo, anch’io fui da Anapi amata,
ma fui sua sposa dopo che ne fui pregata, non terrorizzata».
Così disse, e allargando le braccia cercò di fermarli.”

Ma il dio con rabbia brandì lo scettro regale e si aprì un varco e scomparve nelle profondità dei gorghi con la sua preda. E la ninfa addolorata si sciolse in lacrime e si dissolse in quelle acque.

A questo racconto s’ispira il Ratto di Proserpina, un gruppo scultoreo in candido marmo realizzato da Gian Lorenzo Bernini tra il 1621 e il 1622, ed esposto nella Galleria Borghese di Roma.

L’opera venne commissionata allo scultore appena ventitreenne dal cardinale Scipione Borghese, uno tra gli uomini più in vista di Roma, raffinato collezionista alla perenne ricerca delle migliori opere degli artisti suoi contemporanei.


Foto di Waldo Miguez da Pixabay

Quello che magistralmente il Bernini scultore imprime nel marmo è da una parte il desiderio di possesso di un possente e muscoloso Plutone, re degli inferi con tanto di corona e scettro, le cui dita affondano nella carne della giovane ninfa, la sua è una presa che esclude a priori un benchè minimo rifiuto; dall’altra la giovane Proserpina nel disperato tentativo di divincolarsi, spingendo indietro con la mano il volto dell’aggressore; e infine il cane che da dietro assiste al ratto latrando, e agitando la testa come a richiamare il suo signore a non cedere agli istinti.

Si vuole che il cane sia Cerbero, il feroce guardiano dell’Ade, un mostro infernale dell’antica mitologia pagana, un cane a tre teste, e una coda o il corpo coperti di serpenti, citato ripetutamente nei poemi antichi, greci e latini: Virgilio nell’Eneide e Ovidio nelle Metamorfosi lo collocano a guardia dell’Averno per impedire alle ombre di uscire ed ai vivi di entrare. La sua cattura è la dodicesima ed ultima fatica di Ercole. Per Dante il cane è invece custode di un particolare cerchio, quello dei golosi.

Per diverse tradizioni esoteriche sotto forma di Cerebro si può presentare il Guardiano della soglia, figura comune legata al nostro destino che viene descritto come un custode della porta di accesso ai mondi sovrasensibili.
Si ritiene infatti che il Guardiano della soglia spirituale possa assumere varie forme, e debba essere affrontato dal discepolo nel suo percorso di iniziazione. Egli ci preserva dal penetrare nel mondo spirituale fino a quando non siamo pronti, e quando lo siamo si mostra, perchè per andare oltre occorre purificare se stessi. Egli appare come una figura mostruosa personificando “la combinazione di influssi malvagi derivanti dai cattivi pensieri ed azioni propri dell’età che ognuno si trova a vivere”.

Certo che un dio che si comporta come Plutone sembra più un uomo che un dio…  oppure un suo significato sta in una leggenda indù.

Il tema del melograno o del suo frutto è presente anche in alcuni dipinti a tema religioso di Sandro Botticelli, Carlo Crivelli e Leonardo da Vinci.


Madonna della Melagrana,
tempera su tavola di Sandro Botticelli, 1487

 

Il melograno è noto anche con il nome di Punica Granatum o Mela di Cartagine dal nome romano della regione geografica costiera della Tunisia, e della omonima popolazione che la colonizzò nel VI a.C.: i cartaginesi, che i romani chiamavano punici.

Il termine “melograno” deriva dal latino malum (“mela”) e granatum (“con semi”). La stessa origine è riconosciuta anche in altre lingue come in inglese “Pomegranate”, ed in tedesco “Granatapfel” (mela coi semi). In antico inglese era noto con il nome di “apple of Grenada”, ossia mela di Granada, la città spagnola nel cui stemma vi è una melagrana, frutto che fu introdotto durante la dominazione moresca nella penisola iberica.

Originaria delle regioni dell’Iran e dell’India settentrionale, il melograno è una pianta che si è diffusa poi in tutto il bacino del Mediterraneo. Nei nostri areali del nord e del sud Italia è conosciuta come pianta ornamentale, piuttosto che pianta dalla quale trarre frutti da commercializzare.
Il melograno è una pianta che cresce in tutti i climi caldi e asciutti e in particolare in Medio Oriente, Spagna e Africa Settentrionale. La melagrana è considerata un frutto esotico, ha le dimensioni di una grossa mela e ha una scorza dura, rossa e gialla, l’estremo opposto a quello del picciolo ha una forma a corona. Dentro, il frutto è composto di grani rossi traslucidi che contengono ciascuno un piccolo seme nero.

Fin dall’antichità la melagrana è stata simbolo di abbondanza e longevità e già da allora le molteplici proprietà terapeutiche erano ben note.
La melagrana ha un valore calorico basso (32 calorie per 100 g) ed è ricca di fosforo, ma contiene poche vitamine. È considerata oggi, per le sue caratteristiche nutrizionali un antiossidante naturale di straordinario valore. Non c’è rivista di cucina o di medicina che oggi non parli delle virtù della melagrana.
Il frutto può essere utilizzato allo stato fresco, da consumare tal quale o in cucina per la preparazione di sfiziose insalate, ma soprattutto viene consumato come succo ottenuto dalla spremitura dagli arilli racchiusi in un involucro di colore rosso o arancione denominato balausta.

Per poterla gustare tagliate il frutto in due nel senso della lunghezza e prelevate i grani con un cucchiaino.
Per estrarre il succo spremete la melagrana tagliata in due con uno spremiagrumi. Il succo viene spesso utilizzato in cucina e si addice particolarmente bene ai piatti a base di pollame e di maiale.
I grani di melagrana sono molto decorativi: utilizzateli per guarnire budini e macedonie; l’effetto è particolarmente piacevole se li disponete su fondo bianco.
La vera granadina è una bevanda fatta con succo di melagrana, la si utilizza nella preparazione di bevande estive e cocktail.


La ricetta

Tacchinella con melagrane

Ingredienti:
1 tacchinella intera da circa 2 kg
5 melagrane mature
6 cucchiai di olio extravergine di oliva
150 gr di pancetta
1 limone
sale e pepe

Preparazione:

Pulite la tacchina eliminando la testa e le zampe, ma tenete da parte le rigaglie, poi lavatela e asciugatela sia dentro che fuori.
Tagliate la pancetta a listarelle, con un coltello affilato fate delle incisioni sul petto e infilatevi la pancetta.
Legate la tacchina con del filo da cucina poi infilatela nello spiedo del grill (se avete il camino potete farla allo spiedo). Salate, pepate e condite con 5 cucchiai di olio quindi infornate a 200° per circa un ora.
Tagliate a metà le melagrane, estraete i chicchi e mettetene da parte circa due cucchiai che utilizzerete come guarnizione; schiacciate il resto con lo schiacciapatate, filtrate il succo ottenuto e bagnate la tacchina in cottura con parte del succo e con il fondo di cottura.
Fate rosolare le rigaglie in una padella con l’olio rimasto, qualche cucchiaio del succo di melagrane rimasto e il succo del limone. Al termine salate, pepate e frullate tutto fino a ottenere una salsa fluida che conserverete al caldo in una salsiera.
Sfilate la tacchina dallo spiedo, liberatela del filo e tagliatela a pezzi, quindi sistematela su un piatto da portata.
Per finire guarnitela con qualche chicco di melagrana e servitela subito accompagnandola con la salsa.

Ricetta di mamy

 

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