Marco Paolini e l’eugenetica

Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute

Il 26 gennaio 2011, vigilia del Giorno della memoria, Marco Paolini va in scena all’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini di Milano e in diretta su La7 con Ausmerzen. Vite indegne di essere vissute. Un racconto in prima serata, senza interruzioni pubblicitarie, per provare ancora una volta a “fare memoria”, a leggere il presente nella Storia. La voce del Vajont e di Ustica raccoglie ora le vicende legate alle teorie dell’eugenetica che, fra il 1934 e il ’45, portò il nazismo alla sterilizzazione prima e all’eliminazione poi dei disabili e dei malati di mente, con la sperimentazione di tecniche di annientamento di massa applicate in seguito anche contro gli ebrei, gli zingari e gli altri popoli considerati “inferiori”.

«Questo lavoro è frutto di due anni di ricerche, di incontri con testimoni e con specialisti», spiega Marco Paolini. «È una narrazione cruda, nitida, razionale. Io non sono l’officiante di un rito della memoria, ma ne sono un cronista. E faccio la cronaca di una storia di cui pochi sanno moltissimo e molti non sanno nulla, dunque cerco di non maltrattare né gli uni né gli altri. Anch’io ne sapevo pochissimo fino a qualche tempo fa. Serve provare a raccontarla, perché non penso sia solo archeologia storica, e neppure una storia solo tedesca.
Pone domande difficili, che riguardano il presente, e forse per questo non ce le poniamo volentieri».

Il palinsesto della serata viene costruito intorno allo “spettacolo” di Paolini. C’è Gad Lerner che introduce, c’è l’approfondimento con alcuni ospiti tra il pubblico, ci sono le impressioni e le osservazioni degli spettatori.
Emergono questioni quali il valore del ricordo, il dolore dell’esperienza, il senso della responsabilità storica e individuale, il concetto di diversità, la pratica dell’accoglienza. C’è insomma, ancora una volta, un teatro che prova a spogliarsi di ogni spettacolarizzazione per consegnarsi a una comunità che s’interroga, per farsi spazio d’incontro e di consapevolezza, esercizio di cittadinanza.

di Fernando Marchiori


COS’È L’EUGENETICA

Disciplina che si prefigge di favorire e sviluppare le qualità innate di una razza, giovandosi delle leggi dell’ereditarietà genetica. Il termine fu coniato nel 1883 da F. Galton. Sostenuta da correnti di ispirazione darwinistica e malthusiana, l’eugenetica si diffuse inizialmente nei paesi anglosassoni e successivamente nella Germania nazista, trasformandosi nella prima metà del 20° sec. in un movimento politico-sociale volto a promuovere la riproduzione dei soggetti socialmente desiderabili (eugenetica positiva) e a prevenire la nascita di soggetti indesiderabili (eugenetica negativa) per mezzo di infanticidio e aborto.

A partire dagli anni 1950, con gli studi sul patrimonio genetico dell’uomo si è fatta strada una nuova eugenetica tecnologica, che persegue tre direttrici:
a) la selezione genotipica dei soggetti a rischio di manifestare una malattia, per mezzo della diagnosi prenatale e l’aborto dei soggetti indesiderati, o più precocemente, con la diagnosi pre-impiantatoria (eugenetica selettiva o creativa);
b) la selezione germinale, mediante la scelta di gameti raccolti e conservati in banche apposite e utilizzati nell’ambito delle tecniche di fecondazione artificiale (eugenetica preventiva);
c) la geneterapia, mediante la modificazione dell’informazione genetica contenuta nelle cellule somatiche, nelle cellule germinali e negli embrioni umani prodotti in vitro (eugenetica curativa).

Sotto il profilo filosofico, l’ispirazione eugenetica trova sostegno nello scientismo tecnologico e nell’etica sociobiologista. In particolare, il sociobiologismo sostiene che l’etica si modifichi nel tempo in funzione degli stadi di evoluzione biologica e sociale via via raggiunti. Nella pratica medica, pertanto, tutto ciò che favorisce i meccanismi di selezione e miglioramento della specie viene ritenuto lecito. Sotto il profilo scientifico l’unica maniera per prevenire le malattie è quella di sopprimere i soggetti geneticamente predisposti ad ammalarsi. Sotto il profilo etico, l’eugenetica moderna presuppone un’eliminazione sistematica, programmata di esseri umani, nella maggior parte dei casi motivata da ragioni e pressioni di origine economica (etica utilitarista).

Fonte: Enciclopedia Treccani


L’Ausmerzen, l’olocausto prima della Shoah

di Riccardo Staglianò
12 gennaio 2013

Ausmerzen ha un’etimologia contadina, è la soppressione degli animali più deboli «prima di marzo», prima della transumanza, ché non la rallentino con il loro passo stentato.

Nell’utopia di “curare la società” ripulendola dai loro elementi difettosi si annidano i mostri dell’eugenetica. (articolo completo)


Nei giorni scorsi ero a Pergine, in Trentino e nella vetrina di una sede della Lega Nord, sopra a un presepio, c’era un manifesto a colori circensi che diceva “Un extracomunitario sposato con quattro figli può incassare dalla provincia autonoma di Tento fino a 2000 euro al mese. Tutto questo senza lavorare. Grazie Dellai (il presidente della provincia)! Ecco, manifesti del genere andrebbero fatti togliere, qualcuno dovrebbe andare lì e spiegargli che è razzismo pericoloso. Magari non sanno neanche che nello stesso modo si esprimeva la propaganda nazista. Lo scopo di uno spettacolo come il mio è proprio dare questi strumenti. Per evitare che nella nuova guerra tra poveri qualcuno faccia leva sul fatto che tu stai male per mostrarti un altro che forse sta meno male di te per farne un bersaglio, uno juden». C’è sempre una gran voglia, quando le cose vanno male, di trovare un capro espiatorio su cui appiccicare una stella gialla.
[…]
«Eppure l’Italia che vedo io nelle mie tournée è molto meglio di come ce la raccontano. Come Silvia Conte, sindaco di Quarto D’Altino, che per opporsi alla chiusura di un’importante fabbrica di cancelli comprata da una multinazionale svedese che voleva delocalizzare in Cina, ha comprato un’azione ed è andata a Stoccolma a dirlo nell’assemblea degli azionisti. Gente che invece di chiacchierare fa e interpreta la politica per quello che dovrebbe essere: un mestiere nobile. Io faccio il tifo per loro, per il Paese che non vuole che alla chiusura delle fabbriche si risponda solo con l’apertura di solarium».


Qual è la cura contro l’endemica inconsapevolezza in cui viviamo?

«Non ci sono vaccini, soltanto profilassi. Tipo far capire a chi ha messo il manifesto sugli extracomuntari “a sbafo” che il manifesto, non necessariamente lui, è razzista. Ma la profilassi va fatta soprattutto su di noi. Ogni adulto curi se stesso per evitare gli incubi tipo AT4 che possono derivare dall’illusione di curare la società nel suo complesso».

 

Commento: Ausmerzen fa venire i brividi… pensare che esista questo rischio, questa ricerca della perfezione assoluta a discapito di vite umane, una perfezione sterile, in bianco e nero, monotona e senza cuore.

Riguardo al sapere credo sia importante più che sapere tutto, sapere di tutto un po’ per avere una visione più obiettiva, più variegata e creativa della realtà, a volte essere troppo selettivi o troppo dentro alle cose ti fa perdere la giusta dimensione. E poter condividere. Nella condivisione del sapere si mette tutto in discussione e si può trarre ulteriore arricchimento dai punti di vista altrui.

Leda


Marco Paolini
un uomo dai grandi contenuti

Breve biografia (breve si fa per dire… 🙂 )
estratta dalla biografia completa di Fernando Marchiori.

Marco Paolini attore, autore e regista italiano nasce a Belluno il 5 marzo 1956 e cresce a Treviso, dove i genitori si trasferiscono pochi anni dopo. Padre ferroviere, madre casalinga, un  fratello più giovane: un mondo famigliare che avrà, insieme al più ampio contesto trevigiano e veneto, ampia eco nell’immaginario dei suoi spettacoli. Gli studi superiori nel capoluogo della Marca e quelli universitari a Padova (alla facoltà di Agraria, poi interrotti) s’intrecciano con la curiosità per il teatro e l’avvio di un percorso di formazione autodidatta e di organizzazione di iniziative teatrali. Dal 1976 partecipa alle attività del Circolo I° maggio. Il debutto come attore avviene nel 1978 con uno spettacolo per bambini, Le verdi scuole di Scozia. Maschere, teatro di strada, clownerie caratterizzano gli interventi del gruppo, attivo fino al 1982. Sempre a Treviso darà vita, in seguito, allo Studio 900.

Parallelamente, tuttavia, prosegue la sua formazione attoriale partecipando a seminari e progetti internazionali, scambiando esperienze con altri giovani artisti e gruppi di ricerca e di approfondimento.
I due anni seguenti, fino all’86, vedono l’attore trevigiano impegnato con il Tag Teatro di Venezia, una delle compagnie cui si deve la riscoperta della Commedia dell’arte alla fine degli anni Settanta, nota a livello internazionale e con un seguito di pubblico straordinario.
Alla fine del 1987 è a Settimo Torinese chiamato da Gabriele Vacis. Vi resterà fino al 1993, lavorando a Riso amaro, Romeo e Giulietta, Libera nos e alla Trilogia della villeggiatura, ma anche a una serie di monologhi che segneranno l’apertura di una nuova fase di ricerca e la scoperta di uno stile personale: Adriatico, Tiri in porta, Liberi.

Costretto su una sedia da un incidente che gli procura la frattura di una gamba, l’attore veneto comincia a sviluppare una pratica narrativa che porterà all’allestimento essenziale di Adriatico, il suo primo spettacolo da solo in scena in cui rievoca e scandisce le fasi dell’iniziazione al mondo vissuta da un bambino di otto anni nel luglio del 1964, quando per la prima volta si stacca dalla famiglia per andare alla colonia al mare. Un lavoro che ha ancora un piede nel teatro ragazzi ma che già spinge l’altro su un terreno nuovo, poco definito, dove tuttavia s’intravedono gli elementi del discorso generazionale e l’attenzione al contesto sociale.
Nel 1989 è protagonista con Mirko Artuso di Libera nos (premio IDI), l’elaborazione di un metodo di ricostruzione di una «autobiografia collettiva» che comporta l’assunzione di frammenti di memoria altrui, la metabolizzazione di vite e scritture. Gigi è quello che non esce mai a giocare perché studia, e lo ritroveremo da grande che «scrive libri e ci mette dentro i nomi delle cose»; Loba e Cicana giocano a pallone, corrono con la bici nuova fiammante, scoprono il sesso, combattono contro i coetanei del paese vicino.
Ideato e montato quasi contemporaneamente a Libera nos, nel 1990 va in scena Tiri in porta, il secondo capitolo di quello che sarebbe diventato un romanzo di formazione generazionale. È anche la prima regia di Paolini. Una sedia al centro dello spazio scenico, un telo bianco, una scala, un pallone, un calcetto. Compaiono altri ragazzini sempre più definiti nei loro caratteri: il timido, il prevaricatore, lo snob. Nel successivo Liberi tutti (1992) questi personaggi sono ormai degli adolescenti alle prese con i fermenti politici dei primi anni Settanta.
Nel 1993 Paolini è in scena per l’ultima volta con Settimo in un’impegnativa Villeggiatura: smanie, avventure e ritorno. Dieci attori, quattro ore di spettacolo per un bicentenario goldoniano vissuto anche come un tentativo di ricomposizione con la tradizionale scrittura teatrale. Lo spettacolo vince il Premio IDI e il Biglietto d’Oro AGIS 1994.
Tornato stabilmente in Veneto, prima a Treviso e poi nell’entroterra veneziano, l’attore intensifica il rapporto di produzione con Moby Dick-Teatri della Riviera, già avviato con Tiri in porta e destinato a sostenere i suoi progetti fino ai primi mesi del 2000. Continua anche un diverso, impegnativo percorso che lo porterà a ricostruire la vicenda umana, tecnica e giudiziaria della tragedia del Vajont. «Vajont non è nato da un’idea di messinscena, non ha avuto un periodo di prove, neanche un giorno. L’origine è stata trovare dei luoghi in cui raccontare […] non è uno spettacolo teatrale, per tre ore e un quarto ogni sera sono in scena da solo: in realtà è stata una specie di maratona

Una storia rimossa che il teatro porta a riaffiorare in un processo collettivo di recupero della memoria, attraverso la ricerca sul campo, lo studio della documentazione tecnica, il confronto con i testi, ma anche le testimonianze dirette. A partire dal 1993 Paolini lo presenta come un lavoro in progress, nei luoghi più diversi: scuole, case private, piazze, sale comunali, biblioteche, chiese, centri sociali. Una delle prime volte lo racconta anche dai microfoni di Radio Popolare, la notte del 17 marzo 1994, dopo essere andato in scena con Liberi tutti (1992) al Teatro Verdi. Una diretta durata da mezzanotte e mezza alle due mezza con il racconto e poi fino alle quattro con le telefonate degli ascoltatori. Chi ha memoria diretta di quelle serate non può che conservarne un ricordo commovente. Il racconto del Vajont vince nel 1995 il Premio speciale Ubu per il teatro politico e l’anno dopo il Premio IDI per la migliore novità italiana.
Con un azzardo di Raidue e soprattutto dello stesso attore, il Racconto arriva al grande pubblico attraverso la famosa diretta televisiva dalla diga il 9 ottobre 1997, anniversario del disastro. «Una diretta dalla memoria», come esordì l’attore. La data rimane nella storia della televisione e in quella del teatro. Il Racconto di Marco Paolini tiene col fiato sospeso il pubblico dal vivo (formato soprattutto dalla popolazione locale e dai parenti delle vittime) e milioni di spettatori davanti al televisore, nonostante il terremoto sui palinsesti televisivi dovuto alla caduta, proprio quel giorno, del governo Prodi. Tre milioni e mezzo, precisamente, per un evento senza precedenti, imprevisto, inclassificabile. Sigillo della serata, l’annuncio in diretta dato da Paolini del Premio Nobel a Dario Fo: un sentito omaggio, il riconoscimento di una discendenza, la rivendicazione della forza e dell’importanza del teatro.

La popolarità travolgente che segue il successo televisivo viene vissuta con un certo disagio da Paolini, che dovrà difendersi dalle lusinghe del sistema mediatico, rifiutandosi di diventare personaggio per cercare di restare una persona, testimone e non testimonial, dirà con efficace battuta. Un modo di essere che corrisponde a un certo understatement tipicamente veneto, cui l’attore saprà restare fedele.
A caldo, la casa editrice Garzanti manda in libreria il testo del Racconto, mentre due anni più tardi Einaudi pubblica la videocassetta integrale dello spettacolo, insieme a una lunga intervista di Ponte di Pino all’attore. Comincia così una significativa e fortunata attività editoriale di e su Paolini che dialogherà in modi via via più originali con le proposte teatrali, radiofoniche, discografiche, con i blog e il cinema, con le sempre “uniche” apparizioni televisive, un complesso intreccio di teatro, comunicazione e multimedialità che si svilupperà negli anni seguenti.

Nel 1996 Paolini sta progressivamente mettendo a fuoco il tema e la stessa forma spettacolare di quello che diventerà, l’anno seguente, il lavoro dedicato a Marco Polo e a Venezia: Il Milione. Coprodotto dall’Assessorato alla cultura del Comune di Venezia, Il Milione viene presentato in prima nazionale al Teatro Toniolo di Mestre nell’aprile del 1997. Per mesi farà ovunque il tutto esaurito. Ma l’evento cui il quaderno veneziano lega la sua fortuna è l’allestimento speciale all’Arsenale di Venezia, il 7, 8 e 10 settembre dell’anno dopo, con una lunga diretta televisiva su Raidue della terza replica. Più di due milioni di telespettatori. Il palco è ricavato sotto le imponenti capriate delle Gaggiandre palladiane e il pubblico arriva su barche, gondole e motonavi. Lo spettacolo diventa subito un disco, mentre ci vorranno più di dieci anni per l’uscita del filmato dello spettacolo.

Nel febbraio del 1997 Paolini realizza Storie alla radio, venti racconti radiofonici brevi per la Rai andati in onda nella trasmissione Radiomania. Del 1998 è un Bestiario poetico che si riproduce per partenogenesi: i tre Bestiari veneti (In Riviera, Parole mate e L’orto) e, l’anno dopo, un Bestiario italiano. L’idea è quella di creare un paesaggio di parole, fatto di poesie e di appunti di viaggio.
Il 13 aprile 1999 Paolini è in Piazza dei Signori a Treviso insieme agli orchestrali della Filarmonica Veneta che rischiano il posto per la chiusura del Teatro Comunale per lavori di restauro, senza che l’amministrazione comunale abbia indicato una sede alternativa. L’orchestra suona l’Ave Verum di Mozart. Poi tutti si calano i pantaloni e restano in mutande. La clamorosa protesta nel salotto buono della città veneta provoca la reazione del sindaco leghista Gentilini, che metterà “al bando” l’attore da Treviso.

Del luglio 1999 è l’album Stazioni di transito, nuova esplicita confessione d’amore per l’universo ferroviario come figura di un mondo perduto, d’altri ritmi e altri modi di guardare alla vita. Il debutto avviene alla Stazione Leopolda di Firenze, tra i binari dello scalo di Porta a Prato. Duemila persone per un lavoro come sempre in progress che viaggia dalle locomotive a vapore al mito americano, dai viaggi giovanili alle stragi di Piazza Fontana e dell’Italicus, dalla rivoluzione dei garofani in Portogallo alla scoperta del Living Theatre, dall’Autonomia operaia padovana al terremoto in Friuli.
Nel 1999 si conclude la collaborazione con Moby Dick-Teatri della Riviera e Paolini fonda con Michela Signori e altri soci la società Jole (dal 2002 Jolefilm), la casa di produzione che da allora cura tutti i suoi progetti teatrali, cinematografici, televisivi ed editoriali.

Prodotto dalla Compagnia Accademia Perduta come ultima tappa di un lungo percorso di collaborazione con l’Associazione dei parenti delle vittime, I-Tigi, Canto per Ustica debutta ufficialmente in Piazza Santo Stefano a Bologna, nel ventesimo anniversario della strage, il 27 giugno del 2000. Per tre sere la piazza è colma, la gente si accalca anche oltre le transenne, ascolta fin dalle vie laterali, dove non si può vedere niente. Un racconto che deve districarsi tra il calvario dei familiari e il teatrino delle verità contrapposte, l’omertà, le bugie, la ragion di stato anteposta alla ricerca della verità, l’inchiesta della magistratura, le cinquemila pagine d’istruttoria del giudice Priore.

Nel 2002 produce un nuovo impegnativo progetto spettacolare intorno alla storia del polo industriale di Porto Marghera, dal 1917 a Tangentopoli: Storie di plastica. Un po’ cronaca, un po’ fiaba nera, la complicatissima storia lunga quasi un secolo del Petrolchimico di Venezia condensa illusioni, contraddizioni e fallimenti del capitalismo italiano. Due ore e mezza dense di nomi, date, sigle, atti processuali, leggi sospette, interessi privati, complicità e giochi di potere, incoscienza ma anche intelligenza, sfruttamento ma anche orgoglio del lavoro operaio. Una lezione di storia costruita come un ipertesto, tanti link che bisogna aprire e chiudere in fretta per non perdere il filo.

Nel febbraio 2003, lo spettacolo va in scena a Venezia, in una Piazza San Marco in pieno carnevale. Superando il rischio del chiassoso turismo festaiolo e quello della contestazione degli operai, preoccupati per la possibile chiusura degli impianti, lo spettacolo viene seguito in rispettoso silenzio da migliaia di persone, in gran parte veneziane, a testimonianza dell’affetto e del consenso che circondano Paolini, della partecipazione che il suo lavoro sa suscitare.
Nel 2003, in quello che è forse l’anno più “musicale” della sua carriera artistica, Paolini produce anche lo spettacolo U-Ulisse, con le musiche originali di Giorgio Gaslini e Uri Caine e l’imponente scenografia di Arnaldo Pomodoro, nel sito archeologico di Carsulae, vicino a Terni. Ma è soprattutto Song n.32. Concerto variabile con il gruppo dei Mercanti di liquore a divertire Paolini. Nella forma teatro-canzone – che Paolini userà sempre più anche negli anni seguenti, con un occhio a Giorgio Gaber e l’altro a una tradizione popolare tra cantastorie e Cantacronache – storie originali, suggestioni e filastrocche a proposito di acqua, guerra e disobbedienza. I Mercanti di liquore affiancheranno Paolini in altre future creazioni e in lunghe tournée.

A fine luglio presenta al Civico di Schio (Vicenza), un teatro all’italiana in fase di restauro, i Racconti d’estate. «Si tratta di storie che ho bisogno di provare, ma non so quante di queste arriveranno a far parte di un testo teatrale definitivo, non so che forma prenderanno. Per lavorare ho bisogno di raccontarle davanti a qualcuno, guardarlo negli occhi, e per farlo non possono esserci mille persone, perchè allora le luci ti abbagliano, sei su un palco troppo alto, lontano. Il Teatro Civico è un ottimo luogo di studio per me, perché per questioni di agibilità può entrare solo un numero limitato di persone: si tratta quindi di portarle in un teatro che è un po’ un cantiere, un luogo volutamente abbandonato e che colpisce l’attenzione» (da il Giornale di Vicenza).
In realtà questi racconti hanno forma teatrale ma sono pensati per la televisione. L’idea nasce dalla proposta di collaborazione di Milena Gabanelli per la trasmissione Report.
Sempre curioso e infaticabile, Paolini quello stesso anno continua a collaborare con musicisti e in particolare con Mario Brunello, con il quale stringe un sodalizio umano e artistico testimoniato da molti progetti condivisi.

Un viaggio in Russia nel 2004, insieme alla fotografa polacca Monika Bulaj, porta Paolini sulle tracce della ritirata italiana dal Don e del racconto che ne ha fatto Mario Rigoni Stern in Il sergente nella neve (1953). Il libro e le tragiche vicende dell’Armir servono a Paolini, come sempre, per riflettere e far riflettere sul presente: «Per Mario Rigoni scrivere è stato un anticorpo alla disumanità. Ecco, forse quello che sto cercando è un anticorpo alla disumanità della condizione di spettatore. È un’illusione credere di esser spettatori di una guerra lontana perché quando pensi di essere spettatore, sei vittima senza saperlo. Senza la coscienza che non puoi chiamarti fuori, che se rimuovi questa cosa dalla tua vita stai già scivolando in una perdita».
Il 30 ottobre 2007, in prima serata e senza interruzioni pubblicitarie, lo spettacolo va in onda su La7 dalla Cava Arcari di Zovencedo (Vicenza). È l’inizio della collaborazione di Paolini con l’emittente che si protrarrà negli anni, rinnovando e confermando ascolti record. Non la trasmissione “in diretta” di qualcosa che accade altrove, ma la creazione di un unico spazio di compresenza in cui il piano della realtà e quello della virtualità s’incrociano, la rappresentazione si moltiplica nella multimedialità, il teatro diventa ancora una volta reticolare. «Piccolo pubblico vicino e grande pubblico lontano sono come i due poli di un campo elettromagnetico che rimangono distanziati quanto basta per fare ponte, per far scoccare la scintilla». Tra i 500 spettatori nella cava, anche lo stesso Rigoni Stern, in una delle sue ultime uscite pubbliche.

I riconoscimenti si moltiplicano per il suo lavoro che promuove una cultura della memoria, per la sua semina che ha fatto sbocciare in una parte del Paese una sensibilità e una disposizione all’ascolto nuove. Ne riceve uno anche a Treviso e si riapre la polemica con il divenuto vice-sindaco Gentilini che ribadisce il bando a Paolini. Andrea Zanzotto, Dario Fo e altri intellettuali e artisti esprimono pubblicamente solidarietà a Paolini, che risponde con una lettera aperta agli amministratori e alla città: «Ho fatto di tutto finora per non diventare una bandiera e restare un uomo libero. Chiamatemi come volete o come vi serve: comunista o artista padano a seconda delle occasioni, fate voi. Servo no, questo non ditemelo, ché servo non sono e non accetto padroni. L’importante per me non è dire quello che penso, ma pensare a quello che devo dire e fare. È con quello che dico e che faccio che vi toccherà confrontarvi. Sono ancora un attore, sono solo un attore, ma farò la mia parte».

Nel 2006 mette in scena Miserabili. Io e Margaret Thatcher. Si tratta di monologhi, canzoni e brevi narrazioni che ritraggono la metamorfosi della società italiana a partire dagli anni Ottanta. L’argomento principale è l’economia, l’intreccio di “macro” e “micro”, le ricette e le delusioni di un passato prossimo che sconfina nel presente, l’influenza sempre crescente delle regole (e dell’assenza di regole) di mercato sul nostro modo di immaginare il futuro senza progettarlo, di vivere il presente, di rimuovere la memoria.
L’11 dicembre 2006 Song n.32 va in scena gratuitamente a Roma nell’ambito della campagna nazionale «Acqua Pubblica, ci metto la firma», a sostegno del progetto di legge popolare contro la privatizzazione delle acque.
Nello stesso periodo si sviluppa l’interesse di Jolefilm per i documentari. Diventata anche uno spazio di ritrovo per artisti, registi, autori e filmaker, un luogo per sperimentare e far crescere nuovi progetti, l’officina padovana produce una serie di opere molto diverse tra loro ma accomunate da uno sguardo curioso e indipendente su situazioni concrete del vivere, del confrontarsi, del mediare i conflitti, del costruire senso attraverso l’arte.
Nel 2008 un nuovo appuntamento radiofonico: a partire dal 29 settembre su Raitre, per il ciclo Ad alta voce, Paolini legge Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu. La sua voce trova continue sfumature ai vari personaggi, sbozzando i registri regionali e componendo una partitura emotiva di indubbia efficacia teatrale.

Il primo gennaio 2009 va in onda in diretta su La7 dall’ex Tribunale di Padova (ora Centro Culturale San Gaetano) dopo tre giorni di prove aperte, il debutto de La macchina del capo. Episodi vecchi e nuovi s’intrecciano in una specie di viaggio in Italia attraverso lo sguardo di un bambino e la sua fretta di crescere. Un regalo per i tanti appassionati del genere e un assaggio antologico per i neofiti e per i più giovani, che continuano ad affollare gli appuntamenti con Paolini. Sul palco anche Lorenzo Monguzzi, che con lui ha creato canzoni ispirate alle filastrocche di Rodari e alle melodie composte da Carpi per il Pinocchio di Comencini.
Sempre nel 2009 il riallestimento e la nuova tournée di Miserabili. Il 9 novembre lo spettacolo va in onda dal porto di Taranto in diretta tv su La7. «Miserabili», spiega Paolini, «è anche uno spettacolo di pensiero, di faticosa ricerca di un pensiero tra frammenti di esperienza, di intuizioni ed errori di valutazione. Rispetto a tre anni fa ci sono molti più interlocutori disposti a ragionare su questo ed è stimolante pensare che il lavoro fatto finora sia punto di partenza per altro teatro...».

Nella primavera 2009 presenta il recital Par vardar, un viaggio nei dialetti e nei paesaggi dei poeti veneti. Intanto lavora a un progetto intorno alla figura di Gaileo Galilei, che “debutta” in estate. Un percorso di crescita soprattutto attraverso il confronto con gli studenti. Non a caso il titolo è Itis Galileo. A loro, in primo luogo, Paolini pone le domande di fondo di questo lavoro: la crisi della ragione, i limiti della scienza, la possibilità di una morale laica, in una discussione aperta tra fede, ragione e superstizione. Con l’obiettivo di coinvolgere nel ragionare, non solo nel raccontare, va in scena «un dialogo, anche se non proprio sopra i massimi sistemi, ma almeno su un “minimo comune multiplo”».
Le sue esperienze cinematografiche con altri registi sono sempre misurate e discrete, lo vedono sbozzare personaggi di forte impronta teatrale anche per brevi partecipazioni.
Alla fine del 2009 va in edicola Il teatro di Marco Paolini in abbinamento a «La Repubblica» e «L’espresso» (7 Dvd con le tre dirette su La7 finora inedite – Miserabili, La macchina del capo, Il Sergente – e alcuni dei successi ormai storici).
Riconoscimenti piccoli e grandi, sempre prestigiosi, testimoniano la stima e l’affetto che il suo lavoro incontra ben aldilà degli ambienti teatrali: dal mondo contadino a quello accademico, dal giornalismo al volontariato. Nel novembre 2010 il Senato accademico dell’Università degli Studi di Padova approva la proposta di conferimento a Paolini della laurea honoris causa in Scienze dello spettacolo e produzione multimediale.

Un pomeriggio di febbraio 2010, prima di entrare nel Teatro Ponchielli dove è in scena con La macchina del capo, se ne va a camminare lungo il Po, per vedere l’onda nera che in quei giorni ammorba il fiume: «“Sono andato lungo il fiume su suggerimento di una cittadina che mi ha invitato ad andare a vedere, meglio a sentire – racconta. – A fianco a me si è fermato uno in motorino e mi ha chiesto: si vede… e io: si sente… ho risposto riferendomi all’odore. Un odore che lui non poteva sentire, assuefatto dall’odore del traffico. Ho pensato che l’onda di idrocarburi riversata nel Po è la stessa onda vischiosa che ammorba il nostro vivere e che non riusciamo più a percepire perché ci siamo immersi dentro”. Cos’è quest’onda, fuori di metafora? “È l’inquinamento ambientale e culturale a cui siamo assuefatti. È la dittatura della convenienza a cui tutti ci stiamo abituando. È la sovraesposizione della politica e dell’economia che ci impedisce di vedere le cose che veramente contano e che hanno a che fare con la nostra vita. È preferire alla vita il lavoro”. Come fare a uscire da questa situazione? “Se lo sapessi… Io mi limito a raccontarlo”» (da un’intervista di N. Arrigoni).

Estratto da: istituto Internazionale per la Ricerca Teatrale

 

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