La donna e il peccato

Nel Medioevo spesso vizi e virtù erano rappresentate con immagini femminili, poiché si riteneva che la donna fosse responsabile di aver portato il peccato originale nel mondo, e di essere fonte di continua corruzione per l’uomo.

Per la Chiesa cattolica ogni essere umano nasce con il peccato originale; solo Maria, la madre di Gesù ne è esente e nasce immacolata. L’Immacolata Concezione attribuita a Maria, solennità che la Chiesa cattolica celebra l’8 dicembre, è un dogma di fede (da non confondere con la concezione virginale di Gesù) che venne proclamato con la bolla Ineffabilis Deus da papa Pio IX l’8 dicembre 1854

Ciò deriva da un’interpretazione arbitraria delle Sacre Scritture, disconosciuta da altre religioni secondo cui l’uomo nasce immacolato e senza colpa, concetto sostenuto dal fatto che il termine “peccato originale” non è presente nè nel Nuovo nè nell’Antico Testamento.

IL PECCATO ORIGINALE

Il peccato originale è una considerazione teologica circa l’aneddoto del Libro della Genesi in cui si racconta che Adamo ed Eva, i progenitori dell’umanità, commisero il primo peccato disubbidendo a Dio. Ne derivò che l’uomo fu diviso da Dio e diventò una creatura mortale, condizione e colpa che ricadde sull’intera umanità e determinò la caduta dell’uomo, intesa come perdita dei privilegi divini.

Dio aveva piantato un giardino a oriente e lì pose Adamo, il primo uomo che aveva creato. Il giardino era pieno di alberi e di fiori ed era molto bello. In mezzo al giardino Dio piantò due alberi speciali: l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male, e raccomandò ad Adamo di mangiare qualsiasi frutto eccetto quelli dell’albero della conoscenza del bene e del male, perché sarebbe morto.
Così Adamo viveva in quel giardino e se ne prendeva cura. Ma Dio si rese conto che Adamo era solo e pensò di dargli una compagna.
Dio presentò ad Adamo tutte le creature viventi e Adamo diede a ciascuna un nome; ma nessuna di loro poteva condividere la vita con Adamo. Perciò Dio immerse Adamo in un sonno profondo e, mentre dormiva, gli tolse una costola e richiuse la ferita. Aveva creato Adamo dalla terra, ma la donna la creò dalla costola di Adamo e gli presentò la nuova creatura.
Adamo la chiamò Eva e i due vissero, insieme, felici.
Ma nel giardino viveva un serpente. Un animale scaltro e astuto…
Un giorno, il serpente avvicinandosi a Eva insinuò che non sarebbero morti, se avessero mangiato il frutto dell’albero proibito, anzi sarebbero diventati simili a Dio.
Eva guardò il serpente, poi guardò l’albero. Non se n’era mai preoccupata prima, ma ora più lo guardava e più desiderava gustarne il suo frutto. Voleva diventare simile a Dio…
Si guardò attorno, allungò la mano, staccò un frutto e…lo mangiò. Era squisito!
Chiamò, poi, Adamo e lo invitò ad assaggiare il frutto. Adamo sapeva bene da dove veniva quel frutto. Ma per le insistenze di Eva, lo assaggiò.
Immediatamente la pace e la felicità, che avevano sempre avute, li abbandonarono. Cominciarono a preoccuparsi per la loro nudità e corsero a farsi dei vestiti con le foglie di fico.
Era sera. Dio era solito passeggiare nel giardino a quell’ora del giorno. Infatti lo sentirono arrivare e, pieni di paura e di rimorso, si nascosero fra gli alberi, ma Dio chiamò Adamo: «Dove sei?». Era inutile nascondersi. Tutti tremanti, Adamo ed Eva vennero fuori. «Ho udito il tuo rumore nel giardino e ho avuto paura perché io sono nudo, e mi sono nascosto», disse Adamo.
«Chi ti ha indicato che eri nudo?», chiese il Signore. «Hai dunque mangiato dell’albero del quale ti avevo comandato di non mangiarne?».
Ancora più tremante, Adamo cercò di discolparsi, dicendo che era stata Eva a offrirgli il frutto proibito. Dio guardò Eva e chiese perché l’aveva fatto, «Il serpente mi ha ingannata», rispose Eva.
Allora Dio, in preda alla collera, maledì il serpente: avrebbe strisciato per sempre sulla terra, e gli uomini sarebbero stati suoi nemici in eterno. Poi, rivolto a Eva, disse che le donne avrebbero messo al mondo i loro figli nel dolore e ad Adamo che gli uomini avrebbero dovuto faticare e sudare per far fruttare la terra.
Poi guardò le foglie di fico con le quali Adamo ed Eva avevano cercato di coprirsi e fece loro dei vestiti lui stesso, con la pelle degli animali. Ma ormai non li avrebbe più fatti restare nel giardino di Eden, per paura che mangiassero dell’altro albero speciale: l’albero della vita. E poiché avevano disobbedito a Dio mangiando dell’albero della conoscenza del bene e del male, un giorno sarebbero morti.
Quindi Dio li scacciò dal giardino, dove li aveva posti perché vivessero felici, e mise un angelo con una spada fiammeggiante a guardia dell’albero della vita. Adamo ed Eva non poterono mai più tornare in quel giardino.


Cacciata dall’Eden – Michelangelo Buonarroti, Cappella Sistina (Roma)

Tratto da: La Bibbia illustrata per ragazzi. Testo di Marjorie Newman, disegni di Michael Cood – San Paolo Edizioni,  1989

 

Alcuni autori cristiani nell’interpretare i Testi Sacri attribuirono ad Eva la colpa maggiore, essendosi lasciata corrompere dal male (serpente) e per di più nell’aver a sua volta corrotto con l’inganno Adamo offrendogli il frutto proibito, perdendo così la grazia divina.
Peraltro anche per quanto riguarda il “frutto proibito”, di cui nella Bibbia si parla senza specificazioni, nel Medioevo lo si comincia a rappresentare come una mela, dal latino malum, parola che ha anche lo stesso suono di quella che significa “male”.

Si radicò in tal modo il concetto della donna come una “creatura peccaminosa” dando origine a una reale misoginia e a una vera e propria persecuzione, che si protrae ancora oggi. La donna considerata in stato di perenne punizione a causa del peccato, si doveva sottomettere all’uomo.

Ogni donna dovrebbe camminare come Eva nel lutto e nella penitenza, di modo che con la veste della penitenza essa possa espiare pienamente ciò che deriva da Eva, – l’ignominia, io dico, del primo peccato, e l’odio (affisso in lei come la causa) dell’umana perdizione.
“Nel dolore e nella inquietudine partorirai, donna; verso tuo marito sarà il tuo desiderio, ed egli sarà il tuo padrone.
Non sai che anche tu sei Eva? La condanna di Dio verso il tuo sesso permane ancora oggi; La tua colpa rimane ancora”.

Tertulliano, De Cultu Feminarum

Si riteneva che le donne potessero espiare la loro colpa attraverso l’astinenza dal sesso come vergini o con la procreazione vista come sofferenza, ma mai avrebbero potuto essere canale della Grazia divina (esclusione del sacerdozio femminile). Così come essendo soggetta al dominio dell’uomo e non avendo alcun genere di autorità essa non poteva insegnare, nè essere testimone in tribunale, nè esercitare la cittadinanza, nè essere giudice.

LA MISOGINIA

La Misoginia, dal greco miseo (odiare) e gyne (donna) è un’esagerata avversione nei confronti della donna, da parte degli uomini. Non è maschilismo, che è un atteggiamento culturale non necessariamente accompagnato da odio, dominato dal pregiudizio che gli uomini siano superiori alle donne; ma piuttosto un atteggiamento individuale, in una visione distorta dell’universo femminile: il misogino prova rabbia e irritazione verso le donne, eppure le cerca e le corteggia e si arrabbia se queste non gli danno retta o non si lasciano dominare o, peggio, lo trattano alla pari. Esistono anche forme di misoginia femminile, ossia da donna nei confronti di altra donna.
La misoginia è diretta verso le donne considerate come gruppo, essa è accentuata dal senso di appartenenza e dalla solidarietà di altri maschi, per cui uno dei modi per arginare il misogino è isolarlo, così che gli venga a mancare la sicurezza di sè.
Tale avversione si manifesta in disprezzo, che può degenerare in violenze fisiche, psicologiche e sessuali, può estendersi a categorie che ritengono inaccettabili quali prostitute, lesbiche o donne che hanno raggiunto una più alta posizione sociale.
Esiste una forma di mosoginia più spinta che esprime odio completo verso le donne percepite come “nemici dell’uomo”, che trova un suo analogo aspetto in quella misandria femminista che vuol dipingere l’uomo come “nemico della donna”. Una tipologia essenzialmente sesso-fobica e latentemente omosessuale.
La storia è piena di illustri misogini. L’evoluzione della donna che ha avuto nel raggiungere una maggior consapevolezza di sè e delle proprie abilità, ha acuito e reso più evidente oggi la difficoltà del misogino di accettare la parità di diritti e doveri.

 

L’odio per le donne non rimase solo nelle parole. Le persecuzioni che seguirono superano ogni immaginazione con una vera e propria “Caccia alle Streghe” che causò la morte di migliaia di donne innocenti bruciate al rogo.

“Dovrebbe essere fatta attenzione all’errore che è stato fatto nella formazione della prima donna; poichè essa è stata formata da una costola curva, cioè, una costola del petto, così come è curvata (la costola del petto) così (la donna) è perversa. E per questo difetto che la donna è un animale imperfetto, e sempre ingannevole.”

da “Hammer of Witches” di Jakob Sprenger ed Heinrich Kramer, 1486

Nessuno teologo moderno interpreta questi testi come un insegnamento secondo il quale le donne sarebbero più colpevoli degli uomini di fronte al peccato, o che le donne siano in condizione di inferiorità sociale o culturale per punizione diretta di Dio.

Il 10 luglio 1995 papa Giovanni Paolo II in una lettera destinata «ad ogni donna», chiedeva perdono per le ingiustizie compiute verso le donne nel nome di Cristo, per la violazione dei diritti femminili e per la denigrazione storica delle donne. Un concetto che ripeté durante il giubileo del 2000 quando, tra le sette categorie di peccati commessi nel passato dagli uomini di Chiesa e per i quali faceva pubblica ammenda, nominò anche quelli contro la dignità delle donne e delle minoranze.

LA VITA DELLE DONNE NEL MEDIOEVO

Se l’età medievale concepiva la società divisa in tre ordini: quelli che pregano, quelli che combattono e quelli che lavorano, le donne di certo costituivano una categoria a sé.
Indipendentemente dalla condizione sociale, esse dovevano obbedire a regole e comportamenti basati sul pregiudizio che la donna fosse inferiore e dovesse sottomettersi all’ uomo: prima al padre, poi al marito e persino ai figli. Le donne venivano date in sposa giovanissime, poco più che bambine, spesso contro la loro volontà. Il loro principale compito era generare figli, possibilmente maschi.
Non era quindi importante che sapessero leggere e scrivere; invece, fin da bambine, imparavano a filare, tessere, tagliare, cucire, ricamare, cucinare, accudire i fratelli minori. Molti uomini del Medioevo scrivevano libri per insegnare alle donne come dovevano comportarsi.

DONNA E CULTURA NEL MEDIOEVO

Nell’Alto Medioevo sono pochissime le donne laiche con un alto grado di istruzione e di cultura. È nei monasteri, nelle abbazie e nei chiostri che le donne occidentali iniziano il lento cammino della emancipazione intellettuale.
In campo religioso infatti ci sono numerose testimonianze di monache colte e dedite a lavori intellettuali: bibliotecarie, scrivane e amanuensi (copista), insegnanti.

Nell’ambito della scuola medica salernitana viene attribuito a una donna medico, Trotula de Ruggiero (XI sec. d.C.) un trattato di medicina intitolato “Passionibus mulierum curandorum” (Sulla malattie delle donne), che riguardava le problematiche mediche femminili. Divenne molto famosa per le scoperte nel campo della ginecologia e dell’ostetricia, e cercò nuovi metodi per rendere meno doloroso il parto. Nel XIII secolo le idee e i trattamenti di Trotula erano conosciuti in tutta l’Europa.

Pur in un’epoca non certo favorevole allo sviluppo del libero pensiero al femminile, vi furono delle donne filosofe che elaborarono una loro personale visione del mondo e che contribuirono al risveglio culturale e spirituale del Basso Medioevo (1000-1492). Le più importanti: Eloisa del Paracleto e Ildegarda di Bingen.

“Quei piaceri d’amor che abbiamo gustato insieme sono stati così dolci per me, che non posso pentirmene e nemmeno cancellarne il ricordo. Da qualunque parte mi volga mi sono sempre davanti agli occhi con tutta la forza della loro attrazione”

(Abelardo e Eloisa, Lettere d’amore)

Eloisa del Paracleto (1101 – 1164) nata in Francia e nipote di Fulberto, canonico di Notre-Dame, nel 1131 divenne Badessa del convento del Paracleto, comunità monastica di campagna fondata dal filosofo Pietro Abelardo (1079 – 1142).
Ella si ritirò a vita monastica in seguito alla drammatica conclusione del legame amoroso con lo stesso Abelardo, suo maestro, celebre filosofo e teologo, professore dell’Università di Parigi.

La badessa benedettina Hildegard von Bingen vissuta in Germania dal 1098 al 1179, studiosa di medicina, scienziata, filosofa, profetessa religiosa e naturalista è stata proclamata santa nel 1979 e dottore della Chiesa nel 2012, è anche ritenuta patrona degli esperantisti, in quanto creatrice di una lingua artificiale (l’ignota lingua).
La medicina ildegardiana è definita un’arte di guarire l’anima.

Negli ultimi tre secoli del Medioevo le donne assunsero ruoli importanti in campo religioso; si tratta di un periodo in cui accanto ai segni di rinascita delle città, sorgono anche inquietudini sociali e spirituali e si assiste alla diffusione degli ordini mendicanti (Francescani, Domenicani, Agostiniani, Carmelitani). Le donne, estromesse dalle gerarchie ecclesiastiche, si misero in evidenza come fautrici di un intenso misticismo. Ecco quindi figure come quelle di Chiara d’Assisi, Caterina da Siena, Giovanna D’Arco e altre ancora.

Chiara d’Assisi. La personalità di Chiara fu in completa sintonia con il desiderio di fuggire dal mondo comune e di dedicarsi alla vita contemplativa di Francesco. Fu lui stesso insieme ai frati a vestirla con un saio francescano, le tagliò i capelli, consacrandola alla penitenza. Seguita dalla sorella e da alcune amiche, si riparò nella chiesa di San Damiano dove Chiara diede origine alle Casa Madre delle suore che dopo la sua morte, vennero chiamate Clarisse.

Caterina da Siena a soli 7 anni decise di dedicare la propria vita a Dio, a 16 anni rifiutando un matrimonio combinato, e non avendo la dote necessaria per entrare in un monastero, fu accolta dal Gruppo senese delle Mantellate, donne che pur restando in casa seguivano un regime di vita rigorosamente religioso e caritatevole. Si dedicò agli ammalati che nessuno assisteva perchè o senza parenti o con malattie contagiose, allora molto frequenti e micidiali. Pur essendo semianalfabeta e i suoi scritti in maggioranza dettati, ella affrontò problemi e temi sia di vita religiosa che di vita sociale di ogni classe, e anche problemi morali e politici che interessavano tutta la Chiesa, l’impero, i regni e gli Stati dell’Europa trecentesca.
Insieme a San Francesco è dal 1939 patrona d’Italia e dal 1999 compatrona d’Europa.

Giovanna D’Arco, anch’essa analfabeta conosciuta anche come la Pulzella d’Orléans, divenne protagonista nella “Guerra dei Cent’anni” marciando armata a capo delle truppe francesi. Fu tale il coraggio che infuse ai soldati che ogni impresa riuscì, restituendo al proprio Paese parte del territorio caduto in mano inglese. Ma Giovanna fu catturata e venduta agli inglesi e sottoposta a un processo ecclesiastico che nel 1431, a soli 19 anni, la condannò come eretica al rogo e fu arsa viva. Venticinque anni dopo, con un nuovo processo, fu riconosciuta innocente. È patrona di Francia dal 1920.

Estratto e rielaborato da un interessante lavoro: “Le donne del Medioevo” – Scuola Secondaria Di I Grado “T. Tasso”

Se nel Medioevo i vizi sono visti come un’opposizione della volontà umana alla volontà divina, nell’Età dei lumi che segna la rottura consapevole nei confronti del passato, la differenza tra vizi e virtù perde importanza, poiché anche i vizi, come le virtù, concorrono allo sviluppo industriale, commerciale ed economico.
Dopo il periodo illuminista i vizi compaiono in alcune opere di Kant che vede nel vizio un’espressione della tipologia umana o di una parte del carattere. Da “L’Antropologia pragmatica” di Kant nell’Ottocento sono stati scritti grandi trattati di psicologia umana. I vizi diventano la manifestazione della “psicopatologia” dell’uomo. I vizi diventano quindi malattie dello spirito.

Come la regina delle api non esce mai
senza essere circondata da tutto il suo piccolo popolo,
così la carità non entra mai in un cuore
senza condurre al suo seguito tutte le altre virtù.

Il giusto è come un albero piantato lungo un corso d’acqua
che porta i frutti nella sua stagione.
Quando la carità entra in un’anima produce in essa frutti di virtù,
ciascuno a suo tempo.

La musica briosa, tanto gradevole in sé, può essere fuori luogo in un lutto. Sono molti ad avere il difetto che ora ti dico: siccome si sono impegnati in una determinata virtù, si intestardiscono a volerla praticare in tutte le circostanze, e vogliono o piangere senza interruzione o ridere senza fine; proprio come certi antichi filosofi. Anzi, fanno di peggio: trovano da ridire e coprono di biasimo quelli che non li seguono nell’esercizio delle “loro” virtù.
L’Apostolo dice che bisogna rallegrarsi con quelli che sono contenti e piangere con quelli che sono afflitti; dice anche che la carità è paziente e benevola, aperta e prudente, accondiscendente.

da Filotea – Introduzione alla vita devota, di San Francesco di Sales

VIRTÙ, VIZI E PECCATI

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