Tra il X e il XII secolo nell’Europa occidentale il potere politico e il potere religioso vivranno una profonda crisi e una trasformazione radicale, che porterà a una rinascita su basi nuove.

SCISMA D’ORIENTE

La nascita dello Stato Pontificio (752)  e del Sacro Romano Impero (800), avvenuti con l’aiuto dei Franchi, segnarono la rinascita del prestigio della Chiesa di Roma. L’autorità del papa si rafforzò, per i preti divenne più rigido l’obbligo del celibato, mentre le differenze tra il clero e i laici divennero più evidenti. Ma non tutti furono d’accordo nel riconoscere questo forte primato del papa.

Nel 1054 i dissensi già esistenti tra la Chiesa romano-latina di Roma e la Chiesa greco-bizantina di Costantinopoli arrivarono al culmine, con la reciproca scomunica tra il papa romano Leone IX e il patriarca di Costantinopoli, Michele Cerulario. Le due questioni determinanti alla base del dissenso erano:

la prima, di carattere squisitamente teologico-liturgico:

  • la definizione della Trinità, su cui già l’imperatore Costantino con il Concilio di Nicea (325 ) aveva favorito un confronto, e in particolare sulla parola ‘filioque’ che nel Credo cristiano latino sottolineava l’importanza divina del Figlio, accanto al Padre e allo Spirito Santo, negata invece dal Credo greco-bizantino;

la seconda, di carattere marcatamente politico-ecclesiastico:

  • la supremazia gerarchica del vescovo di Roma, non veniva riconosciuto il ruolo universale rivendicato dal papa in quanto successore dell’apostolo Pietro sull’intera cristianità, e quindi anche sul patriarcato di Costantinopoli.

Tale dissenso, insieme al desiderio salvaguardare le loro specifiche tradizioni, determinò la separazione delle Chiese d’Oriente, dette ortodosse, dalla Chiesa romana che nel corso del Medioevo assunse sempre più un ruolo di guida nei confronti delle altre comunità cristiane. Fu tuttavia nei decenni successivi, quando le Crociate crearono un clima di grave ostilità, che tale separazione divenne totale e definitiva, nonostante vari tentativi di superarla.

 

Papa Leone IX si trovò contemporaneamente ad affrontare una difficile situazione con i Normanni, giunti nell’Italia meridionale poco dopo l’anno Mille attirati dalle guerre e dalle rivolte. Costoro avevano ricevuto in un primo tempo il sostegno del Papato, che li considerava alleati nella lotta contro gli Arabi e i Bizantini. Vennero anche ingaggiati come mercenari dai principi longobardi dei vari Ducati dell’Italia meridionale in rivolta e dagli stessi bizantini. Avevano così conquistato titoli finendo col diventare un pericolo per i loro antichi alleati.

Purtuttavia, papa Niccolò II si trovò costretto a cercare nuove alleanze con le casate dei Normanni, che ormai si erano insediati stabilmente nell’Italia meridionale.
Una volta divenuto papa, egli cacciò da Roma l’antipapa Benedetto X, eletto pontefice da una parte della nobiltà romana nel 1058.

Antipapa: è colui che è eletto papa con procedure non canoniche, un competitore del vero e legittimo papa, del quale usurpa l’autorità.

Deciso fautore della riforma ecclesiastica, papa Niccolò II durante il Concilio lateranense del 1059 decretò che l’elezione del papa fosse riservata ai soli cardinali, escludendo l’intervento della nobiltà romana e limitando il ruolo dell’imperatore a una forma di vago assenso. Seguì nel 1060 l’emanazione dei famosi decreti contro la simonia (compravendita di beni spirituali, come cariche ecclesiastiche ed indulgenze). Tale presa di posizione portò a una rottura tra Papato e Impero.
La politica riformatrice di papa Niccolò II proseguirà con Alessandro II e poi con Gregorio VII durante la lunga lotta per le investiture.

Nel 1059 con il Concordato di Melfi, papa Niccolò II strinse un patto con Roberto il Guiscardo degli Altavilla conferendogli l’investitura del Ducato di Puglia, di Calabria e di Sicilia, terre fin allora solo in parte conquistate dal Guiscardo, e con Riccardo d’Aversa con l’investitura papale del Principato di Capua. Oltre a giurare fedeltà al papa e rispetto per il territorio papale, i due normanni si impegnarono a restituire alla Chiesa romana tutto il Mezzogiorno d’Italia.

Con ripetute spedizioni i Normanni riuscirono ben presto a conquistare i territori del Meridione liberandolo dalla presenza bizantina, il cui dominio in Italia ebbe fine nel 1071, mentre in Sicilia ancora si combatteva contro gli Arabi.
Nel 1130 sotto la dominazione normanna nacque il primo Regno di Sicilia con Ruggero II d’Altavilla, che dopo aver unito al regno i territori dell’Italia meridionale, espanse la sua influenza verso la sponda africana, divenendo una potenza dominante del Mediterraneo.

L’ITALIA DEI COMUNI

Nei borghi in espansione, specie nell’Italia settentrionale, la notevole crescita demografica ed economica diversificò la popolazione e portò alla nascita di nuovi ceti: come quella dei bottegai, dei mercanti che mentre prima si spostavano seguendo i traffici commerciali, ora diventano stabili occupandosi di una propria azienda, e i garzoni e lavoranti che emigravano dalle campagne. In questo periodo si diffusero le scuole laiche e assunsero grande importanza le lingue straniere.
Con l’aumento dei traffici commerciali riprese la circolazione monetaria. In Occidente si torna alla coniazione aurea; iI fiorino, una delle prime monete d’oro a venire coniata in Italia dopo la caduta dell’Impero Romano, divenne la moneta di scambio preferita in Europa. Dai banchi dei cambiavalute emerse la figura del banchiere, che regolava lo scambio monetario, anche da una città all’altra, al servizio dei mercanti, ma anche di re, principi e papi.
I nobili cavalieri e i vescovi garantivano l’ordine pubblico nelle città e riscuotevano i contributi in vece del sovrano del Sacro Romano Impero.

Tra l’11° e il 12° secolo la signoria feudale da istituzione privata autonoma stava evolvendo in istituzione pubblica. La fascia di popolazione cittadina ricca grazie ai commerci rappresentata da mercanti e banchieri, viene ad assumere un ruolo sempre più di primo piano dal punto di vista economico e, riunitisi in Corporazioni, anche dal punto di vista politico.
Emerge un nuovo protagonista: il cittadino, che ambisce a una sempre maggiore autonomia dal potere imperiale. È una società organizzata attorno alle famiglie, i cui rispettivi capifamiglia usavano riunirsi per discutere degli interessi comuni, eleggendo annualmente i propri rappresentanti, chiamati consoli (in riferimento alla Roma repubblicana) al fine di emanciparsi dall’autorità imperiale.
Nacquero così i Comuni.

FEDERICO BARBAROSSA

In Germania, dopo la morte dell’imperatore Enrico V (1125), vennero a delinearsi due fazioni che si contendevano la successione al trono: da una parte erano gli Hohenstaufen, signori di Waibling e duchi di Svevia, coerenti alle tradizioni dell’Impero germanico e ostili alla supremazia papale, dall’altra i Welfen, discendenti di Guelfo duca di Baviera, favorevoli a una politica d’intesa con Roma.

La contrapposizione tra i due schieramenti venne meno con l’elezione nel 1152 di Federico I di Svevia detto il Barbarossa. Il nuovo Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico era, infatti, un Hohenstaufen imparentato anche con i Welfen.

Miniatura da un manoscritto del 1188, Biblioteca Vaticana

Nel 1154 Federico I Barbarossa compì diverse spedizioni nel Regno d’Italia, deciso a riaffermare la propria autorità che era venuta meno, da una parte in seguito alla Lotta per le investiture che aveva liberato il Papato dalla tutela dell’Impero, e dall’altra in seguito all’aumentato potere dei Comuni italiani, rivendicando quei diritti e beni pubblici che questi avevano usurpato.
Nel 1158 Federico I emanò la Constitutio de regalibus, un decreto imperiale con cui si riaffermava la supremazia del potere imperiale alla luce del riscoperto Diritto romano giustinianeo ripervenuto in Occidente da Bisanzio e il cui studio aveva ripreso vigore in quegli anni. Decreto che fu formalmente riconosciuto anche dai rappresentanti dei Comuni.

Al contrasto con questi ultimi, si accompagnò così anche quello con il papa Alessandro III, deciso assertore delle tesi teocratiche sulla supremazia del papato sull’impero, al quale Federico I contrappose progressivamente gli antipapi Vittore IV, Pasquale III e Callisto III.

LA LEGA LOMBARDA

Dopo la distruzione di Milano nel 1162 ad opera delle truppe imperiali, furono imposti pesanti tributi e per difendere la propria autonomia molti Comuni del nord Italia decisero di formare un’alleanza.
Nel 1167 presso l’abbazia di Pontida (Bergamo) si costituì la prima Lega lombarda, suggellata secondo la tradizione dall’omonimo giuramento, e comprendeva: Milano, Lodi, Ferrara, Piacenza e Parma. Sul finire dello stesso anno l’alleanza di allargò con la fusione della Lega veronese e la partecipazione di altri comuni della pianura padana. La naturale alleanza tra i Comuni e il Papato, che a sua volta si sentiva minacciato, spinse la Lega a chiedere e a ottenere l’appoggio di papa Alessandro III .

All’infruttuoso assedio di Alessandria (1174), città del Piemonte fondata dalla Lega lombarda come fortezza antimperiale, seguì nel 1176 la sconfitta dell’esercito di Federico Barbarossa a Legnano. La pace tra Papato e Impero si concluse a Venezia nel 1177 con il riconoscimento di papa Alessandro III quale unico e legittimo pontefice e la rinuncia dell’imperatore alle sue pretese di assoluta supremazia sulla Chiesa; venne inoltre stabilita una tregua di sei anni con i Comuni .
Gli scontri tra Comuni e Impero si conclusero definitivamente solo nel 1183 con la Pace di Costanza. L’imperatore dovette riconoscere, sostanzialmente, le autonomie cittadine.

I Comuni ora detengono il potere pubblico ma al loro interno nascono potenti fazioni, per cui per avere una maggiore garanzia di amministrazione equa e imparziale la figura dei consoli viene sostituita da una figura esterna alla città: il podestà.

GUELFI E GHIBELLINI

Nel 1200 i Comuni erano ormai diventati dei piccoli Stati regionali al cui interno, a causa delle conflittualità sorte a livello politico, economico, sociale e religioso, erano venuti a delinearsi più chiaramente due schieramenti, già presenti al tempo di Barbarossa tra chi era rimasto fedele all’Impero e chi invece al Papato. Tali schieramenti assunsero la denominazione di Guelfi per chi era filopapale e di Ghibellini per chi era filoimperiale. A questi ultimi si unirono potenti signori della Valle Padana a capo, sotto titoli diversi, di un buon numero di città, come Oberto Pelavicino, nella zona lombarda ed emiliana ed Ezzelino da Romano nel territorio veneto.
In verità, fazioni, famiglie, città concorrenti si identificavano con l’uno o con l’altro fronte, a volte alternativamente, più per interessi locali che non per adesione ideale, appoggiandosi ora all’Impero, ora al Papato per affermare il proprio potere, adattandosi alle contingenze politiche del momento. Pur tuttavia ciò determinò un processo di aggregazione, un compattamento delle parti e fazioni che in seguito ebbe grande importanza.
Solo alcune città, come Pisa, rimarranno tradizionalmente ghibelline; altre prevalentemente guelfe, come Firenze dove la situazione divenne ancor più critica con lo scindersi in due nuove fazioni: quella dei Guelfi bianchi e quella dei Guelfi neri, entrambi sostenevano il papato, ma i Guelfi bianchi con cui Dante stesso si schierò, erano contrari ad un eccessivo aumento del potere temporale, pur riconoscendo al papa una superiore autorità morale.

Fu un periodo di forte instabilità e insicurezza, i contrasti interni ai Comuni ed esterni, dovuti alla politica di espansionismo territoriale che portò inevitabilmente a scontrarsi con i Comuni confinanti, diedero origine a continue guerre civili. Tutto ciò rese sempre più difficile la coesistenza, gli ordinamenti comunali e l’apparato amministrativo molto complessi si rivelerano inadeguati. Il principio del potere partecipato subì un drastico ridimensionamento con il prevalere di una ristretta cerchia di gruppi familiari di più antica tradizione di potere, o di qualche protagonista dell’aristocrazia feudale forte del suo prestigio e della sua attitudine al comando, che si inserisce nelle furibonde lotte cittadine riuscendo a impadronirsi del governo.

La forza popolare dei ceti medi e minori a lungo schiacciata e sacrificata agli interessi dei ‘grandi’, viene a non sentirsi più rappresentata. Nella ricerca di una figura che soddisfacesse i loro bisogni, essi trovano risposta nel signore, che si dimostra in grado di assicurare protezione e giustizia e una più efficiente e razionale esplicazione dei servizi amministrativi. Ordine e tranquillità all’interno, successi e prestigio all’esterno, favoriranno gli interessi espansionistici dei ceti mercantili e artigiani.

Si conclude così l’esperienza dei Comuni con l’affermarsi delle Signorie del XIV secolo, andando ad accelerare e consolidare quel processo di unificazione regionale verso cui furono attratte le città più importanti.

Alla morte di Federico Barbarossa (1191) fu il figlio Enrico VI di Svevia ad essere incoronato a Roma Imperatore del Sacro Romano Impero Germanico da papa Celestino III. Essendo unito in matrimonio con Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II e ultima erede normanna, nel 1194 Enrico VI divenne anche Re di Sicilia estendendo quindi il dominio imperiale anche sul regno dei Normanni.
Ciò rappresentò una grave minaccia per lo Stato Pontificio che era accerchiato dal dominio degli Hohenstaufen, non proprio favorevoli al potere papale.

Il Regno di Sicilia alla morte di Enrico VI (1197) passò sotto il dominio della Chiesa di papa Innocenzo III per la minore età del figlio Federico II di Svevia, che dopo essere uscito dalla tutela, si dimostrerà strumento poco malleabile ai fini della politica papale che affronterà con tenacia la Riforma della Chiesa, la lotta contro l’eresia e il dominio temporale del Patrimonium S. Petri.

Se il primato dell’imperatore si richiamava ai principi del diritto romano, la supremazia del papa si fondava sull’origine divina della Chiesa, a cui è subordinata ogni altra autorità terrena. Al consueto titolo papale di vicarius Petri subentrò quello di vicarius Christi (vicario di Cristo) con l’attribuzione totale del potere spirituale e di quello temporale al papa.

In questo periodo la Chiesa dovette fronteggiare la grave minaccia rappresentata da una parte da Federico II, che salito al trono del regno di Sicilia e dell’Impero nel 1220 continuò la politica accentratrice del potere nelle mani imperiali, e dall’altra il dilagante ghibellinismo dell’Italia centro-settentrionale col riaccendersi della grande lotta tra le città Guelfe e Ghibelline ormai diffusissime in tutte le città italiane.

 


GiottoInnocenzo III conferma la Regola di San Francesco
Assisi, Basilica superiore

 

Il papa sentendosi minacciato dagli Hohenstaufen convinse Carlo d’Angiò, fratello minore del Re di Francia, a intervenire per strappare il Regno di Sicilia a Manfredi, figlio naturale di Federico II e reggente per l’imperatore Corrado IV, suo fratello. Manfredi nel 1258 scavalcando i diritti del nipote Corradino si era fatto incoronare Re di Sicilia a Palermo.
Le truppe guelfe di Carlo d’Angiò sconfissero prima nella battaglia di  Benevento (1266) le truppe ghibelline di Manfredi, che fu abbandonato a se stesso dai suoi alleati, e poi sconfisse anche Corradino di Svevia nella battaglia di Tagliacozzo (1268), conquistando il Regno di Sicilia e la totale sconfitta del partito ghibellino. In cambio Carlo d’Angiò ottenne la corona di Sicilia, trasferì la capitale da Palermo a Napoli, e mise in atto una politica bellicosa e dispendiosa con l’obiettivo di far sì che l’intera penisola passasse sotto il dominio dei guelfi.

Nel 1282 con i moti meglio conosciuti come “Vespri siciliani”, si pose fine al governo dell’isola da parte della dinastia francese angioina con l’attribuzione della corona a Pietro III d’Aragona, che in quanto marito di Costanza, figlia di Manfredi, rivendicò i diritti dell’estinta dinastia sveva. Successivamente il Regno entrò in unione personale con i sovrani di Castiglia e poi di Spagna. Durante questo lungo periodo la Sicilia fu governata tramite la figura dei viceré.

La sua figura e la sua fine [di Manfredi] sono stupendamente rievocate da DantePurg. III.
Bello, cavalleresco, amante della musica, poeta, il suo sogno ambizioso, che parve per un momento comprendere la corona imperiale, finì travolto dalle forze che egli troppo a lungo si era illuso di poter irretire con il suo gioco complesso di compromessi e di precarie alleanze.

(Enciclopedia Treccani)


LA CATTIVITÀ AVIGNONESE

3