Roberto Pazzi e l’esistenza

Da un belvedere della val di Magra

Una volta, io lo so,
qui c’è stata la gioia.
L’aria ne trema ancora.

Ancora non si è spento lo stupore
della valle
a vedersela un giorno andar via.

Da L’esperienza anteriore (Milano, I Dispari, 1973)

 

Roberto Pazzi è nato ad Ameglia (La Spezia) nel 1946 è uno scrittore, poeta e giornalista italiano, vive da molti anni a Ferrara. Laureatosi in lettere classiche a Bologna, con Luciano Anceschi, ha insegnato nella scuola superiore e nell’università a Ferrara e a Urbino.

Tradotto in ventisei lingue, ha esordito in poesia con una silloge apparsa sulla rivista Arte e poesia nel 1970, prefata da Vittorio Sereni. Sue poesie sono apparse su varie riviste letterarie fra le quali Nuovi Argomenti e L’Almanacco dello Specchio. Ha pubblicato numerose raccolte poetiche tra cui: L’esperienza anteriore 1973, Il re, le parole 1980, Calma di vento 1987. Il suo esordio narrativo è avvenuto nel 1985 con Cercando l’Imperatore, si è affermato presso il grande pubblico con romanzi di genere storico fantastico, è considerato tra i più originali narratori italiani. Attualmente, dopo dodici anni di collaborazione esclusiva al Corriere della Sera, scrive in Italia sulle pagine culturali di diversi quotidiani italiani fra i quali Il Resto del Carlino, La Nazione e Il Giorno e all’estero su The New York Times.

Roberto Pazzi dimostra di essere un poeta che ama il viaggio che non finisce, che interroga l’esistenza ironicamente, non dimenticando l’elemento giocoso, perfino fanciullesco, che è una delle componenti più vitali ed esclusive, ci sembra, nel panorama odierno della poesia italiana. L’avventura dei sensi è allietata dall’autenticità della forma, specchio di una verità restituita liricamente, quando gran parte della produzione poetica italiana di oggi soffre invece di stratificazioni linguistiche e gergali che non aiutano l’interazione con la lettura ed il lettore.

La chiarezza e la luminosità poetica di Pazzi è contigua ad una linea, tra terra e cielo, che esce dalle secche di un presente che spesso rappresenta un mondo che ha poco da dire, inaridito dalla perdita di una corroborante spinta vitale. In questo caso dobbiamo dire che il vibrare sonoro di Roberto è un cuore pulsante, che batte a lungo.

La coperta del letto

Il mio amico Bruno se n’andava
da bambino in bicicletta cantando
in una lingua che non c’è.
Gli piaceva che la gente che passava
lo credesse sempre uno straniero.
Io, con la gran coperta del letto dei miei
sulle spalle, da bambino mi credevo re,
in cucina ricevevo personaggi,
decidevo le guerre e le paci,
facevo politica mondiale.
Questa storia è andata a finir bene
perché non è finita: non abbiamo
più smesso di giocare.

Da Il re, le parole (Manduria, Lacaita, 1980)

Luce di ottobre

L’estate fatica a morire
e anch’io. E tu,
luce che ti nascondi
in tutti gli angoli di casa,
braccata dalla paura del buio,
a che ti serve cercarmi?
Ti rivesti di me,
nei colori della camicia,
dei miei capelli, della barba,
ma non sono uno che rimane,
vado anch’io dove vai tu.
M’invadi ormai, sei luce mentale,
i colori non ti hanno salvato,
dormiremo insieme,
altro non posso
che chiudere gli occhi con te.

Da La gravità dei corpi (Bari, Palomar, 1998)

 

Mi spiacerà morire per non vederti più – Roberto Pazzi

 

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