Primo maggio in Italia. La Resistenza

Primo maggio in Italia

Le  Società Operaie di Mutuo Soccorso

Le Società Operaie di Mutuo Soccorso (S.O.M.S.) precorrono la nascita del  Movimento Operaio organizzato e del Sindacato. Nacquero con funzioni di assistenza ai soci, in caso  di invalidità e disoccupazione, e di beneficenza e si svilupparono nel corso della  seconda metà del XIX secolo, in seguito ai significativi  cambiamenti sociali ed economici verificatisi  con l’Unità.
Alla nascita del Regno d’Italia (1861) esistevano centonovantatré Società Operaie di Mutuo Soccorso di cui centotrentaquattro nel solo Piemonte, luogo di origine del  Movimento Operaio (ad Asti, nel 1853 si era tenuto  il primo dei sette congressi delle società operaie  del Regno di Sardegna); in Sicilia ne esistevano  appena due, a Corleone e a Palermo.

Tratto da: I precursori delle Società Operaie di Mutuo Soccorso nella Canicattì postunitaria, di Salvatore Vaiana


 

Nel 1891 la Festività del primo maggio viene ratificata anche dall’Italia, soppressa poi durante il fascismo, fu ripristinata nel 1945.

 


Inno del Primo maggio

L’Inno del Primo Maggio fu scritto da Pietro Gori sulla melodia del Va’ pensiero, il coro del Nabucco di Giuseppe Verdi.

È un canto anarchico e socialista.  Gori lo scrisse nel 1892, nel carcere milanese di San Vittore, dove era stato rinchiuso preventivamente: il testo fu scritto in prossimità del mese di maggio, per celebrare i Fasci siciliani (cui probabilmente si fa riferimento nel testo del canto).

Il 1º maggio 1955 papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore perché tale data potesse essere condivisa a pieno titolo anche dai lavoratori cattolici. San Giuseppe sposo di Maria era un falegname, in sua memoria si riconosce la dignità del lavoro umano come dovere e perfezionamento dell’uomo.


LA RESISTENZA

Resoconto degli scioperi del 1943-’44 avvenuti nell’Italia settentrionale.

«In fatto di dimostrazioni di massa non è avvenuto niente nell’Europa occupata che si possa paragonare con la rivolta degli operai italiani. È il punto culminante di una campagna sabotaggi, di scioperi locali e di guerriglie, che hanno avuto meno pubblicità del movimento di resistenza altrove, perchè l’Italia del Nord è stata più tagliata fuori dal mondo esterno.
Ma è una prova impressionante che gli italiani, disarmati come sono e sottoposti a una doppia schiavitù, combattano con coraggio e audacia quando hanno una causa per la quale combattere
».

Un tale giudizio del New York Times si riferiva alle imponenti manifestazioni di forza e maturità politica offerte dai lavoratori italiani con gli scioperi del 1943 e del 1944.
Il decreto del Ministro delle corporazioni fasciste, reso pubblico agli inizi del 1943, con lo scopo dichiarato di “rendere disponibile mano d’opera” per le richieste belliche, aveva costituito la premessa del servizio obbligatorio del lavoro e del peso con cui la guerra era venuta a gravare sull’economia in generale e sui lavoratori in particolare, direttamente colpiti nelle loro condizioni di vita. L’aggravarsi della situazione oggettiva e l’intensificarsi dell’intervento in fabbrica deciso dagli operai erano risultati fattori determinanti nei grandi scioperi del marzo 1943, estesi da Torino a tutto il Piemonte, quindi a Milano, alla Lombardia e al Veneto. I mesi di novembre e dicembre avevano visto riacutizzarsi le agitazioni e gli scioperi a livello regionale: nella fabbrica la mancata corresponsione di quanto concordato nei giorni successivi alla caduta del regime fascista (25 luglio 1943), cioè “una tantum” e supplemento-pane per lavoro pesante, erano pretesti per la sospensione dell’attività lavorativa dopo lo scioglimento della Commissione Interna, in conformità alla parola d’ordine “niente collaborazione con gli occupanti nazi-fascisti”.

L’atteggiamento dei tedeschi che intervenivano direttamente nelle controversie di lavoro, con ordini sotto forma di consigli agli industriali sul come comportarsi, con esempi esplicativi di lavoratori indotti a chiedere “spontaneamente” il trasferimento in Germania, preludeva ad una occupazione vera e propria delle fabbriche.
La tattica adottata dagli operai era tipica di una situazione assai difficile: la protesta si esprimeva sempre in modo collettivo, a discutere con i fascisti e i tedeschi erano operai ogni volta diversi, perchè non dovevano essere individuati quello del gruppo direttivo in stretto contatto con il CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) di zona, che raccoglieva, organizzava, coordinava tutte le forze clandestine e la loro attività specifica.
La direzione della fabbrica, sollecitata dalle gerarchie fasciste oltre che dalla Feldgendarmeria tedesca, non poteva esimersi dal promettere un grosso premio d’ingaggio agli operai disponibili, invitandoli nel contempo ad adempiere “volontariamente” il trasferimento in Germania, dove un primo scaglione era stato spedito ancora in febbraio con la lusinga della conservazione del posto già occupato in precedenza. Una tale richiesta, precisata dai tedeschi nella quota del dieci per cento delle maestranze, incontrava una reazione negativa, gettando nella costernazione le autorità fasciste, che per un certo tempo tentavano di rimettere nelle mani dei tedeschi ogni responsabilità e di nascondere la propria con l’espediente del sorteggio; ma mentre si stava per procedervi, alla presenza di osservatori ufficiali tedeschi, il gruppo dirigente clandestino decideva le contromisure con la parola d’ordine “nessuno deve fermarsi in cortile”.

Il mattino del 27 marzo gli operai erano entrati in sciopero, interrotto dopo la pubblicazione di un comunicato che annunciava come sospeso il provvedimento di trasferire in Germania parte delle maestranze, assicurando nel contempo che non sarebbe stata compiuta alcuna rappresaglia. I tedeschi però intervenivano arrestando subito quattro operai e quindi altri venticinque; i primi imputati di aver pronunciato frasi “incriminabili” durante lo sciopero, i secondi col pretesto che avevano ripreso il lavoro in ritardo rispetto all’orario già indicato come il più adatto a causa dei frequenti allarmi aerei. Gli arresti avevano fatto riacquistare a tutti il senso della realtà, ma la speranza di vedere rilasciati i compagni alimentava varie possibilità immaginarie, finchè improvvisa e sconvolgente era giunta la notizia della fucilazione dei primi quattro operai arrestati.

«Respiravamo a fatica ed il cuore batteva sconvolto nel tumulto della disperazione. Un plotone di SS, forse 50, forse 100 uomini, era schierato a sbarrare l’uscita con le automatiche pronte a sparare. Se solo avessimo tentato un gesto di ribellione sarebbe stato il massacro. Lentamente, a testa bassa, trattenendo il pianto che serrava la gola, perchè i tedeschi non vedessero, rientrammo in reparto. Fu quella la nostra più triste giornata..»

Il padrone era scomparso, i venticinque operai imprigionati e a disposizione dell’autorità militare tedesca, trasferiti dapprima nel campo di concentramento di Fossoli venivano quindi deportati nel lager di Mauthausen.
Dal 31 marzo1944 il paese era divenuto “zona di operazioni” per i comandi tedeschi: l’opinione pubblica era rimasta sconvolta da questi avvenimenti e moltissimi giovani si ribellavano apertamente, bruciando i ponti con ogni sorta di legame, di famiglia, di lavoro o di studio, per unirsi ad altri più anziani ed impegnarsi completamente in una lotta decisiva, quella di “patrioti” e “partigiani”.

a cura  di Passo 8 Cineclub


 

I fascisti non sono mica come i funghi,
che nascono così, in una notte. No.
I fascisti sono stati i padroni a seminarli:
li hanno voluti, li hanno pagati.
E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più,
al punto che non sapevano più dove metterli, i soldi.
Così hanno inventato la guerra, ci hanno mandato in Africa,
in Russia, in Grecia, in Albania, in Spagna…
ma chi paga siamo sempre noi.

dal film Novecento di Bernardo Bertolucci

 


La strage di Portella della Ginestra

Il primo maggio del 1947 duemila persone – soprattutto contadini – manifestavano contro il latifondismo a Portella della Ginestra, in provincia di Palermo. Un attacco a fuoco, ordito dalla mafia con la complicità di chi era interessato a reprimere i tentativi di rivolta dei contadini, portò alla morte di 11 persone e al ferimento di altre 27. Il bandito Salvatore Giuliano fu identificato come il capo degli autori della strage, ma nel tempo si succederanno diverse ipotesi su chi potesse averlo sostenuto e aiutato. Le persone uccise a Portella della Ginestra si chiamavano Margherita Clesceri, Giorgio Cusenza, Giovanni Megna, Francesco Vicari, Vito Allotta, Serafino Lascari, Filippo Di Salvo, Giuseppe Di Maggio, Castrense Intravaia, Giovanni Grifò, Vincenza La Fata. Tre di loro avevano meno di 13 anni.

Tratto da: Perché è oggi, la Festa del Lavoro (ilpost.it)


 

Ma il sud non è altro che
una cartina tornasole dell’intera Europa,

cosa cazzo voglia dire Europa, ancora io… non capirò mai…
Nell’eternità ho conosciuto Europa, ma non l’Europa.

Carmelo Bene

 


La ghigliottina – Caparezza (2011)

 

«Gli anni e i decenni passeranno: i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere si educheranno all’amore per il loro paese, all’amore per la libertà, allo spirito di devozione illimitata per la causa della redenzione umana sull’esempio dei mirabili garibaldini che scrivono oggi, col loro sangue rosso, le più belle pagine della storia italiana»

Giovanni Pesce

 

Giovanni Pesce (1918–2007)
Comandante partigiano e politico italiano

Giovanni aveva solo sei anni quando dalla provincia di Alessandria con la famiglia emigrò in Francia (1924). Non trovando più lavoro in Italia  il padre Riccardo, operaio antifascista, si trovò costretto a trasferirsi nella regione mineraria delle Cévennes.
Sin da bimbo aiutava suo padre nella piccola vineria che la famiglia aveva aperto a La Grand-Combe, e che era frequentata soprattutto da minatori che il piccolo Jeanu ascoltava parlare della loro dura esistenza. Iniziò prestissimo a lavorare d’estate come guardiano di vacche sulle montagne nella vicina regione della Lozère, suo unico compagno il cane Medoc, che Pesce ricorderà con affettuosa tenerezza sino alla fine dei suoi giorni. Nel 1931 affrontò – non ancora quattordicenne – la dura vita del lavoro in miniera per contribuire al precario bilancio della famiglia.

Ben presto prese a frequentare la “Jeunesse communiste”, l’organizzazione giovanile del PCF, il Partito Comunista Francese. Nel 1935 aderì al Partito Comunista d’Italia.
Pesce, ingannata la madre Maria con il pretesto di recarsi al confine belga per incontrare una ragazza, si arruolò nelle Brigate Internazionali per prendere parte alla guerra civile in Spagna, dove si recò insieme a numerosi altri giovani antifascisti d’origine italiana animati non solo da spirito di solidarietà verso i repubblicani spagnoli, ma anche dalla speranza di porre un freno all’espansione del fenomeno fascista anche nei propri Paesi d’origine.
Aderì alla Brigata Garibaldi (gruppo “Picelli”) alla parola d’ordine “Oggi in Spagna, domani in Italia” dei fratelli Nello e Carlo Rosselli, assassinati il 9 giugno 1937 da sicari fascisti inviati dal governo Mussolini.
Rimase più volte ferito in combattimento (riportandone lesioni anche serie, schegge mai rimosse dalle sue carni).

Sul finire del 1938 la Repubblica congedò le Brigate internazionali e di lì a pochi mesi crollò. Il 1 aprile 1939, Franco annunciò la fine della guerra e l’inizio di una dittatura di stampo fascista, il Franchismo, conclusasi solo con la sua morte, il 20 novembre 1975. Si avverava così la profezia di Dolores Ibárruri, che in un celebre discorso ascoltato dal giovane Giovanni Pesce, aveva previsto che, in caso di vittoria di Franco e del fascismo, “un torrente di sangue avrebbe travolto l’intera Europa”, come avvenne esattamente cinque mesi dopo la vittoria franchista: il 1 settembre 1939 scoppiava, per iniziativa di Adolf Hitler, la Seconda guerra mondiale.

Pesce rientrò in Italia nel 1940 ma fu subito arrestato e inviato al confino sull’isola di Ventotene, ove conobbe alcuni tra i massimi rappresentanti politici dell’antifascismo italiano, come lui ristretti nell’isola dal regime fascista.
Liberato nell’agosto del 1943, si unì alle prime formazioni partigiane e fu tra i principali organizzatori dei GAP (Gruppi d’Azione Patriottica) di Torino. Nel capoluogo piemontese svolse, con il nome di battaglia “Ivaldi”, numerose azioni di sabotaggio contro l’occupante nazista e uccise diversi esponenti del regime fascista collaborazionista, dimostrando tenacia e capacità nella dura e spietata guerriglia urbana solitaria condotta dai gappisti.

Nel mese di maggio 1944, dopo l’attentato contro la stazione radio dell’Eiar che disturbava le trasmissioni di Radio Londra e che vide il sacrificio di Dante Di Nanni, membro del GAP comandato da Pesce,  Giovanni Pesce si trasferì a Milano, dove riorganizzò la formazione locale, la III Brigata GAP “Rubini”, prendendone il comando col nome di battaglia di “Visone”.
Giovanni Pesce spesso operò a Milano con la partigiana “Sandra”, ufficiale di collegamento, al secolo Onorina Brambilla, detta Nori, (1923-2011), che dopo la Liberazione, il 14 luglio 1945, divenne sua moglie.

Nel dopoguerra per le sue attività nella Resistenza italiana, il 23 aprile 1947 è stato insignito della Medaglia d’Oro al Valor Militare per decreto del Presidente del Consiglio dei ministri Alcide De Gasperi.
Militò nel Partito Comunista e pur essendosi formato nella sua giovinezza nel culto dello stalinismo (come quasi tutta la sua generazione di comunisti) diede prova della sua capacità di indipendenza di pensiero e mantenne sempre capacità critica e coraggio personale.

Alla sua figura è dedicata anche una ballata di Dario Fo: “La GAP”.

 

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