La leggenda dell’abete di Natale

In un remoto villaggio di campagna, la Vigilia di Natale un ragazzino si recò nel bosco alla ricerca di un ceppo di quercia da bruciare nel camino, come voleva la tradizione della notte Santa. Ma si attardò più del previsto, e sopraggiunta l’oscurità non seppe ritrovare la strada per tornare a casa. Per giunta incominciò a cadere una fitta neve.
Il ragazzo si sentì assalire dall’angoscia e pensò a come nei mesi precedenti aveva atteso quel Natale, che forse non avrebbe potuto festeggiare.
Nel bosco ormai spoglio di foglie, vide un albero ancora verdeggiante e si riparò sotto di esso: era un abete. Sopraggiunta una grande stanchezza, il piccolo si addormentò raggomitolandosi ai piedi del tronco e l’albero, intenerito, abbassò i suoi rami fino a far loro toccare il suolo in modo da formare come una capanna che proteggesse dalla neve e dal freddo il ragazzino.
La mattina si svegliò e sentì in lontananza le voci degli abitanti del villaggio che si erano messi alla sua ricerca. Uscito dal suo ricovero, poté con grande gioia riabbracciare i suoi compaesani. Solo allora tutti si accorsero del meraviglioso spettacolo che si presentava davanti ai loro occhi: la neve caduta nella notte posandosi sui rami frondosi, che la pianta aveva piegato fino a terra, aveva formato dei festoni, delle decorazioni e dei cristalli, i quali alla luce del sole che stava sorgendo apparvero come luci sfavillanti, di uno splendore incomparabile.

In ricordo di quel fatto, l’abete venne adottato a simbolo del Natale e da allora in tutte le case viene addobbato e illuminato, quasi per riprodurre lo spettacolo che gli abitanti del piccolo villaggio videro in quel lontano giorno. Gli abeti nelle foreste inoltre, mantennero da allora la caratteristica di avere i rami pendenti verso terra.

…l’amare, il condividere, il dare,
non sono da mettere da parte
come i campanellini, le luci
e i fili d’argento in qualche
scatola su uno scaffale.
Il bene che fai per gli altri
è bene che fai a te stesso.

Norman Brooks,
Che ogni giorno sia Natale, 1976

L’albero di Natale, culti pagani

L’albero di Natale che allestiamo, è il classico abete o peccio. Botanicamente appartiene alla grande classe delle conifere e alla famiglia delle pinacee. Nell’areale montuoso europeo le specie più diffuse sono l’abete rosso (Picea abies) e l’abete bianco (Picea alba). Ambedue simboleggiano il Natale nei paesi nordici, sia protestanti che cattolici.

Negli anni passati, questa tradizione è stata sempre osteggiata dalla chiesa romana per la sua origine pagana. L’abete, infatti, va ricollegato ai culti arborei dove esso (simbolo della vita), la quercia (della forza) e il tiglio (della salute) costituivano la triade cosmologica dell’esistenza.
I remotissimi riti tribali in onore di queste piante, le saghe dei Nibelunghi, dei cavalieri teutonici, degli eroi del Valhalla, il “dies natalis solis invicti dopo il solstizio invernale (relegati alla mitologia, alla letteratura, alle opere wagneriane) furono riesumati in Germania con l’avvento del nazismo. Erano celebrati dalla gioventù hitleriana e dalle S.S. nella Schwarzwald (Foresta nera) per esaltare la stirpe germanica, la forza, lo spirito bellico, la superiorità ariana e il sovrano disprezzo per le razze ritenute inferiori – con le nefaste conseguenze che tutti conosciamo – in antitesi al messaggio evangelico portatore di amore, di pace, di fratellanza.

Tornando al culto arboreo, atavici relitti di questo rito – probabilmente di origine celtica o longobarda – esistono anche nella Valcanale, nell’Isontino, nella Bassa. Si tratta del “vuii” (maggio) albero (abete, quercia o pioppo) che viene innalzato dai coscritti nella piazza del paese la notte dell’ultimo di aprile, con un particolare rito e con un intento puramente folcloristico per simboleggiare il rinnovamento e rinvigorimento della comunità portati dalla gioventù ormai virile. Questa e altre tradizioni legate al mondo vegetale vanno, di anno in anno, scomparendo.

Prende piede, invece, l’albero di Natale, rilanciato dal consumismo per vendere ammennicoli e ninnoli da ornamento e stimolare l’acquisto di regali da appendere ai rami o deporre alla base.
Un tempo sconosciuto dalle famiglie, fu introdotto in Friuli agli inizi del secolo scorso dagli emigranti che lavoravano nei paesi di lingua tedesca. Oggi è diffuso in tutte le regioni del nord. Lo si vede nelle case, sugli ingressi, nei giardini, sfavillante di luci multicolori che creano un effetto cromatico fiabesco.

Ai miei tempi, come albero natalizio, si ornava un ginepro o qualche ramo di conifera (rubacchiata nelle ville padronali) con fiocchi di cotone, qualche pallina di vetro soffiato e i “siops” (agrumi e frutta secca). Solo i benestanti potevano acquistare il tradizionale abete e addobbarlo doviziosamente.

Il presepio

Sotto l’albero si collocava il presepio umile e semplice fatto con una manciata di muschio, un po’ di sabbia, carta stagnola e con i personaggi di pezza, di legno, di cartoccio, sughero, argilla che stimolavano la fantasia, l’inventiva e l’abilità nel costruirli. Pochi i fortunati che avevano statuine colorate di cotto acquistate alle fiere di novembre.
Il Presepio ideato da San Francesco a Greccio, come rappresentazione plastica della nascita di Gesù con riproduzione scenica delle figure, rimase a lungo confinato nei conventi e nelle chiese. L’uso di allestirlo nella case risale alla fine dell’800. Oggi scultori e ingegnosi artigiani creano dei capolavori.

Famosi i presepi artistici di porcellana di Capodimonte, di ceramica di Faenza e, da noi, quelli scolpiti e animati di Sutrio, quello vivente di Ara, senza contare le miriadi e celebri natività pittoriche. Se l’abete ci ricorda le cupe foreste, la neve e le leggende del nord, il Presepio evoca la dolce solarità del paesaggio mediterraneo e l’evento più grande della storia. Ambedue possono coesistere nella calda intimità natalizia del focolare, purché siano espressione di fede e devozione sincere e non sfoggio di benessere.

di Alfredo Orzan, parrocchia S. PIO X (Udine)

 


O Tannenbaum – Charlie Brown Christmas –
Vince Guaraldi (1965)