Il Movimento Hippy

Il 21 agosto 1969 nella città rurale di Bethel (New York), ebbe luogo il Woodstock Music and Art Festival (Festival di Woodstock).
Intorno alla fattoria di Max Yosgur si riunirono per tre giorni mezzo milione di giovani –quattrocentomila secondo altre fonti – provenienti da ogni dove, per un concerto senza precedenti. Sedici ore di musica rock, folk e pop che divenne una celebrazione della musica e della pace.

 

IL MOVIMENTO HIPPY

Negli Stati Uniti, nel corso degli anni sessanta nacque un movimento giovanile che si diffuse in tutto il mondo.
Esso traeva le sue origini da una tradizione di dissenso propria dei primi bohémien e degli hipster, da cui deriva la parola «hippy», ereditando i valori sottoculturali della Beat Generation. Si creò una controcultura con proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare e allargare lo stato di coscienza.

Il 14 gennaio 1967, migliaia di giovani di tutto il mondo si recarono a San Francisco dove ebbe luogo all’aperto lo Human Be-In, un enorme raduno giovanile che rese popolare la cultura Hippy in tutti gli Stati Uniti.
Si preparò così il terreno per la leggendaria Summer of Love tenutasi nell’estate del 1967 sulla costa occidentale degli Stati Uniti, e per il festival di Woodstock nell’estate del 1969 sulla costa orientale.

Ispirandosi ai valori spirituali delle filosofie orientali, gli hippy si caratterizzarono per un abbigliamento dai colori vivi e da decorazioni con fiori. Fu proprio portando a volte fiori tra i capelli e distribuendoli ai passanti, che si guadagnarono il nome di Figli dei fiori. Il significato insito nel loro stile di vita era la ricerca della totale libertà, abbracciando la diversità culturale e religiosa.
In opposizione all’ortodossia politica e sociale sceglievano una mite, e non dottrinaria, ideologia che favoriva la pace, l’amore, la fratellanza e la libertà personale, forse incarnata al meglio dai Beatles nella famosissima canzone All You Need Is Love. “Tutto ciò di cui hai bisogno è l’amore”, una canzone molto ispirata con cui si voleva dare un messaggio al mondo.

Gli hippy si esprimevano attraverso gli slogan come “Mettete dei fiori nei vostri cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonarono in maniera evidente nel periodo della Guerra del Vietnam.

In quegli anni vi fu un fatto che attirò l’interesse dell’opinione pubblica internazionale:

Nell’aprile del 1969 nella cittadina di Berkeley, secondo un progetto dell’Università della California si volevano demolire tutti gli edifici su una superficie di 2,8 acri vicino al campus per costruire campi da gioco e un parcheggio. Dopo un lungo ritardo nell’esecuzione, migliaia di comuni cittadini di Berkeley, commercianti, studenti e hippy presero la questione nelle proprie mani e decisero di piantare alberi, arbusti, erba e fiori per trasformare il sito in un parco, il People’s Park di Berkeley.
L’allora governatore Ronald Reagan ordinò due settimane di occupazione della città di Berkeley da parte della Guardia nazionale californiana.

È in questa occasione che prende corpo lo slogan “Flower Power” (letteralmente il “potere dei fiori”), espressione che viene attribuita al poeta Allen Ginsberg, come simbolo di un’ideologia non violenta. Gli hippy s’impegnarono in atti di disobbedienza civile piantando fiori negli spazi vuoti di tutta Berkeley sotto lo slogan “Let A Thousand Parks Bloom” (Fai fiorire un migliaio di parchi).

Era in atto una vera e propria rivoluzione, che si espanse a macchia d’olio per tutto il globo, in quasi ogni nazione si creò una propria versione del movimento controculturale. Nel movimento Hippy si percepiva la cultura dominante come un’entità corrotta, monolitica che esercitava un indebito potere sulle loro vite, definita con termini quali: “L’Istituzione”, “Grande Fratello”, o “L’Uomo”.
Fu un movimento che toccò particolarmente l’opinione pubblica, tanto da impressionare le pellicole di molti registi, nonché la musica di molti artisti.

Freedom!

Il Festival di Woodstock è raccontato nel documentario Woodstock – Tre giorni di pace, amore e musica diretto da Michael Wadleigh nel 1970.
Più che una cronaca, questo film è di vera importanza storica e sociale, poichè cattura lo spirito dell’America in fase di transizione, quando la guerra del Vietnam era al suo picco. Il senso della protesta contro la guerra è stato completamente espresso attraverso la musica liberatrice del tempo.

Ai numeri musicali si alternano – anche con la tecnica dello split-screen (schermo frazionato in diverse inquadrature) – scene di vita all’aperto e interviste, girate da numerosi operatori (tra cui il futuro regista Lewis Teague).
Grazie a un sapiente montaggio cui collaborò anche Martin Scorsese, c’è una cronaca audiovisiva che sa rendere anche il senso fisico di quell’evento irripetibile. Venne premiato con l’Oscar nel 1971 per il miglior documentario di lungometraggio.

Nel 1994 ne fu fatta – col titolo “Woodstock: Three Days of Peace & Music-The Director’s Cut” – un’edizione di 206 minuti: sonoro ripulito con tecniche digitali, maggior spazio a Janis Joplin, Jimi Hendrix, Jefferson Airplane, ma ci sono anche Joan Baez, Richie Havens, Crosby Stills and Nash, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Sly and the Family Stone, Ten Years After, Carlos Santana, The Who, Arlo Guthrie, John Sebastian, Sha-Na-Na, Canned Heat, Country Joe and the Fish. Wadleigh tornò alla ribalta con “Wolfen” (1979).


 

Gli Hippy si espressero spesso politicamente attraverso la fuoriuscita dalla società, allo scopo di perseguire i cambiamenti cercati. Tra i movimenti politici supportati dagli Hippy ci sono il movimento di ritorno alla terra degli anni sessanta, lo sviluppo dell’impresa cooperativa, l’attenzione all’energia alternativa, il movimento per una stampa libera e l’agricoltura biologica.


Jimi Hendrix, ovvero la chitarra che fece la storia del rock. Il musicista di Seattle ha completamente e irreversibilmente mutato l’approccio alla chitarra elettrica, per molto tempo lo strumento principe e incontrastato del rock (almeno fino all’avvento del sintetizzatore) e, comunque, quello che più di tutti, fin dagli inizi, ha dato a questo genere quel marchio adrenalinico e un po’ selvaggio, quel quid che lo caratterizza da ogni altra espressione musicale.

Hendrix è un ciclone che attraversa la scena del rock, proprio perché il rock è il genere musicale dove più che in ogni altro contano il suono e l’immagine, la forma, quindi, oltre che i contenuti, come si evidenzierà sempre di più col passare degli anni e con l’avvento dell’elettronica e l’evoluzione dell’iconografia rock.

La sua vita si concluse tragicamente. Era il 18 settembre 1970: Hendrix fu trovato riverso sul letto di una stanza del Samarkand Hotel di Londra, stroncato da una dose eccessiva di barbiturici. Da allora è stato un susseguirsi di omaggi alla sua memoria, ma anche di insinuazioni sulla sua morte, considerata “misteriosa” come un po’ tutte quelle delle rockstar. Intorno al patrimonio di Hendrix si è scatenato un vespaio di beghe legali e di operazioni speculatrici. Come in vita, anche dopo la morte il grande chitarrista nero è stato manipolato da impresari senza scrupoli. Hendrix, infatti, fu uno degli artisti più spremuti dall’industria discografica, che continuò a pubblicare a getto continua ogni sua sorta di esecuzione.

Janis Joplin. Il mondo del rock era ancora sotto shock per la morte di Jimi Hendrix, quel 4 ottobre del 1970, quando arrivò la notizia che al Landmark Motor Hotel di Hollywood, California, era stato trovato il corpo senza vita di Janis Joplin. Quindici giorni dopo la scomparsa del grande chitarrista, si spegneva anche la voce femminile più “blues” della storia del rock. Il referto del dottor Noguchi, capo coroner della contea di Los Angeles, non lasciò spazio a dubbi: la cantante americana era morta il giorno prima, stroncata da un’overdose di eroina. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri disperse nell’Oceano, lungo la costa di Maryn County, in faccia all’Oceano.

Finiva così, a soli 27 anni, l’esistenza inquieta di Janis Joplin. Una vita vissuta pericolosamente, tra droghe e alcol, da quando, appena ventenne, era fuggita dalla sua “prigione natale”, come chiamava Porth Arthur (Texas), la città dove era nata il 19 gennaio 1943. Il padre lavorava in una fabbrica di lattine, la madre era impiegata in un college. Sovrappeso e con la pelle rovinata dall’acne, Janis era una ragazzina piena di complessi, che cercava rifugio nella musica. Così, a 17 anni, mollò il college e fuggì di casa. Per seguire le orme delle sue stelle musicali preferite: Odetta, Leadbelly e Bessie Smith.

Jim Morrison la sera del 3 luglio 1971 rientrò nel suo appartamento parigino con la moglie Pam, dopo una notte a base di cinema e di alcool. A casa, ubriaco, affrontò l’ultimo viaggio: una micidiale dose di eroina che entrò in simbiosi con l’alcool bevuto, provocando un edema polmonare che lo stroncò in poche ore. Si spegneva così la voce e l’anima dei Doors, uno dei gruppi più importanti della storia del rock. La loro rivoluzionaria stagione musicale, inaugurata quattro anni prima, era riuscita a espandere il rock oltre i suoi confini, oltre quelle “porte della percezione” descritte dal poeta visionario William Blake: “Quando le porte della percezione sono spalancate – aveva scritto – le cose appaiono come veramente sono, infinite”.

Secondo una delle leggende del rock, i Doors sarebbero nati su una spiaggia di Venice, California, quando Jim Morrison declamò a Ray Manzarek i versi di una poesia appena composta: “Moonlight Drive”. Morrison e Manzarek si erano conosciuti alla Scuola di Cinema dell’Ucla. A unirli, la passione sfrenata per i classici della letteratura maledetta e decadente. Ma i due hanno storie diverse. Morrison, originario della Florida, è il figlio di un alto ufficiale della Marina americana, destinato anch’egli alla carriera militare. Ma è un personaggio complesso, fragile e carismatico insieme, animato da una vena poetica fuori del comune e da una smaccata attitudine anticonformista. Una personalità inquieta, che lo porterà a scontrarsi con la propria famiglia al punto da arrivare a dichiararsi “orfano”. Manzarek, originario di Chicago, ha meno fascino ma più solide basi musicali, grazie alla sua esperienza di pianista di impostazione classica con una particolare predilezione per il rock e il blues. Ha studiato Legge per qualche anno, quindi si è dedicato al cinema, realizzando anche tre cortometraggi (“Evergreen”, “Induction” e “Who I Am And Where I Live”), ma ha sempre coltivato la sua passione per il blues.

La morte di Hendrix, seguita 16 giorni dopo da quella di Janis Joplin e nove mesi dopo da quella di Jim Morrison, chiude un’era: quella dei raduni oceanici, della contestazione in musica, della psichedelia senza confini, del rock dell’utopia estrema. Addio sogni hippie, addio età dell’Acquario. I fiori acidi marciscono e si apre un’epoca di spettri, lutti e amarezze.

Gli anni 70 sono già alle porte, nuovi generi e nuove rockstar sono in arrivo, ma l’eco della chitarra distorta di Hendrix continuerà a risuonare in tutta la musica che da lì in poi ascolteremo.

Estratto da Ondarock

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Non c’è peggior nostalgia che rimpiangere
quello che non è mai successo.

 Quando il mio sguardo incontra il tuo
mi perdo in un labirinto senza uscita
vorrei perdermi per sempre…

Jim Morrison

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THE SEVERED GARDEN -Il giardino reciso-

Aspettano di portarci nel giardino reciso.
Come pallida, gioiosa, fremente,
arriva la morte all’ora strana, inattesa, imprevista,
come un orrido ospite che ti sei portato a letto.
La morte ci rende tutti angeli,
ci dà ali dove avevamo spalle lisce come artigli di corvo.
Via i soldi, via i bei vestiti,
l’altro regno sembra migliore di questo,
finché l’altra sua fauce non svela l’incesto.
E’ una vaga obbedienza alle leggi vegetali.
Non ci andrò.
Preferisco una Festa di Amici ad una Famiglia Gigante.

Jim Morrison

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Quando il potere dell’amore
sconfiggerà l’amore per il potere,
il mondo conoscerà la pace.

Jimi Hendrix

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