Pierrot. Molière e il Malato immaginario

PIERROT

Pierrot è furbo ma sentimentale, é sicuramente il più intelligente dei servi.
Svelto nel linguaggio, critica gli errori dei padroni e spesso finge di non capire i loro ordini, anzi li esegue al contrario, non per stupidità ma perché li ritiene sbagliati.
La pigrizia gli impedisce  di muoversi come gli altri personaggi della Commedia dell’arte.

Come nasce Pierrot

Il nome “Pierrot” è un francesismo che deriva dal personaggio italiano della Commedia dell’Arte Pedrolino, uno dei primi Zanni, interpretato, nella più celebre compagnia teatrale italiana, la Compagnia dei Gelosi, da Giovanni Pellesini, alla fine del ’500.

Da personaggio diabolico-farsesco della tradizione popolare francese, viene a modificarsi poi nel famoso personaggio romantico grazie al mimo Jean-Gaspard Debureau, egli definì il costume che dopo di lui fu tipico di Pierrot.

Larghi pantaloni
di lucida seta bianca,
lunga casacca
guarnita di grossi bottoni neri,
ampio colletto,
papalina sul capo,
volto pallido
e un’espressione triste:
questo è Pierrot.      

   Innamorato malinconico e dolce
   pallido e languido
   spesso una lacrima
   gli scende sul viso,
   forse perchè
   a un piatto di minestra
   preferisce
   una romantica serenata
   eseguita sulla mandola
   sotto le finestre
   della sua bella.

LA COMMEDIA DELL’ARTE
IN EUROPA

La Commedia dell’Arte nel 500 entusiasmò non soltanto il pubblico delle piazze ma anche quello dei palazzi, per cui ben presto i comici italiani furono chiamati presso le corti d’Europa, e in particolare, presso la corte francese dove dopo circa un secolo di nomadismo, le migliori compagnie trovarono una sede stabile, assumendo il nome di Comédie Italienne. Comincia così quel processo di francesizzazione in cui gli studiosi vedono una delle cause principali del declino inesorabile che porterà la Commedia dell’Arte in un vicolo cieco di formule vuote e ripetitive.

Il seicento francese è segnato in modo determinante da Molière: attore, autore, capocomico, creatore della commedia di carattere.
Jean Baptiste Poquelin era un attore che componeva testi per la sua compagnia; poi divenne Molière, beniamino del Re Sole e allievo del grande comico italiano Tiberio Fiorilli, in arte Scaramuccia o Scaramouche. In un tempo in cui imitazioni e rifacimenti sono di largo uso (il che non impedisce ai critici di gridare continuamente al plagio) Molière “prende il suo bene” dovunque lo trovi, ma lo cerca soprattutto negl’intrecci, nei tipi, nelle maschere della Commedia dell’Arte e della commedia “sostenuta” degli Italiani.

L’opera di Molière, che trasforma la commedia  d’intreccio in commedia di carattere, parte dall’osservazione della natura umana. I suoi personaggi sono presi dalla realtà con quel tanto di caricaturale che serve il teatro e quel tanto di vero che serve la satira. Teatro comico ma anche denuncia delle debolezze umane e dei mali della società.
Fra i suoi capolavori ricordiamo L’Avaro, Il malato immaginario, Il Misantropo, Tartufo, Il borghese gentiluomo.

Molière può essere considerato a tutti gli effetti il precursore di quel rinnovamento teatrale che comincerà ad esprimersi compiutamente solo un secolo dopo, con Carlo Goldoni, fino a raggiungere la piena maturità nel teatro di Anton Cechov. Anche l’italiano Dario Fo indicherà Molière tra i suoi maestri e modelli.

Usi e costumi del tempo:

Molière morì il 17 febbraio 1673 di tubercolosi mentre recitava Il Malato immaginario; aveva recitato a fatica, coprendo la tosse – si dice – con una risata forzata, morì durante la notte tra le braccia di due suore che lo avevano accompagnato a casa. Poichè egli indossava un abito verde, in Francia nacque la superstizione di non indossare più questo colore in scena.
In Italia la superstizione si basa, invece, sul colore viola, colore dei paramenti liturgici usati durante i quaranta giorni quaresimali durante i quali nel Medioevo venivano vietati tutti i tipi di rappresentazioni teatrali e di spettacoli pubblici che si tenevano per le vie o le piazze delle città.

Il giorno dopo, il curato della parrocchia di sant’Eustachio rifiutò alla salma dell’attore l’inumazione in terra consacrata, giusta la scomunica che da sempre colpiva gli attori, o più precisamente quelli che non facevano in tempo a rinnegare in punto di morte il loro passato e la loro professione.
Per intercessione del Re presso l’Arcivescovo, venne aggirato il divieto e uno strappo alla regola fu consentito a condizione che i funerali avessero luogo di notte, senza concorso di pubblico, e in assenza di sacerdoti.  Molière venne così sepolto nel cimitero di Saint-Eustache, ma ad una profondità di più di quattro piedi, misura che fissava l’estensione in profondità della terra consacrata.
Oggi la tomba di Molière si trova nel noto cimitero parigino di Père-Lachaise, proprio accanto alla tomba di Jean de La Fontaine.

IL MALATO IMMAGINARIO

Il malato immaginario è uno dei capolavori di Molière, l’ultima commedia scritta dal grande uomo di teatro francese, che rivela una straordinaria ricchezza: è una farsa all’antica colma di eccellenti spunti comici da cui trapela allo stesso tempo la visione del mondo disillusa e disincantata di un Molière che aveva smarrito, al termine della sua esistenza, la fiducia in se stesso e nei suoi simili.

Padre di una bella figlia, marito di una donna avida e fedifraga, e vittima di uno sciame di dottori avvoltoi, salassatori e ciarlatani, Argante è il malato immaginario del titolo, un personaggio che Molière cucì magistralmente su di sé, ma che riuscì ad interpretare solo per quattro recite: morì infatti venerdì 17 febbraio 1673, pochi minuti dopo la chiusura del sipario. Per questo ancora oggi Il malato immaginario è un testo che rimane circonfuso da un alone di sacralità teatrale, con il quale si sono misurati registi e attori importanti come De Lullo con Romolo Valli, la Shammah con Franco Parenti e Lasalle con Giulio Bosetti.

“Argante è un uomo buono, generoso e innamorato, circondato da un assortimento di pazzi. Un uomo solo, non a causa della sua malattia, ma che soffre di una solitudine esistenziale e questa sua caratteristica rivela il tratto autobiografico della commedia di Molière.” 

di Paolo Bonacelli

Il malato immaginario è senza dubbio lo straordinario testamento di Molière; ce lo lascia da par suo, con gli intrighi di sempre, naufragato nella beffa e nel riso, nel gioco di prestigio tra realtà e finzione, o meglio tra finzione e finzione della finzione, che è l’amara filosofia di tutto il suo teatro.

Il malato immaginario
di Tonino Cervi
Italia, 1979
Genere: Commedia
Cast: Alberto Sordi, Christian De Sica, Ettore Manni, Vittorio Caprioli, Stefano Satta Flores, Bernard Blier, Laura Antonelli, Giuliana De Sio, Marina Vlady, Carlo Bagno, Eros Pagni, Victoria Zinny, Laura Lattuada, Veronica Zinny, David Pontremoli
Produzione: Piero La Mantia per Mars Film pr.
Distribuzione: C.I.C.

Argante è un ricco proprietario terriero convinto di essere malato, in realtà la sua malattia è il mero frutto dell’ipocondria e dell’immaginazione. Il suo stato fobico lo porta a circondarsi di medici di dubbia capacità.
La commedia è ripresa dall’opera originaria di Moliere, che la scrisse per il teatro in tre atti nel 1673. Moliere amava descrivere attraverso i suoi personaggi, l’arretratezza della medicina della sua epoca.

Il contesto storico nel quale si svolge la commedia è la Roma di fine Seicento, una Roma in preda alla povertà e alla violenza mossa dalle rivolte dei contadini affamati. Argante rientra in pieno in questa storia: i contadini in preda all’ira e alla fame invadono la sua casa ed egli non può fare altro che promettere giustizia, richiamando e licenziando il corrotto amministratore delle sue terre che le aveva interamente convertite a pascolo, lasciando così i poveri contadini senza terra da coltivare a grano.
L’amministratore non aveva affatto rispettato il compromesso di convertire soltanto metà delle terre. Argante in fondo, non è altro che un personaggio circondato da gente falsa, la quale non fa altro che tramare alle sue spalle.

Commento: un film che ho visto molte volte alla TV, molto apprezzato per l’ironia, per la verve di Alberto Sordi, un impareggiabile Argante, e per la tematica interessante: l’ipocondria. Una tematica molto attuale in un’epoca in cui si tende a credere nel miracoloso, nella pillola che risolve tutto, nel psicofarmaco come palliativo, nell’apprezzare di più un medico che risolve con una ricetta e non piuttosto con un dialogo.
Molti anni fa il medico di famiglia mi disse che i migliori medici siamo noi stessi. Se non siamo in grado di capire e di riferire i sintomi che il nostro corpo ci trasmette, al medico non resta che tirare a indovinare. Con ciò voleva farmi capire che dobbiamo essere protagonisti della nostra salute e non vittime.

Il malato stupisce e il medico lo…
Lo guarisce!
No. Lo cura.

 

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