Perchè la guerra?

C’è chi ti regala un sorriso
senza tanti perchè

e c’è chi te lo toglie
spesso per futili motivi

Perchè la guerra?

…Com’è possibile che la minoranza ora menzio­nata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? […] Una risposta ovvia a questa do­manda sarebbe che la minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e perlopiù anche le organizza­zioni religiose. Ciò le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica.
Pure, questa risposta non dà neanch’essa una soluzione completa e fa sor­gere una successiva domanda: com’ è possibile che la massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti fino al furore e all’olocausto di sé? É possibile dare una sola risposta. Perché l’uomo ha entro di sé il piacere di odiare e di distrug­gere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circo­stanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva……

Albert Einstein

…Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza, presso cui la coerci­zione e l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piace­rebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione.
Intanto, essi sono diligentemente armati, e non ultimo modo in cui tengono insieme i loro seguaci è il ricorso all’odio contro tutti coloro che rimangono al di fuori. D’altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra.

Fa parte dell’innata e ine­liminabile disuguaglianza tra gli uomini la loro distinzione in capi e seguaci.
Questi ultimi sono la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale perlopiù si sottomettono incondizio­natamente. Richiamandosi a questa realtà, si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora, all’educazione di una categoria supe­riore di persone indipendenti di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali spetterebbe la guida delle masse prive di auto­nomia.

Perché ci indigniamo tanto contro la guerra [..] perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, piena­mente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile. Non inorri­disca perché pongo la domanda. Ai fini di una disamina si può forse fingere un’impassibilità ben diversa da quella che si prova realmente. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i vari individui in condizioni che li disono­rano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri, distrugge pre­ziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l’antico ideale eroico, e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse entrambi i contendenti.

Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità. Qualcuno dei punti qui enumerati può evidentemente essere discusso: ci si può chiedere se la comunità non debba anch’essa avere un diritto sulla vita del singolo; non si possono condannare nella stessa misura tutti i tipi di guerra; finché ci sono imperi e nazioni che sono pronti ad annientare senza pietà gli altri, questi altri devono essere preparati alla guerra. Ma noi vogliamo sorvolare rapidamente su tutto ciò, giacché non è questa la discussione a cui Lei mi ha impegnato. Ho in mente qualcos’altro, credo che la ragione principale per cui ci indignamo contro la guerra è che non possiamo non farlo. Siamo pacifisti perché dobbiamo esserlo per ragioni organiche: ci è poi facile giustificare il nostro atteggiamento con argomenti.

So di dovermi spiegare, altrimenti non sarò capito. Ecco quello che voglio dire. Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e una buona parte di ciò di cui soffriamo. Le sue cause ed origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili. Forse porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di un modo pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della po­polazione che non quelli altamente coltivati. Forse questo processo è parago­nabile con l’addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; non ci si è ancora familiarizzati con l’idea che l’evolu­zione della civiltà sia un processo organico di tale ordine.

Le modificazioni psichiche che accompagnano l’incivilimento sono evidenti e per nulla equivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsionali e in una restrizione dei moti pulsionali. Sensazioni che per i nostri progenitori erano cariche di piacere, sono diventate per noi indifferenti o addirittura intollera­bili; ci sono fondamenti organici del fatto che le nostre esigenze ideali, sia etiche che estetiche, sono mutate. Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e !’interiorizzazione dell’aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono.

Ora, la guerra contraddice nel mondo più stri­dente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, così che dobbiamo ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più, non è soltanto un rifiuto intellettuale e affettivo, in noi pacifisti è un’in­tolleranza costituzionale, per così dire il massimo della idiosincrasia. E mi sembra vero che le degradazioni estetiche della guerra non hanno nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà.
Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fat­tori – l’atteggiamento sempre più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alla guerra in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo giudicarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

Sigmund Freud


Estratti dello scambio epistolare tra Albert Einstein (fisico, 1879-1955) e Sigmund Freud (psicoanalista, 1856-1939) avvenuto  nell’ambito di un dibattito epistolare sulla guerra e la pace promosso nel 1932 dalla Società delle Nazioni.
(Testi completi)

La corrispondenza tra Einstein e Freud viene pubblicata a Parigi nel 1933. mentre la sua diffusione viene proibita in Ger­mania. I due corrispondenti, grandi scienziati, negli anni successivi sareb­bero stati costretti ad abbandonare il loro paese per le persecuzioni razziali.


 

Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro. Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future. Gino Strada, fondatore di Emergency

Il fatto che la guerra abbia segnato il nostro passato non significa che debba essere parte anche del nostro futuro.
Lavorare insieme per un mondo senza guerra è la miglior cosa che possiamo fare per le generazioni future.

Gino Strada, fondatore di Emergency

 

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà dei popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Articolo 11 della Costituzione italiana

 

EMERGENCY

Emergency è un’associazione umanitaria italiana, fondata nel 1994 a Milano da Gino Strada e dalla moglie Teresa Sarti, insieme a Carlo Garbagnati e Giulio Cristoffanini per portare aiuto alle vittime civili delle guerre e della povertà.
È un’organizzazione non governativa (ONG), di utilità sociale senza scopo di lucro (ONLUS), attiva anche in Italia è andata diffondendosi in altri Stati e dal 2006, Emergency è partner ufficiale del Dipartimento dell’informazione pubblica delle Nazioni Unite.

Emergency offre cure mediche e chirurgiche gratuite e di alta qualità, è intervenuta in 16 paesi costruendo strutture sanitarie di emergenza, di primo soccorso, di riabilitazione, di medicina di base, ristrutturando ed equipaggiando quelle già esistenti, su sollecitazione delle autorità locali e di altre organizzazioni.

Promotrice dei valori di pace, ha lottato fino a portare l’Italia a mettere al bando le mine antiuomo, ordigni micidiali definiti un’arma di distruzione di massa ad azione lenta, giacciono silenti per anni finchè qualcuno ignaro non ne innesca il meccanismo esplosivo.

Ripudia la guerra e in tal senso ha promosso campagne di sensibilizzazione depositando alla Camera dei deputati nel 2003 una legge di iniziativa popolare “Norme per l’attuazione del principio del ripudio della guerra sancito dall’articolo 11 della Costituzione e dallo statuto dell’Onu”.

Rivendica una sanità basata sull’equità, sulla qualità e sulla responsabilità sociale, nel 2008 insieme ad alcuni paesi africani ha elaborato il Manifesto per una medicina basata sui diritti umani secondo il principio del “diritto ad essere curato”, un diritto fondamentale e inalienabile appartenente a ciascun membro della famiglia umana.

Condivide le idee e i valori che ispirano il suo lavoro, nel 2010 ha elaborato il documento “Il mondo che vogliamo” per fare il punto su quali sono i valori di una società civile veramente democratica.

 

«L’unico modo per far finire la violenza
è smettere di usarla»

Gino Strada

 

 

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