Al di là delle complesse divisioni provocate dalle guerre e dalla struttura feudale, l’Europa del medioevo si considera essenzialmente come una: i principi cristiani avevano la potestà sull’ordinamento della vita sociale e il Papa, vicario di Cristo sulla terra, disponeva delle anime dei fedeli. Per questo motivo la Chiesa fu indotta a regolamentare quelle che si possono per la prima volta chiamare relazioni internazionali, che altro non erano che conflitti fra feudatari confinanti. La Pace di Dio, ratificata dal Concilio Laterano del 1059, è il tentativo di disciplinare i più brutali istinti umani: si stabilì che, in caso di guerre, fossero risparmiati gli esseri pacifici (preti, donne, bambini, uomini disarmati) e che non venissero distrutti i beni economicamente utili o gli arredi sacri. Successivamente, il Concilio di Clermont del 1095 stabilì quella che doveva essere la durata massima delle guerre. È a partire da questi principi che si sono sviluppati quei metodi di arbitraggio e di mediazione che si propongono di prevenire i conflitti mediante l’appello ai consigli di una guida spirituale che poteva essere il Papa o un sovrano rispettato come Luigi IX di Francia che nel 1270, alla vigilia della sua morte, fece concludere alle repubbliche italiane di Venezia, Genova e Pisa una tregua di cinque anni.
La guerra dei cento anni rese però estremamente labili i principi sui quali, durante l’alto medioevo, si era basato il rapporto fra stati rivali. Dopo questa lunga parentesi, fece la sua apparizione un elemento di novità le cui conseguenze risultarono immense all’interno del sistema di relazioni internazionali: il sentimento nazionale. Nel 1526 Francesco I di Francia, sconfitto in battaglia a Pavia in uno degli ultimi scontri fra prìncipi e obbligato a cedere la Borgogna a Carlo V, pretese più tardi di non mantenere la sua parola dal momento che i Borgognoni rifiutavano di essere sottomessi all’imperatore. Successivamente Metz, Tolosa e Verdun vennero ceduti alla Francia non solo in virtù delle clausole del trattato di Château-Chambrésis (1559) ma anche per la volontà di quelle popolazioni.
Oltre l’apparizione del sentimento nazionale fu la disgregazione dell’unità basata sulla comune fede cristiana che, nell’occidente europeo, pose realmente le basi per relazioni internazionali di carattere moderno. Questo avvenne a partire dal 1517, anno che segnò l’inizio delle lotte tra cattolici e protestanti, e soprattutto dalla pace di Augsburg (1555) che sancì il famoso principio (cuius regio eius religio) che fece di ciascun monarca il capo spirituale della propria nazione.
Il trattato di Westfalia del 1648 sancì ulteriormente questa nuova visione dei rapporti interstatali. Persino i 350 stati che componevano la nazione tedesca avevano il «libero esercizio della sovranità territoriale sia nelle faccende ecclesiastiche, sia in quelle politiche». L’imperatore non rappresenta più nulla e il Papa non esercita alcuna potestà temporale al di fuori dei suoi stati. La sua funzione era limitata a controllare le diverse alleanze fra gli stati sovrani.
Fino al XVIII secolo le relazioni internazionali si limitarono a regolamentare i rapporti fra gli stati sovrani, unici soggetti del diritto internazionale, senza prendere in considerazione le loro strutture politiche interne. La Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, sancita dalla rivoluzione francese, affermò il diritto dei popoli alla libertà, facendo entrare l’ideologia nei rapporti fra le potenze.
«La Convenzione nazionale dichiara, in nome del popolo francese, che accorderà fraternamente soccorso a tutti quei popoli che vorranno raggiungere la libertà».
Tuttavia questa generosa affermazione aprì le porte all’imperialismo francese che culminò con le conquiste napoleoniche. Il Congresso di Vienna sancì la vittoria delle monarchie che incarnavano la concezione tradizionale degli stati sovrani. La Santa Alleanza, unione di prìncipi che difendevano i loro privilegi, fu incapace di mantenere lo statu quo per molto tempo. Limitata all’Europa, non aveva la possibilità di eliminare la spinta possente delle nazioni che reclamavano la libertà. Le rivoluzioni europee del 1830 e del 1848 sono insurrezioni nazionali contro sistemi arcaici di governo.
Il progresso delle tecniche e delle comunicazioni permette lo sviluppo internazionale delle idee pacifiste, istituzionalizzate dal pubblicista svizzero Henri Dunant che se ne fece portavoce dopo aver assistito all’atroce spettacolo dei feriti e dei moribondi abbandonati sul campo di battaglia di Solferino. Le conferenze di Le Haye del 1899 e 1907, riunitesi per iniziativa dello zar Nicola II, portarono alla firma di molteplici convenzioni che affermavano l’obbligatorietà dell’arbitrato nelle controversie internazionali.
Ma la potenza degli istinti bellicisti, favoriti dall’incremento demografico e dallo sviluppo industriale, trovò un primo sfogo nella guerra del 1914-1918. I combattenti dell’«ultima delle guerre» crearono la Società delle Nazioni che, nella sua sede di Ginevra, si sforzò di offrire una base giuridica consistente alle relazioni internazionali. A partire dal 1922 essa fu fiancheggiata dall’istituzione di una Corte permanente di giustizia internazionale. Ma, privata della presenza degli Stati Uniti e paralizzata dall’impotenza delle grandi democrazie europee, la Società delle Nazioni dovette assistere impotente ai progressi delle potenze totalitarie: la Germania, l’Italia e il Giappone che portarono il mondo verso la seconda guerra mondiale.
Il periodo del dopoguerra fu caratterizzato dal processo di decolonizzazione e dalla relativa moltiplicazione degli Stati indipendenti, che trasformarono l’Organizzazione delle Nazioni Unite in un consesso mai realizzato in precedenza. Insediato a New York e largamente finanziato dagli Stati Uniti, l’ONU si distingue dalla Società delle Nazioni soprattutto perché ad esso viene demandata la funzione di dissuasione, essenziale nel gioco di relazioni fra le nazioni moderne.

La firma dei trattati, il ricevimento degli ambasciatori, le valigie diplomatiche, i codici, sono altrettante manifestazioni delle relazioni internazionali. Ma non dobbiamo dimenticare i ricevimenti ufficiali e i pranzi di lavoro. In effetti sotto le splendide luci della mondanità si pronunciano, negli sfarzosi saloni, discorsi senza importanza, ma si effettua anche la circolazione delle informazioni che non possono essere raccolte attraverso i canali ufficiali.
Le relazioni internazionali, che possiamo ora definire come l’insieme delle regole scritte e non scritte che regolano i contrasti fra le varie società, hanno radici al tempo stesso biologiche, psicologiche e sociali. È a partire dall’aggressività animale e dalla coesione tribale che si può mostrare la progressiva elaborazione da parte di una società dei mezzi di produzione, degli strumenti di guerra e delle relazioni diplomatico-strategiche, alle quali non è possibile ad alcuno sottrarsi e che determinate società sono giunte a padroneggiare, nel corso della loro storia, in maniera notevole e duratura.
L’opinione pubblica
L’equilibrio relativamente armonioso del mondo antico disparve e il caos si estese per numerosi secoli sull’occidente, provocando la scomparsa di ogni fenomeno di opinione pubblica.
È solamente con il Rinascimento e la costituzione progressiva delle unità nazionali, lo sviluppo della cultura e della civiltà, la comparsa della stampa (1440) che la società iniziò ad esprimersi in quanto tale, o almeno una parte di essa: l’aristocrazia e in seguito la borghesia parlavano in nome di tutti. I lavoratori iniziarono a far sentire la loro voce solo con l’avvento della rivoluzione industriale e con la nascita e lo sviluppo delle organizzazioni sindacali. Ai giorni nostri l’opinione pubblica si presenta come un fatto collettivo all’interno dei paesi che hanno percorso queste tappe. Al contrario, nelle regioni sottosviluppate la miseria e l’analfabetismo condannano le masse a ricevere dai loro dirigenti solamente delle parole d’ordine, spesso schematiche e rozze al punto tale da condurre a fenomeni di autentica xenofobia.
Fatto collettivo all’interno dei paesi sviluppati, l’opinione pubblica può essere soffocata, orientata, distorta: il problema della propaganda politica, ad essa viene concordemente attribuita la responsabilità della maggior parte delle crisi internazionali originate da una vera e propria mistificazione operata sulla coscienza dei popoli da regimi dittatoriali o da gruppi di potere.
Quasi mai il terrore di tutta o parte dell’opinione pubblica per la guerra ne ha stornato il pericolo. Al contrario, è spesso il delirio collettivo che prende le masse che accellera la spinta verso le armi.

Si vede qui la cerimonia della firma del trattato di fondazione dell’ONU, avvenuta il 26 giugno 1945 nella città di San Francisco. L’Italia ne fa parte dal dicembre del 1955.
Nel preambolo della Carta costituzionale dell’ONU (Organizzazione delle Nazioni Unite), si dichiara solennemente che l’organizzazione è risoluta a preservare le generazioni future dal flagello della guerra e a praticare a questo scopo una politica di tolleranza, unendo le forze disponibili ad impegnarsi per mantenere la pace mondiale, ricorrendo agli organismi internazionali per favorire il progresso sociale ed economico di tutti i popoli.
Tratto da: Enciclopedia della Psicologia – Psicologia sociale, diretta da Denis Huisman – Trento Procaccianti Editore, 1973
Riflessioni: trovo l’arte della diplomazia molto affascinante, quel saper gestire il dialogo tra le nazioni, trovare dei compromessi così da evitare lo scontro… richiede certo una personalità forte e tali competenze, da non ritenersi un mestiere adatto a tutti. Non si tratta di furbizia o inganno, ma di sensibilità ed empatia che mette l’altro nella condizione di aver fiducia. A esercitarla sono gli ambasciatori, i consoli, i ministri degli Esteri, i rappresentanti di organizzazioni internazionali.
Riflettevo sul fatto che c’è stato un tempo in cui bastava una stretta di mano per stringere un accordo e onorarlo, oggi sembra che nulla valga, si ricorre a sotterfugi, ricatti, minacce, a distorcere la verità e la realtà dei fatti con lo scopo di ingannare, di manipolare.
Ho un ricordo, ed è un pensiero che spesso mi torna in mente: quando Emma Bonino, poco dopo essere diventata Ministra degli Affari Esteri, affermò con tono severo, quasi scandalizzato, che la rete diplomatica nel Mediterraneo e nel Medio Oriente era praticamente svanita. Un fatto di estrema gravità, che lasciava presagire come qualcosa fosse già in atto sulla scacchiera globale.
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