Divinizzare ciò che temono di più


Tipiche imbarcazioni polinesiane: le piroghe a bilanciere

Tutto il villaggio corre sulla riva del molo nel veder ritornare la barca dei nostri pescatori: si avvicina al mostro ucciso con un misto di paura e di segreta ammirazione. Lo “squalo tigre” è qui un nemico temuto e odiato, ma è anche il soggetto centrale di tutta la mitologia primitiva dell’Oceano. È il loro dio assoluto, terribile, ma è anche come un dio. un potente protettore.

Come è tipico delle religioni primitive, essi hanno divinizzato ciò che temono di più, come accade in altre parti selvagge del mondo con i vulcani, le folgori, i terremoti, i leoni o le pantere.
La forza più temibile della natura, la assoluta nemica dell’uomo, la più crudele, è proprio per questo l’oggetto da adorare. La divinità. In questo caso: lo squalo.
Qui alle Tuamotù, ove le conversioni cristiane di varie Chiese protestanti son rimaste molto alla superficie e infondo all’animo d’ogni locale resta una tendenza pagana ed animista, qui alle Tuamotù lo squalo rappresenta lo spirito dei più grandi pescatori e dei migliori marinai morti in mare. È la reincarnazione feroce ma divina dell’animo di un antenato defunto: per questo i locali passano facilmente a considerarli da nemici a potenti protettori. E pur temendoli in genere, ogni pescatore pensa di averne uno familiare, tutelare. Ciascuno qui, a cominciare dal vecchio Punuà, il più saggio fra tutti, parla con la maggiore serietà di uno squalo “amico”, ha il suo “tigre” protettore cui si rivolge idealmente dalla riva del mare, parlandogli a gran voce come a un confidente e a un amico.

Tratto da Fratello Oceano di Folco Quilici, Minerva Italica ed. 1973

 

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