La donna dalla mitologia

ROMA ANTICA

Venere (Afrodite per i greci) è una delle maggiori dee romane associata all’amore, alla bellezza e alla fertilità.
Dea bellissima dal carattere capriccioso, vanitoso e volitivo, nonostante abbia per consorte Vulcano, intreccia molte relazioni amorose, sia con dèi, che con umani.
L’unico a resistere al fascino di Venere è Narciso, un giovane di tale bellezza che chiunque lo vede, uomo o donna, giovane o vecchio, si innamora di lui, ma Narciso orgogliosamente respinge tutti, inclusa la dea dell’amore. Offesa Venere lo condanna a soffrire per un amore non corrisposto. La figura di Venere, presa a modello come ideale di bellezza, è diventata il soggetto di innumerevoli opere d’arte.

Dalle relazioni di Afrodite nascono diversi figli, tra cui Eros (o Amore/Cupìdo) che collaborerà sempre con la madre, tranne in un caso. Gelosa della bellezza di una donna mortale di nome Psiche, Afrodite chiede al figlio di farla innamorare del più brutto degli umani. Eros dapprima accetta l’incarico ma poi si innamora egli stesso della donna. Psiche supera tutte le prove richieste da Afrodite e alla fine viene ricompensata da Zeus che benedice l’unione con Eros.

Un altro figlio della dea Venere è Enea, figura mitologica sia greca che romana, figlio del mortale Anchise, partecipa alla guerra di Troia dalla parte di Priamo e dei Troiani. Guerriero valorosissimo, è protagonista assoluto dell’Eneide, poema epico della cultura latina scritto da Virgilio, mentre assume un ruolo secondario all’interno dell’Iliade di Omero.
Enea, archètipo dell’uomo obbediente agli dèi e umile di fronte alla loro volontà, è destinato dal Fato alla fondazione di Roma attraverso Romolo, fratello gemello di Remo e primo re di Roma, discendenti della sua stirpe.

Rea Silvia – La leggenda racconta che Romolo e Remo furono i figli di Rea Silvia, la figlia di Numitore, discendente di Enea e re di Alba Longa. Amulio, fratello minore di Numitore, usurpò il trono e uccise i figli maschi del fratello e costrinse Rea Silvia a diventare vestale, ossia una vergine sacra e sacerdotessa consacrata alla dea Vesta, il cui compito era mantenere sempre acceso il fuoco sacro alla Dea, che rappresentava la vita della città. Facendo voto di castità, le fu tolta la possibilità di diventare madre e quindi di generare discendenti; tuttavia si racconta che il dio Marte s’invaghì della fanciulla e dopo averla posseduta con la forza in un bosco sacro, dove era andata ad attingere acqua, la rese madre dei gemelli Romolo e Remo. Lo storico romano Tito Livio nel libro I della sua Storia di Roma, riporta invece che Rea Silvia venne stuprata e per rendere meno turpe il fatto si attribuì la paternità al dio Marte.

Per ordine dello zio, Rea Silvia fu mandata a morte, sepolta viva, come prevedeva la legge per le vestali che non rispettavano il voto di castità, e i due gemelli, per pietà di una serva, furono messi in una cesta e abbandonati al loro destino nelle acque del fiume Tevere. La cesta miracolosamente si arenò nel luogo dove più tardi i gemelli avrebbero fondato Roma, e una lupa che aveva perso i cuccioli, attirata dal loro pianto, li trovò e li allattò. Si pensa che la lupa fosse una prostituta, al tempo chiamate lupae.

Virgilio (70 a.C.-19 a.C.), poeta latino che fece parte del circolo letterario di Mecenate, un discendente di un’antica famiglia etrusca e influente consigliere, alleato ed amico dell’imperatore Augusto. Mecenate nel suo circolo raccoglieva molti intellettuali e poeti famosi dell’epoca, che protesse e incoraggiò sostenendo la loro produzione artistica, con l’obiettivo di elevare il tono della vita letteraria e culturale dell’era di Augusto.

Virgilio mise in versi i canti dei pastori, il lavoro dei contadini e le imprese degli eroi rispettivamente in tre opere da lui composte:
Le Bucoliche, una raccolta di dieci poesie in cui protagonisti vivono immersi nella natura in un paesaggio di sogno, immaginario.
Le Georgiche, poema didascalico suddiviso in quattro libri sul lavoro dei campi, sull’arboricoltura (in particolare della vite e dell’olivo), sull’allevamento e sull’apicoltura come metafora di un’ideale società umana;
L’Eneide, poema epico composto in dieci anni è suddiviso in dodici libri in cui Enea incarna le virtù dei grandi personaggi romani. Il poema mancava degli ultimi ritocchi e revisioni, per questo Virgilio aveva disposto di non diffonderlo e distruggerlo in caso di sua morte. Ma su ordine dell’Imperatore Augusto, che stava tentando di riportare la società verso i valori morali tradizionali dopo lunghi anni in cui era regnato il caos, venne pubblicato così com’era e in breve divenne il libro ufficiale sacro all’ideologia del regime di Augusto, sancendo così l’origine e la natura divina del potere imperiale.

Dopo la sua morte, la fama del vate era tale che fu considerato una divinità, soprattutto a Napoli dove Virgilio divenne simbolo dell’identità e della libertà politica della città. Nonostante le divinità pagane venissero dimenticate, il ricordo di Virgilio rimane vivo nella tradizione popolare come un sapiente e un mago, inteso come uomo che conosce i segreti della natura e ne fa uso a fin di bene, tanto che le sue opere furono interpretate cristianamente. Durante l’Alto Medioevo Virgilio fu letto con ammirazione, il che permise alle sue opere di essere tramandate completamente.
Nella bellissima Mantova, sua città natale, intitolate al sommo poeta latino sono l’Accademia Nazionale Virgiliana ed il Liceo Classico di Mantova. Il Liceo, fondato nel 1584, è tuttora considerato uno dei più prestigiosi licei classici d’Italia.

Una libera trasposizione del poema epico è in una miniserie televisiva italiana, Eneide – Le avventure di Enea per la regia di Franco Rossi, con Giulio Brogi, Olga Karlatos, Andrea Giordana e Alessandro Haber. Fu trasmessa dalla RAI nel 1971 e nel 1974 venne realizzata anche una versione per le sale cinematografiche distribuita dalla Titanus, casa cinematografica italiana fondata nel 1904 da Gustavo Lombardo, uno dei pionieri del settore della cinematografia in Italia, che promosse in patria e anche all’estero il primo lungometraggio italiano: L’Inferno, film muto del 1911, diretto da Francesco Bertolini, che narra con fedeltà la prima cantica della Divina Commedia.

La Titanus dal 1964, a causa di una crisi finanziaria per l’ingente budget speso per produrre Sodoma e Gomorra e Il Gattopardo, smise la produzione dei film specializzandosi in serie e fiction televisive.

 

Beatrice – Si narra che Dante abbia visto Beatrice un’unica volta all’età di nove anni. Mai le parlò ma se ne innamorò e fu in seguito la sua musa ispiratrice.
Da lui venne divinizzata e dunque sublimata nella Vita Nova, un’opera di Dante a lei consacrata. È uno studio psicologico che egli compie sul proprio innamoramento, un’elaborazione che lo condurrà a una rinascita.
Ma è soprattutto nella Divina Commedia che il nome Beatrice assumerà la sua reale importanza in quanto, etimologicamente parlando, significa “Portatrice di Beatitudine”, tanto che solo questa figura con la forza del suo sorriso, cioè con la forza di un amore che è il riflesso di quello divino, potrà condurre Dante lungo il percorso del Paradiso.

Della Comedìa, divenuta celebre come La Divina Commedia è autore Dante Alighieri. È un poema diviso in tre parti chiamate cantiche, che tende a una rappresentazione ampia e drammatica della realtà, ma intrisa di una spiritualità cristiana nuova che si mescola alla passione politica e agli interessi letterari del poeta.
Si narra di un viaggio immaginario nei tre regni dell’aldilà, nei quali si proiettano il bene e il male del mondo terreno, compiuto dal poeta stesso, quale “simbolo” dell’umanità, sotto la guida della ragione e della fede. Il percorso tortuoso e arduo di Dante, il cui linguaggio diventa sempre più complesso quanto più egli sale verso il Paradiso, rappresenta, sotto metafora, anche il difficile processo di maturazione linguistica del volgare illustre, che si emancipa dai confini angusti entro i quali lo aveva rinchiuso il pregiudizio scolastico medievale.
Nel canto introduttivo Dante stesso racconta del suo smarrimento spirituale, del suo cammino che viene ostacolato da tre belve, le quali rappresentano tre peccati capitali: la Lussuria (la lince), la Superbia (il leone), l’Avidità (la lupa) che stanno alla base di ogni male.

Nei gironi dell’Inferno e del Purgatorio il poeta viene accompagnato da Virgilio, da lui rappresentato come il vate, maestro e profeta che metaforicamente simboleggia la ragione, il quale per evitare le bestie gli indicherà una strada diversa, più lunga e penosa, attraverso il bene e il male.
Dalle opere di Virgilio, Dante apprese una delle doti di Enea: la pietas, ossia il senso del dovere, la devozione, il rispetto delle norme che regolano i rapporti tra gli dei e tra gli uomini. Dante riconosce la grandezza morale, il peso del pensiero antico e nella sua opera fa confluire insieme i valori dell’umanesimo classico e quelli cristiani.

Ma per giungere fino a Dio la ragione non basta, occorre la fede, virtù rappresentata dalla sua amata Beatrice che sarà la sua guida in Paradiso. Infine San Bernardo, dedito alla contemplazione già nella vita terrena, lo condurrà nell’ultima parte del viaggio fino alla visione della Trinità.
Tale rappresentazione dell’oltretomba coincide con la visione medievale del mondo sviluppatasi nella Chiesa cattolica.

 

Dante Alighieri (1265-1321) poeta, scrittore e politico italiano visse nel periodo del basso o tardo Medioevo, fase in cui la cultura romana stava spegnendosi sopraffatta dall’Italia dei Comuni.
Considerato al pari di Francesco Petrarca, il padre della lingua italiana, Dante è conosciuto come il Sommo Poeta, o, per antonomasia, il Poeta, che ebbe il pregio di conferire maggiore dignità alla lingua volgare portandola ad altissimi livelli espressivi.
Per lingua volgare nel Medioevo e in Europa occidentale s’intendevano le lingue parlate dal popolo derivate dal latino, ma notevolmente distante dal latino classico delle Università medievali. Già in epoca romana come in epoca medievale, è sempre esistita una lieve distanza tra lingua scritta e lingua orale. Le lingue volgari si sono poi evolute nelle attuali lingue romanze, alcune delle quali diventate di stato (italiano, francese, spagnolo etc.).

Alla Divina Commedia di Dante, universalmente considerata la più grande opera scritta in italiano e uno dei più grandi capolavori della letteratura mondiale, si sono ispirati moltissimi scrittori, intellettuali e artisti, anche contemporanei.

Roberto Benigni, nei suoi spettacoli teatrali, trasmessi anche in TV si è impegnato come lettore, interprete a memoria e commentatore della Divina Commedia di Dante Alighieri, per la cui diffusione è stato candidato al Premio Nobel per la letteratura 2007.

Lo scrittore statunitense Dan Brown nel suo romanzo Inferno (2013), un thriller che si sviluppa tra Firenze, Venezia e Istanbul. Protagonista è Robert Langdon, un professore di Harvard stimato esperto internazionale di simbologia religiosa che si risveglia in ospedale con una ferita alla testa e con una seria amnesia. Egli, nel tentativo di recuperare i suoi ricordi scopre che hanno a che fare con Dante Alighieri e la Divina Commedia, e un certo Zobrist, celebre ingegnere genetico e miliardario svizzero, che per risolvere il problema della sovrappopolazione mondiale pare abbia creato un virus letale simile alla peste nera che decimerà la popolazione, ma che invece è in grado di renderla, in parte, sterile.
Il personaggio immaginario Robert Langdon è il protagonista di cinque libri di Dan Brown, tre dei quali fanno parte di una saga cinematografica con il titolo omonimo: Il codice da Vinci (2006), Angeli e demoni (2009), Inferno (2016) per la regia di Ron Howard, in cui Langdon è interpretato da Tom Hanks.

È proprio l’amore per Beatrice (come, ma in modo differente, l’amore di Francesco Petrarca per Laura) a condurre Dante al punto di partenza per la formulazione della sua concezione del Dolce stil novo.

L’introspezione psicologica, l’autobiografismo, ignoto al primo Medioevo, guardano già al Petrarca e più lontano ancora, al Rinascimento.

IL DOLCE STIL NOVO

É un’importante movimento poetico italiano che si è sviluppato nella seconda metà del Duecento e influenzerà parte della poesia italiana fino a Petrarca.
Il nome prende origine da un’espressione del Canto del Purgatorio della Divina Commedia, la poetica stilnovista acquista un carattere qualitativo e intellettuale più elevato: il regolare uso di metafore e simbolismi, così come i duplici significati delle parole.
Si caratterizza per una profonda ricerca verso un’espressione raffinata e “nobile” dei propri pensieri, con rime nuove, una poesia che non ha più al centro soltanto la sofferenza dell’amante, ma celebra anche le doti spirituali dell’amata.

La figura femminile evolve verso la figura di una ”donna-angelo”, oggetto di un amore tutto platonico ed inattivo: non veri atti di conquista o semplice corteggiamento sono compiuti nella sua direzione. Essa diviene intermediaria tra l’uomo e Dio, capace di sublimare il desiderio maschile purché l’uomo dimostri di possedere un cuore gentile e puro, cioè nobile d’animo; amore e cuore gentile finiscono così con l’identificarsi totalmente.

Si afferma un nuovo concetto di amore impossibile: cortese, sublimato, privo degli elementi sensuali e carnali, che porterà poeti e scrittori a enfatizzare i temi dell’amore come mai era accaduto prima.

 

Laura – non è la donna-angelo, sublimata di Dante, è una donna più terrena, ma ugualmente irraggiungibile. Petrarca è tormentato dal desiderio di passione, dal desiderio di amare e di essere amato, così come è tormentato dal desiderio di gloria terrena (fama e onore). Tale consapevolezza induce in lui un profondo dolore; i piaceri terreni e l’amore per Laura distolgono la sua tensione spirituale verso il divino, rendendo arduo il suo percorso di avvicinamento a Dio.
La mancata conciliazione, fusione tra terra e cielo infatti crea in lui un dissidio interiore: illusione e delusione continuano ad intrecciarsi, e talvolta stanco di questo dissidio vorrebbe lasciare quel suo vivere dolce amaro, ma la forza del sentimento e della passione rievocano in lui l’immagine idealizzata di Laura, sempre più bella, che lo insegue ovunque, e si riafferma in lui la speranza e l’illusione. Il suo è dunque uno pseudo-amore, e Laura incarna il dualismo dell’esistenza umana tra speranza e timore, tra gioia e dolore, tra fiducia e sbigottimento, il tormento di un animo che anela alla pace interiore, ma che non la trova.
Solo attraverso l’attività creativa dove tutto spontaneamente diviene letteratura e grande poesia – che dà origine alla ricchissima e originale produzione petrarchesca – il poeta esprime la sua stessa passione umana e terrena, tormentata perchè inappagata, un’ispirazione che attraverso la creazione viene sublimata e ciò lo avvicina al divino, a Dio mettendo in discussione il suo stesso concetto di religione: un conflitto tra ragione e religione (morale cristiana) da una parte e la forza incoercibile di un sogno dall’altra.

È in Secretum, un’opera di grande importanza che Petrarca parla dell’incontro con Laura. L’opera in prosa latina è articolata in tre libri, in cui il poeta stesso è impegnato in un dialogo intimo con sant’Agostino al cospetto di una donna, la Verità, che per tutto il tempo rimane in silenzio. È una sorta di diario segreto dove pare esprimere, senza autodifesa, il proprio tormento interiore.
Nel primo libro tratta del male in generale e conclude condividendo il pensiero agostiniano, che esso non esiste, ma è causato dalle passioni terrene che annebbiano lo spirito.
Nel secondo libro vengono analizzati i sette peccati capitali. Egli si sofferma soprattutto sulla tendenza a convivere con l’inquietudine che logora l’anima e i conflitti mai sopiti, originati dal vizio dell’accidia che consiste nel conoscere il bene, nel sapere qual è la strada maestra, ma senza aver la forza, la volontà e il coraggio di intraprenderla.
Nel terzo libro si esaminano altre due passioni del poeta, in particolare l’amore per Laura e l’amore per la gloria, che gli impediscono di raggiungere l’equilibrio spirituale cui tanto aspirava: per quanto il poeta dia ragione ad Agostino che gli consiglia di rinunciarvi, egli però non sa come poterne fare a meno.

Francesco Petrarca (1304-1374) scrittore e poeta nacque in Toscana ma trascorse la sua infanzia in luoghi diversi poichè il padre, il notaio Ser Petracco, venne condannato all’esilio in quanto appartenente alla fazione dei guelfi bianchi fiorentini, come Dante Alighieri suo amico.
È ad Avignone in Francia dove la famiglia si trasferì, avendo il padre ottenuto incarichi presso la Corte pontificia, che Petrarca incontrò per la prima volta Laura. Era il 6 aprile del 1327, venerdì santo, e la vide nella chiesa di Santa Chiara d’Avignone e se se ne innamorò, ma fu un amore non ricambiato perchè la donna era già sposata.
Scelse di percorrere la carriera ecclesiastica, dedicandosi agli studi senza peraltro trascurare i piaceri mondani. Ebbe, infatti, dei figli tra cui Giovanni, figlio naturale, e Francesca. Appoggiato dalla illustre e potente famiglia romana dei Colonna compì in quegli anni numerosi viaggi in Europa, cercando di placare la propria sete di conoscenza umana e culturale. Crebbe anche il suo prestigio in campo politico e si prodigò affinchè la sede pontificia ritornasse a Roma.

Questo periodo della storia della Chiesa cattolica fu definito cattività avignonese perchè visse una situazione paragonabile a quella vissuta dal popolo ebraico, di esilio durante la cattività babilonese.
Il termine venne indirettamente coniato da Petrarca in un sonetto del Canzoniere in cui egli identifica Avignone, splendida artisticamente e culturalmente ma scarsamente dotata di valori spirituali e religiosi, come Babilonia, l’antica Mesopotamia biblicamente intesa come capitale dell’iniquità e dei vizi.

Nel 1348 a Francesco Petrarca giunse la notizia della morte di Laura colpita dalla peste, così come del figlio Giovanni e di alcuni suoi amici. Laura sarà e resterà l’amore della sua vita, che sarà immortalata nel Canzoniere.

Il Canzoniere è l’opera per cui Petrarca è universalmente noto, è la storia poetica della sua vita interiore in cui prevale l’argomento amoroso, oltre a quello morale, religioso e politico; in particolare il concetto di patria si identifica con la bellezza della terra natale, sognata libera dalle lotte fratricide e dalle milizie mercenarie.
Sono appunto amore, politica e morale gli argomenti su cui spazia nelle sue opere, “oscillando” tra l’amore per la gloria terrena e per Laura e l’amore per Dio.

La più importante opera latina di Petrarca è Africa, un poema epico composto da nove libri per il quale verrà incoronato poeta in Campidoglio. L’opera tratta della Seconda guerra punica, in particolare la biografia di Scipione l’Africano, l’eroe perfetto senza umane debolezze che sconfigge Annibale invadendo l’Africa, in risposta alla sua invasione dell’Italia.
La morte trionfa su tutto, oltre la guerra, le illusioni e le passioni degli uomini. Più che per lo stile è importante il suo valore storico perché contiene le idee del poeta sulla storia romana e sullo stato contemporaneo dell’Italia.

Petrarca è considerato il primo «artista» italiano per «chiarezza», «splendore dello stile» e «misura ne’ sentimenti». Visse nell‘epoca delle Signorie, un periodo di transizione tra il Medioevo e l’Umanesimo, e la crisi della Chiesa e dell’Impero: due istituzioni che erano state un punto di riferimento per l’uomo.