LA CULTURA RASTA

La cultura rasta venne adottata in Giamaica, in quello che era diventato un luogo di smistamento degli schiavi provenienti dall’Africa dopo il lungo viaggio transoceanico. In quest’isola caraibica alcune comunità di fuggiaschi africani, denominate Maroon, riuscirono a stabilirsi e a mantenere le loro tradizioni.

La cultura rasta si ispira infatti al Rastafarianesimo il cui sentimento religioso nato in Etiopia trovò grande espressione presso le popolazioni caraibiche.


Nota bene: Poichè il dpr 309/90 punisce tutti i comportamenti finalizzati alla diffusione delle sostanze stupefacenti, qualunque sia la loro tipologia o specie, compreso il proselitismo, va precisato che in questo post non si intende in alcun modo incentivare condotte vietate, tanto meno promuovere l’uso di stupefacenti, ma soltanto informare gli eventuali lettori.

IL RASTAFARIANESIMO

È una fede religiosa che ha origine in Etiopia negli anni 30 del Novecento, si ispira agli insegnamenti di Gesù e riconosce gli insegnamenti teologici e morali della Chiesa ortodossa etiope, che fa parte delle Chiese orientali.

Il nome deriva da Ras Tafari, l’ultimo imperatore che salì al trono d’Etiopia nel 1930 con il nome di Hailé Selassié I e con i titoli di re dei Re (negus neghesti), Eletto di Dio, Luce del mondo, Leone conquistatore della tribù di Giuda. Egli, infatti, secondo la tradizione etiope è ritenuto diretto discendente, attraverso la linea di David, della tribù di Giuda.

Il Rastafarianesimo si sviluppò molto prima della nascita del Reggae, la sua forma musicale originaria è il Nyabinghi che durante le cerimonie sacre chiamate grounations, univa strumenti a percussione, canti e balli, assieme alla preghiera e all’ausilio dell’erba ganja.
Ganja è il termine in lingua creolo giamaicana utilizzato per indicare la marijuana, erba ritenuta dai rastafariani indispensabile per la meditazione e la preghiera. È un’erba sacra e si dice sia cresciuta sulla tomba del Re Salomone, chiamato il Re Saggio, e da esso ne tragga forza.

Non puoi cambiare la natura umana, ma puoi cambiare te stesso mediante l’uso dell’Erba…
In tal modo tu permetti che la tua luce risplenda, e quando ognuno di noi lascia risplendere la sua luce, ciò significa che stiamo creando una cultura divina.

dal Kebra Nagast

Una forza divina che per molti rastafariani risiede nei dreadlocks, la tipica capigliatura dalle lunghe e dure ciocche annodate che ricorda la criniera del leone, simbolo della tribù di Giuda.
Portare i dreadlocks è facoltativo e sono simbolo della propria integrità fisica e morale poichè tale pratica fa riferimento al voto di Nazireato, che nella Bibbia è la consacrazione di un ebreo a Dio, con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita indicati nella Bibbia.
È una pratica diffusa anche in altre religioni, come nell’Induismo (Sanatanadharma): gli asceti erranti definiti sadhu portano dreadlocks spesso estremamente lunghi come segno della rinuncia al mondo e alla mondanità, essendo la loro esistenza ormai rivolta a moksha, la fine del ciclo di nascite-morti-rinascite (saṃsāra).

Sansone stesso, uno dei giudici d’Israele le cui vicende sono narrate nel libro dei Giudici contenuto nella Bibbia, traeva un’incredibile forza dalla sua chioma. Nato miracolosamente nella tribù di Dan, Sansone fu consacrato nazireo: egli era obbligato a portare i capelli lunghi, e il segreto della sua forza, risiedente appunto nei capelli, sembra significare la fedeltà al voto.

I rastafariani nutrono un particolare rispetto per le altre culture religiose e parlano di “parentela spirituale” dei mistici di tutte le culture storiche, e sono contrari al settarismo religioso.


Sansone e Dalila, dipinto di Domenico Fiasella sec. XVII

Gli israeliti avevano molti nemici, tra cui i filistei che li tennero sottomessi per quarant’anni. L’uomo scelto dal Signore per liberarli si chiamava Sansone, egli era dotato di una forza eccezionale e di un carattere impetuoso. Era costantemente in lotta o con la sua gente o con i suoi nemici, i filistei. Erano anni che costoro tentavano di catturarlo, ma Sansone, usando la forza che Dio gli aveva dato, riusciva sempre a liberarsi. Alla  fine questi capirono che lo si poteva prendere solo con l’inganno.
E l’occasione fu offerta da Sansone stesso, quando s’innamorò di una donna chiamata Dalila. Infatti i filistei andarono dalla donna e le promisero una forte somma di denaro se fosse riuscita a scoprire che cosa lo rendeva così forte. Ella era molto avida di denaro e cominciò a interrogare Sansone sul segreto della sua forza. Egli dopo un po’, stanco di essere tempestato di domande, le svelò che il segreto della sua forza erano i suoi capelli che non erano mai stati tagliati.
Allora Dalila fece addormentare Sansone con la testa sulle sue ginocchia e, mentre dormiva, un uomo gli tagliò i capelli. Al suo risveglio Sansone si rese conto che i suoi capelli erano stati tagliati e che la sua forza era scomparsa.
I filistei lo presero, lo accecarono e dopo averlo incatenato lo misero in prigione. Abbattuto e umiliato, fu costretto al duro lavoro di far girare una macina da mulino. Intanto mentre era in prigione, i capelli cominciarono a crescere nuovamente. 
Qualche tempo dopo i filistei si radunarono per offrire un sacrificio a Dagon loro dio e per festeggiare la cattura di Sansone, il quale venne fatto chiamare nel bel mezzo dei festeggiamenti per farli divertire. Ed ecco l’orgoglioso Sansone di una volta entrare trascinando le catene, completamente cieco, guidato per mano da un ragazzo. Tra gli scherzi e le risa della folla fu costretto a far giochi alla loro presenza. Poi si fece accompagnare dal ragazzo vicino alle colonne che reggevano l’edificio, onde potersi appoggiare un po’.
Ora nella casa c’erano tutti i capi dei filistei e più di tremila fra uomini e donne. Allora Sansone invocò il Signore perchè gli rendesse la sua forza. Radunate tutte le sue forze spinse le colonne e la casa crollò e morirono tutti. Anche Sansone morì con i suoi nemici.

Tratto da: La Bibbia illustrata per ragazzi. Testo di Marjorie Newman, disegni di Michael Cood – San Paolo Edizioni,  1989

 


Mystic man – Peter Tosh (1979)

Il Rastafarianesimo come credo religioso si affermò attraverso il Movimento etiopista, che già nel XIX secolo agitava molte comunità africane e della diaspora nera. Era una corrente di ispirazione cristiana che rivendicava il recupero della dignità culturale e nazionale degli africani, turbati dalla deportazione e dalla schiavitù, mediante il riferimento spirituale e politico all’Etiopia, uno degli stati del Corno d’Africa.

IL MOVIMENTO ETIOPISTA

Il Movimento etiopista nacque agli inizi del Novecento con l’obiettivo di riunire sotto la monarchia etiope tutte le popolazioni nere. Un movimento di emancipazione non solo politico, ma anche spirituale e culturale che aveva come punto fondamentale il ritorno in patria dei figli della cosiddetta Diaspora Nera, gli schiavi neri sparsi per il mondo.

Marcus Garvey (1887-1940), sindacalista e scrittore giamaicano, che negli Stati Uniti d’America lottò affinchè le condizioni inumane in cui venivano fatti lavorare i neri potessero migliorare, predicò il ritorno in Africa di tutti i neri del mondo, che non dovevano sentirsi cittadini dei paesi in cui risiedevano, ma africani.
Predicò inoltre una profezia contenuta nella Bibbia amarica, ovvero l’incoronazione in Africa di un Re nero, che avrebbe cacciato il colonialismo, estirpato il male e preparato il continente nero al ritorno della sua gente.

Garvey istituì ad Harlem una sorta di governo in esilio della grande nazione africana. A differenza delle compagnie di navigazione che avevano adottato la segregazione, egli creò la Black Star Steamship, una compagnia che trasportava passeggeri di colore all’interno dell’arcipelago delle Antille. Condannato per frode postale a causa di presunte irregolarità nel sistema di finanziamento della compagnia, fu graziato dal presidente Calvin Coolidge ed espulso verso la nativa Giamaica.
A Kingston, in Giamaica, nel 1914 fondò l’Universal Negro Improvement Association and African Communities League un’organizzazione internazionale pan-africanista la cui voce fu la rivista Negro World, un settimanale fondato da Garvey nel 1918 a New York per diffondere le sue idee in merito all’orgoglio nero e identità razziale.

Quando il 2 novembre 1930 Ras Tafari Maconnèn fu incoronato imperatore dell’Etiopia prendendo il nome di Hailé Selassié, i molti neri giamaicani videro l’avverarsi di questa profezia e diedero quindi vita al Movimento del Rastafarianesimo. Lo stesso Marcus Garvey viene considerato da molti rasta e musicisti reggae, specialmente in Giamaica, una sorta di profeta.

 

I rastafariani professano i precetti politici che il Re ha trasmesso loro, completando la rivelazione storica. Egli ha insegnato l’assoluta uguaglianza delle etnie e ha predicato il proprio messaggio a tutte la nazioni. Forti comunità rastafariane e personalità importanti per la storia del movimento sono presenti anche tra gli occidentali.

Forti dell’esempio di Hailé Selassié I, considerato comunemente il padre dell’Africa unita e principale fondatore dell’Organizzazione dell’unità africana, i rastafariani sostengono che sia necessario affrontare con particolare attenzione per il benessere dell’intero globo il problema del continente africano, il più povero ed afflitto del pianeta in virtù di secoli di sfruttamento e aggressioni, eticamente meritevole di una riparazione storica.

Chiedono che l’Africa realizzi l’unione continentale, liberandosi dalla dipendenza dai poteri stranieri, recuperando la propria identità, le proprie origini, sviluppandosi secondo modelli politici e culturali propri.

Credono in una moralità internazionale retta dal principio della sicurezza collettiva, dell’autodeterminazione dei popoli, dell’uguaglianza dei diritti, della non-interferenza, e nel riconoscimento di un ordine sovra-nazionale che ripudi la guerra, per la ricomposizione pacifica delle dispute e per la risoluzione dei problemi comuni, istituzionalmente governato dall’ONU.

Credono nella necessità di costruire sistemi politici liberali e democratici, fondati sull’osservanza della dichiarazione dei diritti umani e difensori della libertà civile, economica, spirituale e culturale.


Mama Africa – Peter Tosh (1983)

Nei primi anni Cinquanta in Giamaica si svilupparono sentimenti di rivolta verso il sistema da parte dei giovani neri che vivevano ai margini della società: i rude boys, giovani afrocaraibici, manifestarono il loro dissenso verso la cultura e l’ordine attraverso il rifiuto del lavoro e la conduzione di una vita fatta di espedienti, compiendo bravate provocatorie e piccoli crimini. Gli ideali anti-sistema pur essendo caratteristici più tardi anche del Movimento Rasta, non assunsero mai connotazioni così violente.
Il Raggae che ne veicola i contenuti, contribuirà notevolmente alla diffusione della cultura rasta in tutto il mondo insieme ai dreadlocks, la tipica capigliatura.
Nei primi anni Settanta i pezzi proposti da Bob Marley e Peter Tosh diventano molto noti e contribuiscono a diffondere in tutto il mondo uno stile di vita generalmente identificato con la musica Reggae.

La cui musica di Bob Marley è fortemente dedicata al tema della lotta contro l’oppressione politica e razziale e all’invito all’unificazione dei popoli di colore come unico modo per raggiungere la libertà e l’uguaglianza.

«Voglio muovere il cuore di ogni uomo nero perché tutti gli uomini neri sparsi nel mondo si rendano conto che il tempo è arrivato, ora, adesso, oggi, per liberare l’Africa e gli africani. Uomini neri di tutto il mondo, unitevi come in un corpo solo e ribellatevi: l’Africa è nostra, è la vostra terra, la nostra patria… Ribellatevi al mondo corrotto di Babilonia, emancipate la vostra razza, riconquistate la vostra terra»

Bob Marley


One love – Bob Marley (1977)

«Emancipate yourselves from mental slavery,
no one but ourselves can free our minds… »

«Emancipate voi stessi dalla schiavitù mentale,
nessuno a parte noi stessi può liberare la nostra mente… »

Bob Marley, Redemption Song

I testi delle canzoni riportavano l’attenzione di Marley alle sofferenze dei popoli africani. Egli divenne un leader politico, spirituale e religioso. Nel 1978 gli fu conferita, a nome di 500 milioni di africani, la medaglia della pace dalle Nazioni Unite.

Peter Tosh, cresciuto nel ghetto di Kingston, insieme a Bob Marley e Bunny Waile andrà a formare il gruppo The Wailers passando dallo Ska, al  Rocksteady e al Reggae. È intorno al 1966 che si avvicina alla filosofia rasta e i suoi lavori, specie negli anni Settanta quando sciolto il gruppo inizia la carriera solista, esprimono grande rabbia contro il sistema.
Nel 1978 partecipa al One Love Peace Concert, un grande concerto tenutosi nello stadio nazionale di Kingston durante la guerra civile politica giamaicana, fomentata dai due principali partiti politici disposti a tutto per aumentare il loro potere tra la gente. Il concerto riunì sul palco i 16 più importanti artisti reggae della Giamaica che tentarono attraverso la musica di appacificare i due principali esponenti politici, tanto che Bob Marley dopo la performance di Jammin’ li invitò sul palco e li convinse a stringersi la mano per riportare la pace nell’isola.
Negli anni Ottanta Peter Tosh con i suoi brani protesta contro la violenza dilagante, contro l’apartheid e contro Babilonia, intesa come società moderna.


Jammin’ – Bob Marley (1977)

«Come uscii dall’aeroporto, vidi un fiume di persone con i dreadlocks; le seguii finendo in uno stadio: su un palco c’era Bob Marley. Ancora in Italia non lo conosceva nessuno, ma io mi comprai tutti i dischi per studiarli a fondo.»
In Italia a sdoganare il Reggae fu Loredana Bertè con E la luna bussò nel 1979.
L’anno successivo il Reggae prende piede anche in  Italia con i concerti di Bob Marley.

Nel 2008 è stato prodotto il documentario Africa Unite per la regia di Stephanie Black, un concerto simbolico in Etiopia che si fa portavoce di una filosofia – quella dei rastafariani – attraverso la musica e gli insegnamenti di Bob Marley.
Africa Unite, che in Italia è uscito solo in versione homevideo, più che un documentario è un concerto/tributo a Bob Marley, realizzato dai suoi figli che ne hanno raccolto la missione – secondo molti fortemente utopica – di unire l’Africa e migliorare la qualità della vita dei popoli in difficoltà attraverso l’uso di un linguaggio universale.

Tra gli altri documentari dedicati alla musica Reggae e alla cultura rasta vi è il breve documentario Rastafarians of Jamaica del 1995 contenuto negli extra del dvd di Africa Unite. Il documentario approfondisce la cultura del Rastafarianesimo spiegandone l’origine e il suo sviluppo; la corrente ascensionale e la filosofia dietro al pensiero che, oltre ogni cosa, vede il popolo pregare per un’Africa unita.

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IL REGGAE

ALTRI GENERI MUSICALI

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