Buddhismo Zen

Il Buddhismo Zen non è un tipo di pensiero, e neppure un modo di pensare. Anzi, è lo stabilizzarsi nel non pensiero, nell’assenza di pensiero articolato, nello spazio vuoto tra un pensiero e l’altro.

Zen è un termine giapponese, esso è la lettura giapponese dell’ideogramma cinese ch’an, che è l’equivalente della parola sanscrita dhyana, che significa meditazione.

La meditazione è una pratica che consente una maggiore padronanza della mente, smette il suo usuale chiacchierio di sottofondo e diventa assolutamente acquietata, pacifica, “ferma” nel momento presente (qui e ora).

Dhyana è una delle sei “perfezioni” (paramita), ossia attività considerate perfette:

– la generosità
– l’etica
– la pazienza
– la perseveranza
– la concentrazione meditativa
– la saggezza

L’esercizio delle Sei Perfezioni consente di proseguire sul Sentiero che conduce a graduali stati di coscienza fino alla consapevolezza suprema, ossia il conseguimento del bodhi: il risveglio buddhista inteso in senso spirituale, tradotto in Occidente anche con il termine illuminazione.

Nell’illuminazione zen non è di rilevante importanza vedere Buddha ma essere Buddha, Buddha non è quello che le immagini del tempio ci fanno vedere, perché non c’è nessuna immagine e di conseguenza nulla da vedere, è un vuoto nel quale nessuna immagine è concepibile.

Con il termine Zen (禅) si fa riferimento a un insieme di scuole buddhiste giapponesi che derivano per dottrine e lignaggi dalle scuole cinesi del Buddhismo Chán a loro volta fondate, secondo la tradizione, dal leggendario monaco indiano Bodhidharma.

Nelle arti e nella cultura, lo Zen ispirò la poesia (haiku), la cerimonia del tè (cha no yu o chadō), l’arte di disporre i fiori (ikebana), l’arte della calligrafia (shodō), la pittura (zen-ga), il teatro (), l’arte culinaria (zen-ryōri, shojin ryōri, fucha ryōri) ed è alla base delle arti marziali (es. aikidō, karate, jūdō), dell’arte della spada (kendō) e del tiro con l’arco (kyūdō).

Bodhidharma

La tradizione racconta che fu il monaco indiano Bodhidharma a portare nel V secolo dell’era corrente il Buddhismo in Cina, là dove, mescolandosi con il Taoismo e con altre tradizioni, avrebbe dato origine allo Zen (Ch’an). A poco a poco, la fama di Bodhidharma si diffuse in tutta la Cina.

Un giorno l’imperatore Wu, attratto dal Buddhismo, lo mandò a chiamare e gli domandò:
“Ho fatto costruire templi, ho fatto tradurre le sacre scritture, ho sovvenzionato i monaci: quali meriti ho ottenuto?”
“Nessun merito” gli rispose il Bodhidharma.
“Perché mai?” replicò contrariato l’imperatore, che riteneva di aver ormai acquisito un buon posto in cielo o una favorevole rinascita.
“Perché in tutte queste opere non c’è nessun merito religioso”.
“In che cosa consiste, allora, il merito religioso?”
“Nella comprensione della vera natura delle cose”.
L’imperatore non capiva. “Qual è il principio di questa sacra dottrina?” domandò ancora.
“Che non c’è nessun sacro principio”.
Sempre più perplesso, Wu chiese: “Ma chi è che mi parla così?”
“Come posso dirlo, maestà?” disse Bodhidharma.


Una definizione dello Zen

Fu chiesto una volta a Bodhidharma di dare una definizione dello Zen. Ed egli, contravvenendo allo spirito stesso del suo insegnamento, rispose così:
“È una trasmissione speciale al di fuori delle scritture, è indipendente da parole e da lettere, punta direttamente allo spirito dell’uomo, è un contemplare la propria natura”.


Lo Zen e la vita di tutti i giorni

Un monaco domandò al maestro Nan-ch’uan: “Che cos’è lo Zen?”
“È la vita di tutti i giorni.”
“E come ci si avvicina ad esso?”
“Più cerchi di avvicinarti, più te ne allontani.”


Lo Zen e la consapevolezza quotidiana

“Che cos’è lo Zen?” fu chiesto a un maestro.
E lui rispose: “Si mangia quando si ha fame, si beve quando si ha sete, ci si copre quando fa freddo e ci si sventola quando fa caldo”.


Lava la tua ciotola

Un novizio, appena entrato nel monastero, domandò al maestro Chao-chou: “Ti prego, spiegami che cosa devo fare per raggiungere l’illuminazione”.
“Hai mangiato la tua zuppa?”
“Sì.”
“Allora, lava la ciotola.”

Azioni meritorie

Un giorno Chao-chou trovò un discepolo inchinato davanti ad una statua del Buddha e lo colpì con un bastone.
Il monaco protestò: “Non è un atto meritorio adorare il Buddha?”
“Sì,” rispose il maestro “ma è ancora più meritorio lasciar perdere gli atti meritori.”


Lo zen in ogni istante

Gli studenti di Zen stanno coi loro maestri almeno dieci anni prima di presumere di poter insegnare a loro volta. Nan-in ricevette la visita di Tenno, che dopo aver fatto il consueto tirocinio era diventato insegnante.
Era un giorno piovoso, perciò Tenno portava zoccoli di legno e aveva con sé l’ombrello. Dopo averlo salutato, Nan-in disse: “Immagino che tu abbia lasciato gli zoccoli nell’anticamera. Vorrei sapere se hai messo l’ombrello alla destra o alla sinistra degli zoccoli”.
Tenno, sconcertato, non seppe rispondere subito. Si rese conto che non sapeva portare con sé il suo Zen in ogni istante. Diventò allievo di Nan-in e studiò ancora sei anni per perfezionare il suo Zen di ogni istante.


La cosa più preziosa

Uno studente domandò a Sozan, un maestro cinese di Zen:
“Qual é la cosa più preziosa del mondo?”
Il maestro disse : “La testa d’un gatto morto”.
“E perché la testa d’un gatto morto è la cosa più preziosa del mondo?” insistette lo studente.
Sozan rispose: “Perché nessuno può dirne il prezzo”.


Kasyapa

Un giorno il Buddha si presentò davanti all’assemblea dei monaci. Tutti si aspettavano che egli tenesse uno dei suoi abituali sermoni per illustrare la dottrina, il dharma. Ma il maestro, quella volta, non disse nulla. A un certo punto, sempre senza pronunciare parola, sollevò con una mano un fiore. I monaci restarono in attesa che dicesse qualcosa; egli però se ne stava immobile e silenzioso con quel fiore in mano, e osservava i loro volti. All’improvviso il suo sguardo si fermò su Kasyapa. Kasyapa sorrise. Anche il Buddha sorrise.


Senza parole

Un sacerdote incontrò un giorno un maestro zen e volendo metterlo in imbarazzo, gli domandò:
“Senza parole e senza silenzio, sai dirmi che cos’è la realtà?”
Il maestro gli diede un pugno in faccia.


Una tazza di tè

Un filosofo si recò un giorno da un maestro zen e gli disse:
“Sono venuto a informarmi sullo Zen, su quali siano i suoi principi ed i suoi scopi”.
“Posso offrirti una tazza di tè?” gli domandò il maestro. E incominciò a versare il tè da una teiera. Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.
“Ma cosa fai?” sbottò il filosofo. “Non vedi che la tazza è piena?”
“Come questa tazza” disse il maestro “anche la tua mente è troppo piena di opinioni e di congetture perché le si possa versare dentro qualcos’altro.
Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?”


Silenzio assoluto

In un piccolo tempio sperduto su una montagna, quattro monaci erano in meditazione. Avevano deciso di fare una sesshin di assoluto silenzio. La prima sera la candela si spense e la stanza piombò in una profonda oscurità.
Sussurrò un monaco: “Si è spenta la candela!”
Il secondo rispose: “Non devi parlare, è una sesshin di silenzio totale”
Il terzo aggiunse: ” Perché parlate? Dobbiamo tacere, rimanere in perfetto silenzio!”
Il quarto, il responsabile della sesshin, concluse: “Siete tutti stolti e malvagi, solo io non ho parlato!”


Il desiderio

Una volta, due monaci, Tanzan e Ekido, stavano attraversando un torrente quando scorsero una bella ragazza in kimono e sciarpa di seta che cercava, senza riuscirci di fare altrettanto. Tanzan, senza pensarci, la prese in braccio e la portò dall’altra parte. Ekido non disse nulla finché quella sera non ebbero raggiunto un tempio dove passare la notte. Allora non poté più trattenersi.
“Noi monaci non avviciniamo le donne” disse a Tanzan “e meno che meno quelle giovani e carine. È pericoloso. Perché l’hai fatto?” Lo rimproverò.
“Io quella ragazza l’ho lasciata laggiù sulla riva” disse Tanzan “Tu invece la stai ancora portando con te?”


Liberazione

Un giorno al maestro Seng-ts’an si presentò un giovane che dichiarò: “Vengo da te perché cerco la liberazione”.
“Chi ti ha incatenato?” gli domandò il maestro.
“Nessuno”.
“Allora, sei già libero”.


Il dito e la luna

Una sera di plenilunio, il maestro Pai-chang chiamò i suoi allievi e disse loro: “chi ha capito l’insegnamento zen dev’essere in grado di spiegare che cos’è la luna senza nominarla”.
Uno dei discepoli pensò: “Questa volta non posso sbagliare”, sollevò il braccio e con il dito indicò la luna.
Pai-chang gli afferrò il dito e glielo torse. “E adesso dov’è la luna?” domandò.
Il monaco si risvegliò.


La partita a scacchi

Un giovane si presentò ad un maestro zen e gli disse: “Vorrei raggiungere la liberazione dalla sofferenza promessa dal Buddha. Ma non sono capace di lunghi sforzi e non sono in grado di meditare. Esiste una via che posso seguire?”
“Che cosa sai fare?” gli domandò il maestro.”Niente.”
“Ma c’è qualcosa che ti piace fare?”
“Giocare a scacchi.”
Il maestro fece portare una scacchiera e una spada. Poi chiamò un giovane monaco e disse: “Chi di voi due vincerà questa partita a scacchi raggiungerà la liberazione. Chi perderà sarà ucciso con questa spada. Accettate?”.
I due giovani acconsentirono e incominciarono a giocare. Sapendo che era una questione di vita o di morte, si concentrarono come non avevano mai fatto. A un certo punto il primo giovane si trovò in vantaggio e pensò che la vittoria era sicura. Guardò il suo avversario e si accorse che il maestro aveva sollevato la spada sulla sua testa. Allora ne ebbe compassione e compì un errore deliberato.
Ora era lui che stava per perdere. Vide che il maestro aveva spostato la spada sulla sua testa… e chiuse gli occhi. La spada si abbatté sulla scacchiera. “Non c’è né vincitore né vinto” proclamò il maestro “e quindi non taglierò la testa a nessuno”.
Poi aggiunse rivolto al primo giovane: “Due sole cose sono necessarie: la concentrazione e la compassione. E tu le hai sperimentate entrambe. Questa è la via che cerchi”.


La brocca

Il maestro Pai-chang voleva scegliere un monaco cui affidare l’incarico di aprire un nuovo monastero. Convocò i suoi discepoli, pose una brocca sul pavimento e disse loro: “Sceglierò chi saprà descrivere questa brocca senza nominarla”.
“È un vaso di forma rotondeggiante, con un manico e un becco” rispose il più colto dei suoi allievi.
“È un recipiente di colore grigio e serve per contenere acqua o altri liquidi” disse un altro.
“Non è uno zoccolo” intervenne un terzo più spiritosamente.
Gli altri monaci non dissero nulla, perché erano convinti di non poter escogitare definizioni migliori.
“Non c’è nessun altro?” domandò il maestro.
Allora si alzò Kuei-shan, che nel monastero era un semplice inserviente. Egli prese la brocca in mano e la mostrò a tutti senza dire nulla.
Pai-chang dichiarò: “Kuei-shan sarà l’abate del nuovo monastero”.


La statua del Buddha

Un maestro zen si era fermato, durante un viaggio, in un tempio. Poiché faceva freddo, per non morire congelato, aveva preso una statua di legno del Buddha e le aveva dato fuoco. Il sacerdote del tempio, vedendo le fiamme, si era svegliato ed era accorso: credeva che si trattasse di un incendio. Quando vide quel che succedeva, fu sconvolto dal sacrilegio. “Che cosa hai fatto?” gridò. “Hai bruciato il corpo del Buddha!”
Il maestro prese un bastone e si mise a frugare tra le ceneri.
“E ora che cosa fai?” gli domandò il sacerdote.
“Cerco le ossa del Buddha.”
“Quali ossa? Non vedi che è una statua di legno?”
“Allora, per favore, portami un altro Buddha da bruciare.”

Inferno e paradiso

Un soldato che si chiamava Nobushige andò da Hakuin e gli domandò: “C’è davvero un paradiso e un inferno?”.
“Chi sei?” volle sapere Hakuin.
“Sono un samurai” rispose il guerriero.
“Tu un soldato!” rispose Hakuin “Quale governante ti vorrebbe come sua guardia? Hai una faccia da accattone!”
Nobushige montò così in collera che fece per sguainare la spada, ma Hakuin continuò: “Sicché hai una spada! Come niente la tua arma è troppo smussata per tagliarmi la testa”.
Mentre Nobushige sguainava la spada, Hakuin osservò: “Qui si aprono le porte dell’inferno!”
A queste parole il samurai, comprendendo l’insegnamento del maestro, rimise la spada nel fodero e fece un inchino.
“Ora si aprono le porte dei paradiso” disse Hakuin.

Gratitudine

Un ricco mercante fece dono ad un maestro di un’ingente quantità di monete d’oro per la costruzione di un nuovo monastero.
Il maestro accettò senza dimostrare né entusiasmo né gratitudine.
Seccato, il mercante gli disse: “Potresti almeno ringraziarmi”
“E perché dovrei?” gli rispose il maestro “è chi dona che dovrebbe essere grato”.


Il rospo e il millepiedi

Un millepiedi viveva sereno e tranquillo. Finché un rospo un giorno non disse per scherzo: “In che ordine metti i piedi l’uno dietro l’altro?”
Il millepiedi incominciò a lambiccarsi il cervello e a fare innumerevoli prove.
Il risultato fu che da quel momento non riuscì più a muoversi.


Ah si?

Il maestro Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari.
Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta. La cosa li mandò su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l’uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, fini col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro, lo insultarono e gli imposero di mantenere la ragazza e il bambino.
“Ah si?” disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai si era perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino e della giovane con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo. Si mise inoltre a intrecciare un maggior numero di stuoie per poter mantenere i due nuovi venuti.
Dopo un anno la giovane − annoiata di vivere con Hakuin − non resistette più, si pentì e disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza, cosi come anche i vicini, andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino e la giovane.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quello che disse fu: “Ah si?”


La tigre e la fragola

Un uomo che camminava per un campo si imbatté in una tigre. Si mise a correre, tallonato dalla tigre. Giunto a un precipizio, si afferrò alla radice di una vite selvatica e si lasciò penzolare oltre l’orlo. La tigre lo fiutava dall’alto. Tremando, l’uomo guardò giù, dove, in fondo all’abisso, un’altra tigre lo aspettava per divorarlo. Soltanto la vite lo reggeva. Due topi, uno bianco e uno nero, cominciarono a rosicchiare pian piano la vite. L’uomo scorse accanto a sé una bellissima fragola. Afferrandosi alla vite con una mano sola, con l’altra spiccò la fragola. Com’era dolce!


Con questi brevi racconti (Kōan), spesso paradossali, i maestri Zen, con poche e sorprendenti parole, illuminano la mente e l’animo di coloro che, alla ricerca di un equilibrio interiore, desiderano avvicinarsi alla disciplina Zen.

Prima di praticare per trent’anni lo Zen vedevo le montagne come montagne e le acque come acque. Quando giunsi a una sapienza più profonda, vidi che le montagne non sono montagne e le acque non sono acque. Ora che ho raggiunto l’essenza della sapienza, sono in pace, perché vedo le montagne come montagne e le acque come acque.

Ch’ing-yuan

 

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