Premessa: in breve sul Jazz….di Salvatore Torsi

Una storia dell’arte che si rispetti, non può prescindere dallo spiegare cosa tale arte esprima. La prima domanda da farsi in quest’ambito è, dunque, cos’è il jazz?

Il jazz è stato per anni descritto come una forma musicale di carattere emozionale che pone un forte accento sull’improvvisazione. Questa definizione può andare bene per gran parte della musica jazz che si produce e si è prodotta dall’inizio dei tempi, ma non è completamente esaustiva: esiste jazz che non si riduce a richiamare un’emozionalità accesa, ma si concentra sull’aspetto più tecnico e formale. D’altra parte non tutto ciò che è emozionale e improvvisato può essere definito jazz: ci sono brani rock emotivamente estenuanti che seguono logiche perfettamente aleatorie e che, nel contempo, è molto difficile definirli di un genere diverso.

Una definizione soddisfacente di jazz, a tal proposito, può essere quella di una musica con un taglio progressivo la cui forza è proprio, in senso verticale, nel susseguirsi di momenti ascendenti e discendenti che ne dirigono il senso e che poi si vanno ad intersecare attivamente, in senso orizzontale, con le virtù della tecnica che ne definisce i contorni. In questo amplesso movimentato che acquista un senso mentre si fa e che cambia di volta in volta dai mutamenti di virtù degli strumenti, il jazz vive e illumina le vite degli appassionati. (winnicott.it)

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Il jazz è un linguaggio musicale estremamente emozionale, nato dall’improvvisazione, ma che necessita allo stesso tempo di notevole perizia tecnica; basato sulla varietà ritmica e del fraseggio, vanta ricchezza armonica e splendide melodie. Pur essendo principalmente musica strumentale, ha espresso nel tempo, a cominciare da quella di Bessie Smith, voci straordinarie per intensità, calore interpretativo e tecnica.

Questo genere nasce e prende forma con l’affermarsi nella società americana della minoranza nera, ma, paradossalmente, all’inizio della sua storia sono i musicisti bianchi che, appropriandosene, riescono ad affrancarlo e a farlo conoscere anche al pubblico non di colore. Se ciò non fosse accaduto, il jazz sarebbe rimasto ghettizzato.
Gli schiavi neri d’America si erano inventati la loro musica: memorie di ricordi africani trapiantate sulle sonorità popolari dei bianchi e contaminate dagli inni religiosi cristiani. Dapprima il canto accompagna il lavoro (il blues) quindi diviene preghiera (spiritual e gospel). C’è anche però il carattere di intrattenimento e divertimento che compare nel jazz suonato nelle strade e nelle case chiuse di New Orleans. Imperano il ragtime ed il dixieland, i due stili più rappresentativi all’alba dell’era jazz.


West end blues – Louis Amstrong (1928)

Intanto i neri migrano verso il Nord e il jazz con loro. A partire dagli anni ’20, dapprima Chicago e poi Kansas City e New York, tengono a battesimo formazioni guidate da musicisti che diventano subito leggenda: Louis Armstrong, Duke Ellington, Count Basie.
L’improvvisazione fantasiosa di maestri come Lester Young e Charlie Christian incontra il gusto popolare di casa a Broadway. Nasce il boogie-woogie, il jazz diverte e fa ballare. La febbre dello swing, autentica linfa vitale del jazz (il verbo inglese to swing significa “oscillare”), contagia anche la California, seducendo naturalmente il mondo del cinema.


When The Saints Go Marching In – Louis Amstrong

Anche i musicisti bianchi inseguono il jazz e così facendo aiutano a combattere la segregazione razziale. I dischi e la radio prima, le truppe americane poi, nell’Europa messa a ferro e fuoco durante la Seconda Guerra Mondiale sono i principali divulgatori del jazz.


Sophisticated Lady – Duke eEllinghton e la sua orchestra –  (1933 )

Charlie Parker e il Bebop

La rivoluzione del bop sconquassa l’affermazione planetaria dello swing. Siamo all’inizio degli anni ’40 e da allora si moltiplica la frenesia di rinnovamento e di ricerca che, alternandosi a ricorrenti nostalgie revivalistiche, caratterizza l’evoluzione del jazz. Cool, hard bop, afro-cuban, free, jazz-rock fusion, sono tutte etichette che manifestano il continuo bisogno del jazz di cambiare veste, o meglio di assoggettare ogni forma sonora e tradurla nel suo personalissimo linguaggio. Dalla salsa latino-americana alla bossanova brasiliana, dalla musica classica al rock, ogni sonorità finisce per essere assorbita. Il jazz contamina anche tutta la musica popolare di questo secolo, addirittura la canzonetta. Ed è proprio nella continua capacità di contaminarsi e di ampliare continuamente i propri orizzonti il segreto dell’elisir di lunga vita del jazz e, oggi più che mai, ascoltiamo un sacco di jazz in un mucchio di forme diverse.


My one and only love – John Coltrane & Johnny Hartman  (1963)

Origine del termine

L’origine della parola jazz, è incerta. Alcuni dicono che deriva dall’espressione “jazz them, boys” (coraggio, ragazzi), e alcuni dicono che deriva dal termine jaser (chiacchierare, dialogare), dato che in effetti il jazz si basa sul continuo dialogare fra musicisti. Comunque, fatto sta che il jazz è un fenomeno culturale dei più importanti del nostro secolo.
Ai precedenti ascolti che ritengo più importanti, ora vi propongo ascolti alternativi sempre riguardo al jazz e alle sue evoluzioni:

Lo Scat, una tecnica di canto jazz

 


Elastic Rock  – Nucleus – (1970)

Kenny Barron Trio – Jazz Baltica Festival (Germania)

a cura di Falconer

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ALTRI GENERI MUSICALI

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