Vietnam


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Ero pronto, ero pronto a schierarmi contro le ingiustizie. E lì erano così evidenti! Erano davanti agli occhi di tutti, così ovvie! Andavi nelle belle campagne vietnamite, semplici, con le belle risaie verdi, i contadini vestiti di nero con un cappellino di paglia, vedevi le loro case di paglia e legno sulla terra battuta, e poi vedevi la guerra che arrivava. I carri armati.
Quello che mi impressionò è la contraddizione tra quella società antica, semplice e la modernità che la guerra le imponeva. Le armi, i carri armati, le bombe, non c’entravano niente! Proprio non c’entravano niente.
Io questa guerra l’ho scoperta avendo una grande simpatia per i Viet-Cong, non ci sono dubbi. Ma d’altro canto, chiunque avesse il cuore a sinistra, a sinistra nel senso, dico, naturale, come poteva avere simpatia per gli americani? Ma cosa c’entravano?
Lì c’era un popolo di scalzacani, con le pezze al culo, con i berretti di paglia, con dei piccoli fucili che sparavano contro questa macchina infernale di morte.

Il coraggio è il superamento della paura

…e poi i vietnamiti erano a casa loro. Qui c’è il solito problema che salta fuori. Ora, con l’Iraq.
I vietnamiti erano a casa loro! E questi altri venivano da decine di migliaia di chilometri in un posto dove non c’entravano niente, di cui non conoscevano la storia, la cultura, niente.
Venivano per combattere il comunismo. Era quello il loro nemico. Siccome non erano riusciti a combatterlo in Cina, perchè in Cina, insomma… erano quasi un miliardo! Lo avevano combattuto in Corea, dove erano un po’ meno, e anche lì non era andata tanto bene tutto sommato. Allora in Vietnam pensavano di fare una grande cosa, che è finita per essere un’umiliazione terribile per gli americani, che ancora oggi pesa su di loro.

Ma quella guerra aveva anche il suo fascino…
In una città come Saigon si viveva nel semilusso delle boutique francesi, dei bei ristoranti, mamma mia! La sera si mangiava con le griglie davanti alla porta perchè non entrassero quelli che tiravano le bombe a mano. Si mangiava da dei, si mangiavano delle crevettes indimenticabili: gamberi arrotolati intorno al cuore dell’ananas. C’era di tutto: pesce, birra, donne. Quelle elegantissime ragazze in aodai,  e militari tronfi con le jeep con cui partivano di corsa con le scorte armate.

(Folco chiede al padre) Deve essere molto meno romantico in Iraq adesso.
Ah sì, diverso. Non c’è niente di tutto questo. Poi non c’è rapporto con la popolazione che in Iraq ti odia. I vietnamiti infondo, sai, erano abituati agli stranieri. I colonialisti francesi, giapponesi… se ne erano scopati di tutti i colori.

“Quello che oggi si chiama terrorismo,
allora non si chiamava ancora così”

Dall’inizio della loro storia i vietnamiti hanno sempre combattuto contro ogni tentativo di fagocitare la loro penisola [..]
Ingegnosi, straordinari i vietnamiti, con un senso della loro identità forte, fortissimo. Proprio come avviene sempre, no? Dovendosi distinguere, accentuano le loro caratteristiche.

Ora bisogna capire che il comunismo, il marxismo-leninismo in Vietnam, ancora più che in Cina, è un’arma ideologica che i nazionalisti usano per combattere per la loro liberazione. Ho Chi Minh diventa comunista a Parigi, quando capisce che il marxismo-leninismo, praticato nell’Unione Sovietica nel suo periodo migliore pieno di idealismi, subito dopo la rivoluzione, fornisce una disciplina, una durezza e una struttura ideologica di cui il suo paese e il suo movimento nazionalista hanno bisogno.
Chiamare i vietnamiti comunisti quindi, è un errore. I vietnamiti sono sempre stati nazionalisti.
Questo è un fatto storico, che molti miei colleghi (giornalisti) non hanno capito perchè vedevano la guerra come una guerra fra comunisti e anticomunisti. Non era solo questo.
Era l’ultima grande lotta per l’indipendenza del popolo vietnamita.

di Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, 2006