E che si ponga la parola, FINE

Erano le diciassette del 18 aprile. Rachele Mussolini, estatica, segnava il tempo con il gesto arioso delle mani, Romano con la serenità dei suoi diciott’anni, era seduto al pianoforte nel salotto di villa Feltrinelli e aveva accennato le prime note di Danubio blu. Quando, accorgendosi che suo padre era entrato con il cappotto indosso, pronto per uscire, fece l’atto di alzarsi ma Benito lo trattenne affettuosamente: «No, no, continua a suonare» gli disse. Poi, sorridendo lo prese in giro, sapendolo appassionato di jazz: «Da quando in qua ti piacciono i valzer?» gli domandò, mentre accarezzava i capelli di Anna Maria che, a sedici anni, non si era ancora completamente rimessa dalla poliomielite. «Coraggio Anna Maria, guarisci presto. Guarda che dobbiamo ballare presto questo valzer », la incitò come al solito.
Romano amava suo padre, che era sempre stato pronto a una partita a ping-pong o a una sfida a birilli, che lo aveva scherzosamente soprannominato “Pitagora” per la sua debolezza in matematica e che raramente andava in collera con lui, come era accaduto il giorno in cui aveva abbandonato la chitarra sulle scale e il padre vi aveva affondato un piede.
Nonostante l’intuito dell’affetto, né Rachele né i ragazzi sentirono nelle parole di Benito un senso di addio. D’altronde aveva detto solamente che andava a Milano per una riunione e che sarebbe ritornato presto.

I suoi, come anche Claretta, non avevano dato abbastanza peso al profondo rancore che egli provava per i Tedeschi. «A Salò non so mai niente – aveva detto proprio quel mattino al conte Mellini, con l’astio che lo rodeva – controllano ogni mio contatto! Non posso governare l’Italia da questo maledetto buco!» E aveva continuato un pezzo a sfogarsi.

Da mesi, in un vertiginoso ritorno agli ideali dei suoi vecchi tempi precedenti al fascismo, aveva cercato di fare della repubblica di Salò uno Stato socialista, e aveva preparato con Angelo Tarchi, suo ministro delle Corporazioni, i piani per la socializzazione di ogni ramo dell’industria. Ma, relegato a Salò e con quella larva di governo, i suoi sforzi per un effettivo contatto con i lavoratori italiani erano ostacolati oltre che dai Tedeschi, anche dai comunisti e dagli industriali milanesi. Aveva deliberato alla fine di uscire dalle strettoie. A Milano, il 20 aprile avrebbe annunciato la legge per la socializzazione delle imprese: un altro passo verso una fine in bellezza.

È mezzogiorno nel palazzo prefettizio di Milano. Il prefetto Mario Bassi che da mesi incitava Mussolini a prendere posizione contro i Tedeschi, si fregava le mani soddisfatto. Dal Garda il segretario gli aveva appena telefonato, il messaggio in codice: «Il pacco è stato spedito». Bassi aveva capito, poiché aveva convenuto la parola d’ordine con Mussolini stesso. Egli dimentico della promessa fatta a Claretta e sfidando il generale Wolff, al quale aveva rassicurato che non si sarebbe allontanato dal lago, partiva per Milano.

Rachele non immaginava che quindici giorni prima il Kriminalinspektor Otto Kisnatt avesse ricevuto da Berlino un ordine – tremendo per i suoi sottintesi – che egli avrebbe rigorosamente eseguito: «Se tentasse di entrare in Svizzera, lei deve impedirglielo facendo, se necessario, uso delle armi».

Adolf Hitler era quindici metri sottoterra nel suo bunker di Berlino, a più di ottocento chilometri di distanza, e non ne sarebbe riemerso mai più. Ma “Karl-Heinz” – così gli uomini di scorta chiamavano Mussolini – era prigioniero del Führer più di quanto lo fosse stato mai.

Nell’appartamento in cui si era insediato, tre stanze al primo piano di palazzo Monforte, sede della prefettura, Mussolini era solo. I suoi occhi cerchiati di rosso fissavano senza vederli gli affreschi del soffitto con i miti romulei, i fasci tessuti nel folto tappeto, i fregi dorati dei mobili di mogano. Nè si accorgeva del chiaro mezzogiorno di quel martedì 24 aprile. Aveva lasciato le rive del Garda da sei giorni appena e ormai vedeva soltanto il tramonto amaro di un miraggio, in cui aveva riposto tutte le sue speranze e le sue forze.

Il 23 aprile il vicesegretario del Partito, Pino Romualdi, inviato da Mussolini a ispezionare il fronte, era ritornato coperto di polvere, gli abiti chiazzati di sudore, gli occhi arrossati e aveva riferito la vera situazione. Sulle prime gli era riuscito di dire appena, soffocato di stanchezza e di emozione: «È un disastro. Non resta più niente».
«Dovete ordinare l’immediato ripiegamento sulla Valtellina – sollecitò – il comando tedesco non esiste più».
«Si dice che la gente getti fiori agli Alleati – divagò Mussolini con perplesso disagio – non può essere vero!»
«Purtroppo è vero. La gente è sempre disposta a dare il benvenuto a chiunque porti tranquillità» rispose cupo Romualdi. Osservò che Mussolini era troppo mortificato per rispondere.

Con aria indolente Mussolini prese in mano il giornale del mattino. Dal suo bunker nella Wilhelmstrasse, Hitler aveva emesso un’altra delle pazze arringhe: «La lotta per l’essere e il non essere ha raggiunto il suo punto culminante. Impiegando grandi masse e materiali, il bolscevismo e il giudaismo si sono impegnati a fondo per riunire sul nostro territorio le loro forze distruttive, al fine di precipitare nel caos il nostro continente…» continuò a leggere, ipnotizzato come se udisse per l’ultima volta salire e scendere nel monologo quella voce aspra che tanto spesso aveva avuto nell’orecchio: al Brennero, a Feltre, a Rastenburg «…in questo momento storico in cui si decidono le sorti dell’Europa per i secoli a venire…».

Il piccolo, paffuto monsignor Galli ridiscese e si avviò solerte allo studio del cardinale.
«Tutto è a posto, Eminenza», disse. Ma si accorse che Schuster non lo aveva udito, e neppure don Bicchierai e don Terraneo. Tendevano l’orecchio a un rumore diffuso, che si avvicinava sempre di più, finché l’urlo delle sirene sembrò vibrasse fra le stesse pareti del vecchio palazzo di pietra. Da piazza Fontana, e rapidamente dovunque lungo i duecentoquarantasei chilometri di rotaie della città, i tram si dirigevano ai depositi.
L’insurrezione di Milano era incominciata.

Mussolini stava per affrontare i suoi giudici, in un’aula e su uno sfondo inconsueto: fra le pareti tappezzate di damasco cremisi, nella sala delle udienze del cardinale Ildefonso Schuster, dove otto poltrone erano disposte a semicerchio di fronte a un divano di tessuto felpato rosa. Cessato lo sferragliare dei tram, nessun suono saliva da Piazza del Duomo attraverso le finestre leggermente schermate dalle tende di pizzo.
Il cardinale, accompagnato dai segretari, gli mosse incontro sul pavimento di noce lucidato a cera, Mussolini aveva l’atteggiamento accattivante, un poco incerto di chi non è abituato a chiedere favori. Ma questo incontro faccia a faccia con i capi della Resistenza era l’ultima risorsa per lui.

Sulla mensola del caminetto l’orologio di marmo bianco striato di grigio segnava già le diciotto, Mussolini era giunto all’arcivescovado da quasi tre ore. Aveva preferito non informare di quel passo i gerarchi, salvo Paolo Zerbino ministro degli Interni, Francesco Barracu suo sottosegretario e il prefetto Mario Bassi, che erano lì tutti e tre a disagio mentre giungevano i capi partigiani. Anche il maresciallo Graziani era stato convocato all’ultimo momento.

Quelle tre ore di attesa erano state lunghe per il Duce, gli era sembrato che i partigiani non sarebbero mai arrivati. Il cardinale era stato ospitale, nella tradizione benedettina, aveva insistito perché accettasse un bicchierino di rosolio e un biscotto, ma la conversazione languiva. Ildefonso Schuster gli aveva detto, senza minimizzare, che era stato servito male dai suoi gerarchi, comunque doveva considerarsi il maggior responsabile di tutto quanto era accaduto. Egli non credeva, questo era chiaro, che il Duce potesse radunare neppure tremila uomini disposti a seguirlo in Valtellina «Non illudetevi, Duce… le camicie nere che vi seguiranno non sono che trecento», gli aveva detto con scettico realismo.

I capi del Comitato di Liberazione erano entrati nel palazzo con la diffidenza di una guardinga ostilità, le S.S. sostavano nel cortile acciottolato e avevano sistemato le mitragliatrici sotto i portici, ai piedi della statua corrosa di Sant’Ambrogio, patrono della città. Sulle prime quindi, i patrioti avevano sospettato una trappola, poi giunti nell’anticamera si erano accorti che anche i compagni di Mussolini erano sulle difensive. Gian Riccardo Cella si era avvicinato a Cadorna, per fargli intendere l’urgenza di una soluzione pacifica, ma l’imponente generale con un’espressione di fastidio sul volto angoloso lo aveva inchiodato con un: «Vada al diavolo!». Al liberale Filippo Jacini, che indugiava nell’anticamera, si era avvicinato il sottosegretario Barracu che, con suo grande stupore, gli aveva sussurrato: «Uniamoci in blocco contro i Tedeschi!».
«È un po’ tardi per questo, ora!» aveva risposto Jacini, glaciale.

Achille Marazza, arrivando con Cadorna, aveva osservato quello che si aspettava: l’unico esponente della sinistra che fosse presente era Riccardo Lombardi, con i suoi capelli a spazzola, la sagoma di vogatore, gli occhiali sempre sul naso. Apparteneva al Partito d’Azione ed era già designato prefetto di Milano.
Ma il suo capo, Leo Valiani, gli aveva dato per la circostanza, istruzioni di una imprescindibile chiarezza: «Mussolini non è nella posizione di porre condizioni. Non si parli d’altro se non, esclusivamente di resa. E per non più di un’ora».
L’ultimo a unirsi al gruppo fu Giustino Arpesani. Poiché Schuster, per la forma, procedeva alle presentazioni, il liberale sogguardando Mussolini bisbigliò a Cadorna «Dobbiamo stringergli la mano?». «Beh, io l’ho fatto», ammise il generale. Perplesso, Arpesani lo imitò.

L’esile cardinale propose con discrezione di lasciarli soli, ma poiché il Duce lo pregò di rimanere accettò di buon grado. Il prelato temeva in cuor suo che accadessero atti di violenza in quella sala. Rimase seduto sul divano, Mussolini alla sua destra, gli altri – Cadorna, Arpesani, Marazza, Lombardi, Graziani, Zerbino, Barracu, Bassi – erano di fronte a loro in semicerchio, rigidi, intransigenti.

Mussolini con un’espressione del volto dura e chiusa, diede l’avvio alla seduta. «E così, avvocato, che cosa ha da propormi?», domandò seccamente a Marazza, e a tutti parve il maestro in cattedra a Gualtieri, nell’atto di chiedere una spiegazione ai scolaretti indisciplinati. Lo sguardo di tutti si posò su Marazza, tacitamente affidandogli il compito di portavoce.
L’avvocato rispose con calma: «Veramente le mie istruzioni sono molto precise e limitate. Io non ho che da chiedere, ed eventualmente accettare, la sua resa senza condizioni».
Il Duce trasalì sotto il colpo, sbarrando gli occhi. Gonfiò visibilmente il petto, la sua mano abbrancò il bracciolo del divano come un artiglio.
«Non per questo sono venuto qui!», disse alzando la voce. Espose con alterigia le sue condizioni: salvacondotti per le famiglie dei fascisti, trattamento da prigionieri per i componenti le brigate fasciste, secondo la convenzione dell’Aja; protezione, in base alla legge internazionale, per i diplomatici accreditati. Proseguì tanto a lungo che Lombardi intervenne a tagliare corto: «Su tali formalità siamo autorizzati a trattare».
Il generale Cadorna non la pensava allo stesso modo. Memore delle feroci rappresaglie delle Brigate Nere di Pavolini, chiarì con enfasi che non intendevano estendere ai criminali di guerra le garanzie assicurate dagli Alleati ai prigionieri. Cadde un silenzio pesante.
Il maresciallo Graziani balzò bruscamente in piedi e, guardando Mussolini come se volesse richiamarlo a un preciso dovere, protestò: «Noi non firmeremo un accordo all’insaputa dei Tedeschi perchè la fedeltà all’alleato è titolo d’onore».
«Su questioni d’onore non abbiamo bisogno di lezioni da voi!», lo rintuzzò fermamente Marazza, poi dominandosi proseguì: «Non sembra che i Tedeschi abbiano avuto lo stesso scrupolo…».

Nello sbalordimento che seguì egli lanciò la notizia, con l’effetto di una bomba: nell’anticamera, poco prima della riunione, don Giuseppe Bicchierai aveva rivelato a lui e a Cadorna che i negoziati del generale Wolff per la resa tedesca erano quasi un fatto compiuto. Il cardinale, arrossendo di disagio, dovette chiamare don Giuseppe Bicchierai perché confermasse la notizia.
Tranquillamente, il sacerdote ripeté qualche brano della conversazione che il giorno prima aveva avuto con il colonnello Walter Rauff, inviato di Wolff a Milano. I Tedeschi, concluse, si erano offerti perfino di disarmare i fascisti prima dell’arrivo degli Alleati.
Mussolini pareva colpito da una scarica elettrica.

«Per una volta tanto – proruppe – si potrà dire che la Germania ha pugnalato alla schiena l’Italia. Ci hanno sempre trattati da servi… e alla fine mi hanno tradito!… E alla fine mi hanno tradito!», ripeté furiosamente. Schuster cercò di calmarlo, allegando che la resa non era ancora firmata, ma Mussolini non si placò. «Iniziare negoziati alle mie spalle è già tradimento!» recriminò con cipiglio.
I capi della Resistenza lo guardarono quasi affascinati. Giustino Arpesani avrebbe sempre ricordato il tragicomico atteggiamento grandioso del Duce, le guance non sbarbate, gli stivali polverosi. Lombardi osservò la macchia di latte sul risvolto dell’uniforme, sentendo una vera repulsione a quel contatto con lui nella stessa stanza: per causa sua, fra poco avrebbero combattuto e sarebbero morti per le vie uomini dello stesso sangue. Cadorna, sulle prime, sentì «la pietà di ogni essere umano per un uomo caduto dal suo piedistallo», ma poi il suo animo s’indurì: era un uomo che aveva sacrificato tutto alla propria ambizione. Per causa sua l’Italia, in tutta la sua estensione, era calpestata dallo straniero.

Il cardinale vedeva la situazione sfuggire al suo controllo. Il rancore di Mussolini era incontenibile; egli non riusciva a pensare ad altro, tanto era dominato dalla determinazione di incontrare i Tedeschi e buttar loro in faccia il tradimento. Schuster lo implorò di moderarsi: era in nome della Chiesa che egli si era impegnato al segreto. Graziani non fiatava, il suo volto era una maschera inerte. Marazza sollecitò Mussolini: non vi era tempo da perdere, i partigiani stavano liberando una dopo l’altra le città della Lombardia.

Gian Riccardo Cella meditava preoccupato, era sembrato che tutto promettesse bene, e invece tutto andava a catafascio. Lungo il tragitto di ritorno Mussolini taceva, in preda a un tremito convulso, come un uomo colpito da un trauma. Quando la macchina varcò i cancelli della prefettura, sembrava fuori di sé.
Alle diciannove e trenta di quella memorabile sera, il caos invase la prefettura.

Non lontano, al palazzo arcivescovile le cose non andavano molto meglio. I patrioti riuniti nell’anticamera in piccoli gruppi, inquieti, con tensione crescente sotto il peso dei minuti, attendevano la risposta promessa da Mussolini entro un’ora.

Alla prefettura le discussioni continuavano altrettanto infiammate. Mussolini si appigliò a un nuovo cambiamento di programma: prendere tempo, si sarebbero diretti verso il lago di Como e di là forse avrebbero continuato i negoziati per il tramite di Schuster.
Sino alla fine Mussolini si fermava sulla soglia a guardare gli eventi senza la forza necessaria a una risoluzione netta e definitiva.
«Dove andiamo?» chiese qualcuno.
«Dio solo lo sa. Forse verso la morte», rispose Fernando Mezzasoma, il ministro della Cultura Popolare inconsapevolmente profetico.

Tutti, qualunque fosse il loro stato d’animo, avevano una gran fretta. In disparte, il comandante Borghese guardava lo spettacolo indescrivibile: benchè il cortile avesse una sola uscita, più di trenta macchine e autocarri furono messi in fila con la celerità e la sicurezza di manovra dei più abili meccanici in un’autorimessa, pochi attimi ed erano partiti al seguito del Duce e della scorta tedesca.

Borghese fu solo nel cortile vuoto, una foglia in una radura spazzata da una folata di vento.
Proprio in quel momento – ricordò poi il ministro Piero Pisenti – nel palazzo deserto incominciarono a trillare i telefoni, echeggiando nei corridoi abbandonati: erano chiamate urgenti di prefetti e federali dagli ultimi bastioni del fascismo, che chiedevano quali fossero gli ordini del Duce.
Nel suo ufficio, Mario Bassi sollevò il ricevitore: don Giuseppe Bicchierai chiamava dall’arcivescovado. Chiedeva di sollecitare la risposta di Mussolini: i capi partigiani incominciavano a spazientirsi. Bassi fu di poche parole: «Il Duce è partito. Non ha nient’altro da comunicare».

Scendeva la sera, nell’anticamera dell’ufficio del sacerdote i membri del Comitato di Liberazione in gruppo parevano giornalisti in attesa delle ultime notizie. Quando don Giuseppe Bicchierai li informò, un sorriso aleggiò lentamente sul volto di Leo Valiani. Uno dei presenti osservò che pareva «calmo come un apostolo». Fra tutti i capi della Resistenza, egli fu forse il primo a rendersi esattamente conto del significato che la fuga di Mussolini assumeva.
L’ultimatum era scaduto. Il Duce si era posto fuori legge.

Erano le tre di una notte buia, pochi minuti prima il colonnello Alfredo Malgeri, comandante delle Guardie di Finanza di tutta la Lombardia, aveva risposto al telefono del suo ufficio di Milano. All’apparecchio aveva riconosciuto in un bisbiglio la voce del maggiore Egidio Liberti, uno degli uomini dello Stato Maggiore di Cadorna: «Sono Collino. Stanotte dobbiamo operare; fra mezz’ora riceverà l’ordine scritto. In bocca al lupo».
La staffetta giunse con l’ordine scritto di pugno da Leo Valiani, il cinquantatreenne colonnello Malgeri lo lesse pensoso: «La Guardia di Finanza ha l’ordine formale di impossessarsi entro la notte della prefettura di Milano…».
Dietro le finestre protette da sacchetti di sabbia, nella caserma il cui accesso era difeso da filo spinato, Malgeri stabilì con i suoi ufficiali l’ora e i particolari dell’attacco. Per assalire la prefettura, una delle rocche urbane, i quattrocento uomini di Malgeri dovevano percorrere la città in cui pullulavano dodicimila tra fascisti e tedeschi e chiudere l’accesso alle nove strade adiacenti, per isolare il palazzo.
«È un suicidio» borbottò un maggiore. Malgeri non fiatò, perché non osava dargli torto.
Si mossero alle quattro: i quattrocento uomini in grigioverde con le fiamme gialle sul colletto camminavano pesantemente, il volto cupo, nel brivido dell’alba che si annunciava all’orizzonte. Ogni strada, ogni vicolo con il suo velo di nebbia poteva nascondere un’insidia; con la bocca riarsa, gli uomini rispettavano il silenzio che incombeva su di loro. In corso Monforte, non lontano dalla prefettura, una mitragliatrice gracchiò: ginocchio a terra, le guardie del colonnello Malgeri risposero con i moschetti. Poi accadde l’insperato il crepitio della mitragliatrice si spense e un momento dopo si rendevano conto di essere giunti incolumi, al palazzo prefettizio.
«Avanti, ragazzi!» gridò il piccolo, coraggioso colonnello. Senza indugiare irruppero nel cortile dove appena nove ore prima Mussolini aveva dato la parola d’ordine «A Como!». Ma nelle cantine gli uomini di Malgeri trovarono soltanto cinque tremanti impiegati civili. Comunque avevano una consegna: stanare i fascisti e i Tedeschi. L’azione era incominciata ovunque.

Le strade si destarono al rumoreggiare di autocarri partigiani, le bandiere rosse e tricolori al vento come una sfida; si vide qualche burlone in vecchi costumi carnevaleschi di diavolo e di indiano.
Non tardarono gli aspetti crudeli dell’insurrezione. Chi vide non dimenticò mai più, presso la Scala, un tronco umano senza testa, con un fiasco di Chianti sconciamente infilato nella trachea. Giaceva sul marciapiede, capofila dei molti che sarebbero morti quel giorno.
L’alba sbiancava il cielo, migliaia di uomini, controllata l’ora esatta, si mossero secondo gli ordini, a fare quello che dovevano: penetrarono veloci e silenziosi nelle caserme, nei posti di polizia, negli uffici telegrafici di tutta la città.
Nella sala da pranzo del lussuoso Hotel Principe e Savoia, Karl kuno Overbeck e altri diplomatici tedeschi sbarrarono gli occhi, a bocca aperta: i camerieri in giacca bianca che avevano appena servito il caffè arretrarono tutti insieme verso le pareti, quasi a un segnale invisibile. Le mani scattarono nel ritmo concorde dei gesti: le cravatte nere scomparvero, i fazzoletti rossi le sostituirono come per incanto. Un partigiano barbuto irruppe, con la pistola in pugno. «Non muovetevi! Mettete le mani dietro al collo» ordinò ai Tedeschi impietriti.
Nello stesso momento, un piccolo convoglio di auto e di autocarri si dirigeva alla stazione della radio di Porta Ticinese. Ne discesero in silenzio quindici uomini in abiti civili, armati di Thompson e pistole Beretta, si infilarono a spallate nella porta a bussola. Prudentemente, i funzionari fascisti del turno di notte non opposero resistenza. Il partigiano Corrado Bonfantini, comandante dei mille uomini della Brigata Matteotti, salì a due a due gli scalini sino al quarto piano, alla sala di trasmissione. Appena la sirena suonò a distesa – era il segnale che i punti chiave della città erano ormai nelle mani dei partigiani – Bonfantini afferrò il microfono. Da Taranto al confine svizzero milioni di Italiani, con il batticuore di una emozione improvvisa, udirono il suo grido carico di passione.

«Qui parla Corrado
e saluta da Milano liberata.
Tutto il popolo italiano
finalmente libero!…»

Posò lentamente il microfono, le lacrime gli scorrevano sul viso.
Il momento era troppo grande per le parole.

 

Estratto del libro “Duce! Duce! – Ascesa e caduta di Benito Mussolini” di Richard Collier, U. Mursia & C., 1971

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