Premessa: in breve sul Folk

La musica floklorica è la musica proveniente dal popolo le cui origini si perdono nella notte dei tempi, in particolar modo per quanto riguarda il canto di tradizione orale. Viene comunemente, ma impropriamente considerata sotto il termine di musica popolare.

Nello specifico, per musica popolare si intende la musica scritta con il linguaggio del popolo e pensata per il popolo. Spesso la musica popolare trae ispirazione dalla musica folklorica assumendone stilemi e linguaggi.

Il termine folklorico viene in genere associato alla musica popolare degli Stati Uniti o delle nazioni europee (soprattutto Regno Unito, Irlanda, Germania).
Il termine etnico invece, viene associato alla musica popolare di paesi del terzo mondo, in particolare dell’Africa, per esempio.

L’origine della musica tradizionale – il più delle volte va ricercata nella necessità di uno strumento di comunicazione che potesse essere più facilmente accettato nell’ambito di una comunità ristretta e spesso chiusa. Si pensi ai canti d’amore della serenata, con i quali era certamente più semplice “dichiararsi” alla donna amata piuttosto che cercare l’occasione per farlo di persona (il pretesto è stato adoperato anche nell’opera lirica: si veda, ad esempio, la serenata d’apertura ne Il barbiere di Siviglia, di Gioachino Rossini).

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Nel linguaggio anglosassone Folk significa “paese”, in pratica essa è il riflesso in musica delle tradizioni e degli usi di un determinato popolo. Questo genere è stato la base per tutto ciò che è venuto dopo, che si tratti di musica classica, blues, jazz, rock o altro…

Il folk musicalmente parlando, è un termine piuttosto vago. In pratica indica tutta la musica popolare, talvolta definita “etnica”, per distinguerla dalla cosiddetta musica “leggera”, in inglese “pop”; ma anche da quella classica, che è vecchia ma non è folk. Sembra quindi difficile ricostruire in breve una storia del folk, svelare le sue regole, e, perché no, i suoi segreti. Vale la pena di tentare.

Le sonorità del folk sono le più svariate perchè ogni paese/popolo usa determinate musiche/armonie…  strumentazioni molto diverse da terra a terra… folk arabo, irlandese, italiano, quello americano che si fonde con il country, asiatico… e chi più ne ha più ne metta..

REGOLE DEL FOLK

La prima regola del folk è la “scala”: se le note sono 7 (anzi 12, comprendendo le cosiddette “alterazioni”) ogni genere folk di queste note ne sceglie alcune, e costruisce appunto una scala musicale. Così esiste una scala “araba”, una scala “blues”, oppure “jazz”, e così via, solo per citare le più note: anche l’orecchio meno allenato il genere lo riconosce subito, e lo riconosce grazie alle note, scelte fra le 12 messe a disposizione dalla natura.

La seconda regola del folk è certamente l’armonia: se l’orecchio riconosce un genere, non è infatti solo grazie alle noticine messe tutte in fila, ma anche per merito di quello che in musica si chiama “accompagnamento“. Chi ha dimestichezza anche solo con una chitarra, sa certamente che ogni canzone si suona con accordi diversi. Nel folk no: gli accordi sono sempre quelli, sono pochi, ricorsivi, e lasciano all’autore una grandissima libertà di interpretazione.


House of the rising sun – Joan Baez (1960)

Da qui la quarta regola: l’interprete di un pezzo folk (restando nel jazz, si pensi alle improvvisazioni dei vari musicisti) è sempre in qualche modo “coautore” del pezzo: il pezzo non va eseguito, ma posseduto, adattato a sé, alle proprie emozioni, e a quelle del pubblico.

Il pubblico, appunto, è l’ultima regola del folk, quella aurea.

«Suonavamo per farli ballare. Perché, se balli, non puoi morire: e ti senti Dio»

Le parole sono di Alessandro Baricco: così, nel libro “Novecento” (una sceneggiatura teatrale da cui è stato tratto il celebre film “La leggenda del pianista sull’oceano“), lo scrittore presentava la poetica dell'”Atlantic Jazz Band”, per bocca del trombettista del gruppo, Tim Tooney. È questa la poetica del folk di tutto il mondo e di tutti i tempi. Il suonatore folk non suona per se stesso: suona per gli altri, per farli ballare, appunto.

Esiste poi una storia più precisa, quella del folk “occidentale”, che comprende la musica celtica, sicuramente, ma anche le sonorità di casa nostra, tutta la musica americana, jazz, blues e country compresi. Il punto di partenza è la scala “diatonica” medioevale: do re mi fa sol la, a cui presto si aggiunse il si bemolle.


When the Gwragedd Annwns Dance – Iridio (2004)

Essa costituiva la base da un lato della musica sacra (che da allora non si è evoluta un granché), dall’altro della musica del popolo. Ebbene sì, molte delle armonie, delle scale, delle melodie tipiche del folk europeo e americano prendono origine proprio dalla musica popolare medievale.
Ne sono testimonianza gli strumenti ancora oggi utilizzati, molti dei quali sono strumenti cosiddetti “diatonici”: in pratica non possono suonare 12 note, ma solo 7, massimo 8. In pratica hanno la “scala” già preconfezionata. Un esempio, la cornamusa scozzese (ma anche la piva emiliana, la zampogna del meridione d’Italia, la gaita spagnola, la ciaramella bretone), l’organetto (piccola fisarmonica “a bottoni” diffusissima sui nostri Appennini), lo stesso tin whistle, flautino irlandese.
Anche gli strumenti “polifonici” (quelli che le note potrebbero eseguirle tutte e 12, violino, clarinetto, pianoforte, chitarra) usano questa scala, nel folk, e ne seguono le armonie sottostanti.


Il tempo che verrà – Angelo Branduardi (1974)

Tanta parte di balli e armonie medioevali (soprattutto quelli del popolo) è rimasta in particolare nella musica celtica: per questo il suono della cornamusa ricorda così da vicino le sonorità dell’epoca (lo strumento è coadiuvato dai cosiddetti “bordoni”, canne che emettono un basso continuo, che danno alla melodia un carattere di litania, di canone senza fine). E se nelle regioni più remote e più povere d’Europa i “canoni” medievali erano sopravvissuti così a lungo (con l’aggiunta di testi, di solito patriottici, tramandati e rielaborati attraverso le generazioni), nell’Ottocento avvenne un fatto epocale: milioni di persone, gran parte delle quali provenienti proprio dalle Isole Britanniche, Irlanda in particolare, emigrarono in America. Portandosi dietro gli strumenti in valigia, si capisce.


Леопард В Городе – Хелависа (2009)

Qui avvenne un altro importante incontro, quello con gli schiavi africani (e con il loro strumento tipico, il banjo). Sonorità “celtiche”, e in generale pertinenti al folk europeo si fusero con il ritmo africano, e con il banjo. Siamo agli albori del country, poi rielaborato, quasi violentato, trasformato nel blues e nella sua variante colta, il jazz. Erano passati ormai secoli dalle litanie medievali, dalla scala diatonica. Il jazz prendeva la sua strada, elitaria, mentre il blues veniva semplificato, scarnificato in tre accordi base. Così nasceva il rock. Il resto è storia di oggi.

Da ultimo, meglio sgombrare il campo anche da un altro pregiudizio sul folk, tutto emiliano-romagnolo. Che cioè il folk coincida in tutto e per tutto con il “liscio”, e che le orchestre tipo Casadei e simili, esauriscano la storia e le caratteristiche della musica popolare lungo la via Emilia. In realtà il liscio rappresenta un’evoluzione recentissima di quello che era stato prima il folk autoctono: “gighe”, “manfrine”, “tresconi”, tutte melodie che prendono il nome dai balli associati (si ricordi sul punto la regola aurea del folk). Suonate con piva, violino, chitarra e organetto, queste melodie avevano caratteristiche molto simili a una via di mezzo fra le ballate irlandesi e le frenetiche “tarante” del sud Europa. Solo che, tornando al rock, ad attraversare l’oceano per primi sono stati gli irlandesi, non gli emiliano romagnoli.


Cicerenella – Nuova Compagnia di canto Popolare (NCCP)

Questo genere musicale contagerà tutta la musica e darà vita a una miriade di ibridi tanto strani quanto interessanti: Folk-rock/Metal, Electro-folk, Folk-punk, Folk-blues/jazz…

a cura di Falconer

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