Un racconto, una poesia e un pezzo di storia d’Italia

Ufficiale di artiglieria da montagna, lo avevano assegnato alla 140esima batteria, sull’Altopiano di Asiago: come dire, sulla porta di casa. Era una guerra “mondiale”, ma egli era lì a difendere la sua valle. L’eco delle cannonate arrivava fino al paese e si può capire come i familiari vivessero quei mesi, quegli anni estenuanti di guerra di posizione, in uno stato perenne di angoscia. Qualcuno dice che Silvio Negro scampò per poco alla tremenda battaglia dell’Ortigara (giugno 1917). Dopo ogni scontro il giovane ufficiale spediva alla madre una cartolina di saluti, per rassicurarla e al tempo stesso sollecitarne l’intermediazione: “Prega per me, mamma, la mia vita è in pericolo”.

L’altro figlio maschio, Gildo, di tre anni più giovane, s’era ritrovato negli Alpini a guerra quasi finita. Pressochè coetanei, questi due fratelli si sentivano molto legati. Da una cartolina di Silvio al fratello, datata 4 novembre 1918, proprio il giorno dell’armistizio:

Caro Gildo, questa volta gli Austriaci non si fermano più per la ragione che li facciamo tutti prigionieri. Si cammina sempre, ieri sera ho passato l’antico confine nostro con la batteria che è al seguito d’un reggimento di fanteria. Morale altissimo e salute ottima, gli esami naturalmente sono sfumati”.

Un’altra lettera, datata 10 novembre, di quattro facciate con le macchie nere della censura militare:

Sono stato a casa per un giorno dove ho trovato tutti malaticci, eccetto la mamma, e il papà che ogni tanto ha febbre e sempre tosse e non sta punto bene anche di cera. Il torrente ha fatto un danno rilevante nel prato sopra la filanda, i lavori sono pochissimo avanti perchè mancano gli uomini. Per fortuna che Luigi, nostro cugino si è occupato della nostra semina…”.

Dava notizie del paese, tutte brutte in quel momento che l’esaltazione per la vittoria militare non poteva distogliere dai minuti problemi quotidiani. La sua gente, la sua valle, erano quanto mai affondati nelle viscere. Per tutto il tempo della guerra quando l’attendente, anche lui dello stesso paese e ottenuta una licenza-lampo, tornava sull’altopiano con qualche grappolo d’uva dei loro campi, quell’ufficiale tutto d’un pezzo faceva gli occhi lustri.

Sul primo numero de Il Bò datato 15 giugno 1919, quindicinale dei goliardi patavini, furono pubblicate due poesie di Silvio Negro, firmate “Orsobruno”: pseudonimo trasparente che riecheggia il cognome, ma anche il nome Silvio e gli umori selvatici di chi lo portava – del “salvàdego” si dà nel vicentino a un temperamento un po’ ombroso.
Curiosa anche l’una delle due poesie su Il Bò che reca il titolo: “Dichiarazione” inequivocabile confessione di un flirt castissimo, quale soltanto poteva essere in quegli anni fra uno studente e una maestrina.

Siamo qui soli in questo angol diviso
del tren che fugge, tu i colli a riguardare,
io a rimirare il pallido tuo viso
e molte cose in cuore a meditare.

Molte cose mi stanno in fondo al cuore
che mi dan pena e non le so svelare,
e tu le sai, tu le conosci, amore,
ma non ti volgi e non mi vuoi aiutare.

Eppur così, guardandoti nel viso
senza parole, sempre vorrei andare,
ed aspettare solo un tuo sorriso
e mai potesse il viaggio terminare.

Orsobruno

Milano, 16 luglio 1923. Gli squadristi in camicia nera assalgono la sede del quotidiano cattolico L’Italia e le appiccano il fuoco, provocando serissimi danni che per poco non metteranno in pericolo l’esistenza stessa del giornale, il quale già soffriva di una crisi interna, anche di natura economica. Da poche settimane L’Italia era divenuto proprietà della diocesi ambrosiana, dopo essere uscito dal trust di giornali cattolici del conte e senatore Giovanni Grosoli, accusato di osteggiare don Luigi Sturzo e il Partito Popolare Italiano, che Mussolini già tramava di liquidare. Il Grosoli, cattolico su posizioni di estrema intransigenza, era stato l’ultimo presidente dell’Opera dei Congressi.

Opera dei Congressi – Associazione politico-religiosa fondata nel 1874 allo scopo di riunire i cattolici e le loro associazioni per un’azione comune e concorde, per la difesa dei diritti della Santa Sede e degli interessi religiosi e sociali degli Italiani. Fu sciolta nel 1904.

Nell’autunno di quel 1923, il nuovo direttore Leone Gessi, a caccia di talenti, chiama a L’Italia Silvio Negro e gli offre duemila lire al mese: uno stipendio cospicuo all’epoca. Negro si troverà presto coinvolto in una situazione arroventata fra due fuochi, lui di temperamento così schivo e un po’ timido: dall’esterno i fascisti, accaniti contro gli ambienti dell’Azione Cattolica e in particolare i giornali che ne erano l’espressione; all’interno, rimaneva confusa la natura del giornale, come foglio dei cattolici o come organo più o meno ufficiale dell’Azione Cattolica, mentre si manteneva aspro fra i redattori il dissidio dei cattolici-popolari e dei cattolici integralisti che intendevano rimanere estranei ad ogni impegno politico. Contro ogni previsione il montanaro Silvio Negro resiste a tanta bufera, mentre il direttore Leone Gessi appena tre mesi dopo lascerà l’incarico.

Estratto da  “Silvio Negro”  di Guido Guarda Edizioni Nuovo Progetto 1990

AZIONE CATTOLICA ITALIANA

L’Azione Cattolica Italiana (ACI) è la più antica, ampia e diffusa tra le associazioni cattoliche laicali d’Italia. Ebbe le sue origini nel settembre 1867, quando due giovani universitari, Mario Fani, viterbese, e Giovanni Acquaderni, da Castel San Pietro dell’Emilia, fondano a Bologna la Società della Gioventù Cattolica Italiana. Il motto «Preghiera, Azione, Sacrificio» sintetizza la fedeltà a quattro principi fondamentali:

• l’obbedienza al Papa (“sentire cum Ecclesia”);
• un progetto educativo fondato sullo studio della religione;
• vivere la vita secondo i principi del Cristianesimo;
• un diffuso impegno alla carità verso i più deboli e i più poveri.

L’Azione Cattolica Italiana escludendo l’impegno politico diretto, è in sintonia con l’enciclica Non expedit del 1868, in cui  papa Pio IX (Giovanni Maria Mastai Ferretti, pontificato 1846-1878) aveva dato disposizione ai cattolici italiani a non partecipare all’intera vita politica italiana.
Viene quindi approvata dal Pontefice e nel 1872 con il primo Congresso dei cattolici italiani, prenderanno vita in Italia l’Opera dei Congressi e i Comitati cattolici. L’associazione cresce rapidamente e, nel giro di pochi anni, si diffonde nelle parrocchie di tutta Italia.L’Azione Cattolica fu voluta dal Papa come principale strumento di contrasto al Modernismo che andava diffondendosi all’interno del Cattolicesimo.

Papa Pio X (Giuseppe Sarto, ponteficato 1903-1914) con il decreto Lamentabili sane exitu e successivamente con l’enciclica Pascendi, nel 1907 condannò il Modernismo etichettato insieme al Relativismo come sintesi di tutte le eresie, ne derivarono endemici contrasti e schieramenti.

IL MODERNISMO TEOLOGICO

Fu un’ampia e variegata corrente del Cattolicesimo che si diffuse in tutta Europa, sviluppatasi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento volta a ripensare il messaggio cristiano alla luce di un‘autonoma determinazione dell’uomo nella vita individuale e collettiva, come emancipazione da ogni prospettiva e sistema di valori compiuto e di carattere assolutistico, e come affermazione delle scienze legate alle metodologie sperimentali e al vaglio della critica.

IL RELATIVISMO

È una posizione filosofica che nega l’esistenza di verità assolute, o mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione assoluta e definitiva.
In Europa se ne riconosce la prima comparsa all’interno della sofistica greca. Per i sofisti, nessun atto conoscitivo raggiunge la natura oggettiva delle cose, né rappresenta una verità assoluta valida per ognuno.
Un ulteriore punto di vista di cui Ludwig Wittgenstein fu il principale sostenitore, è che, poiché tutto viene filtrato dalle percezioni umane, limitate ed imperfette, per forza di cose ogni conoscenza è relativa alle esperienze sensibili per l’uomo.

UNIONE ELETTORALE CATTOLICA ITALIANA

Nel 1906, dopo la soppressione dell’Opera dei Congressi (1904) e l’at­tenuazione della pratica della Non expedit, sorse l’Unione elettorale cattolica italiana (UECI) un’associazione nata per coordinare la partecipazione dei cattolici italiani alla vita politica, pur ubbidendo alla direttiva di non formare un vero partito.
A dirigerla, nel 1909 Pio X incaricò Vincenzo Ottorino Gentiloni che nel 1913 concluse con Giovanni Giolitti, l’allora Presidente del Consiglio dei ministri del Regno d’Italia, il cosiddetto “Patto Gentiloni”, del quale i tre punti cardine sono:

  • il finanziamento alle scuole non statali (prevalentemente cattoliche);
  • l’impegno a non permettere l’introduzione del divorzio in Italia;
  • la giurisdizione separata per il clero.

Il Patto Gentiloni comprendeva un accordo elettorale in vista delle elezioni politiche del Regno d’Italia del 1913, le prime a suffragio universale maschile, che impegnava i cattolici a sostenere il raggruppamento politico dei Liberali, noto con il nome Unione Liberale. Questo cartello elettorale, comprendente diversi partiti liberali creato per le elezioni politiche del 1913, ottenne uno schiacciante successo confermando che, quello cattolico, era un voto che aveva un determinato peso nel quadro politico nazionale.

Giovanni Giolitti (1842-1928) uomo politico e statista italiano, è considerato uno tra i maggiori protagonisti della storia unitaria italiana, dominando la scena politica nel primo quindicennio del Novecento, periodo che è stato definito “età giolittiana”.
Egli si trovò a dover affrontare anni roventi per un diffuso malcontento dovuto a disagi di tipo economico, a cui i precedenti governi avevano risposto con una repressione autoritaria, ravvisando nelle agitazioni operaie un intento sovversivo. Una politica folle, a suo giudizio, che davvero avrebbe potuto scatenare una rivoluzione.

Uno Stato liberale, secondo Giolitti non doveva spalleggiare l’una o l’altra parte in conflitto; doveva semplicemente svolgere una funzione arbitrale e mediatrice, limitandosi alla tutela dell’ordine pubblico. In tal senso i sindacati rappresentavano una forza contenitrice, che garantiva una possibilità di dialogo, visto poi che gli scioperi avevano alla base motivazioni economiche e non politiche. E le forze operaie anziché in opposizione allo Stato, andavano considerate per il loro ruolo giuridico ed economico.

La sua politica si pose sulla stessa linea di Cavour circa la necessità di realizzare tempestive riforme che dessero risposte ai conflitti sociali e si modellassero sui cambiamenti sociali in atto. Concezioni che per quel tempo erano considerate rivoluzionarie.

Il moto ascendente delle classi operaie si accelerava sempre più ed era un moto invincibile perché comune a tutti i paesi civili e perché poggiava sui principi dell’eguaglianza tra gli uomini. La sua attenzione si rivolse al partito socialista, per trasformarlo da avversario a sostegno delle istituzioni ed allargare nello stesso tempo le basi dello Stato; e ai cattolici, che volle fare rientrare nel sistema politico.

Giolitti fu più volte presidente del Consiglio dei ministri. Nella storia politica dell’Italia unita, la sua permanenza a capo del governo fu una delle più lunghe, fu il politico liberale più efficacemente impegnato nell’estensione della base democratica del giovane Stato unitario, e nella modernizzazione economica, industriale e politico-culturale della società italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento. Dopo un iniziale voto di fiducia, nel 1922, al nuovo governo fascista, dal 1924 si tenne all’opposizione di Benito Mussolini.

PARTITO POPOLARE ITALIANO

Nel primo dopoguerra, venuto meno il Non expedit, l’UECI si sciolse con la costituzione del Partito Popolare Italiano (PPI) fondato nel 1919 e guidato nei primi anni da don luigi Sturzo.
Nello stesso anno vi aderì anche Alcide De Gasperi, che per circa un anno ne assunse la segreteria (1924-25).

Don Luigi Sturzo (1871-1959) fu un sacerdote e politico italiano fermo sostenitore della necessità per i credenti di essere coerenti  tra vita religiosa e impegno politico, con una scelta mantenuta sulla linea, pur essendo autonoma e non imposta dalla Chiesa. Attento analista dei rapporti tra Chiesa e Stato, suo scopo preminente infatti non era il governo delle istituzioni pubbliche ma la promozione di scelte politiche che promuovessero il bene della collettività e la difesa dell’uomo.
Fautore della partecipazione dei cattolici alla vita politica, egli volle dare un’alternativa cattolica e sociale al movimento socialista. Antifascista, fu sempre fedele all’idea che le libertà sociali e la democrazia costituiscano un binomio inscindibile a patto che non vengano schiacciate dagli eccessi dello statalismo.
Fece appello affinchè si unificassero le forze e le scelte politiche tra partiti, senza pregiudizi né preconcetti al fine di valorizzare gli ideali di libertà e di giustizia. Promosse l’idea di una società autorevole, dinamica e promotrice del bene comune, a salvaguardia della dignità e della libertà della persona umana.

Nel 1918 nel Regno d’Italia fu esteso il suffragio universale maschile a tutti i cittadini con età maggiore di 21 anni, ampliando così l’elettorato. Il Partito Popolare Italiano alle elezioni svoltesi  nello stesso anno  in cui fu fondato, risultò il secondo partito dopo quello socialista.
Venne sciolto nel 1926 assieme agli altri partiti politici dal governo fascista, ma continuò a operare clandestinamente.

Il pensiero sociale di Luigi Sturzo, si innesta nell’enciclica “Rerum Novarum” di Papa Leone XIII che aveva a cuore il mantenimento dell’unità dei cattolici, obiettivo che diventava sempre più arduo.

«Come nel corpo umano le diverse membra s’integrano fra loro e determinano quelle relazioni armoniose che giustamente viene chiamata simmetria, allo stesso modo la natura esige che nella società le classi s’integrino fra loro realizzando, con la loro collaborazione mutua, un giusto equilibrio»

Leone XIII

Papa Leone XIII (Gioacchino Pecci, pontificato 1878-1903) è ricordato nella storia dei papi dell’epoca moderna come pontefice che ritenne che fra i compiti della Chiesa rientrasse anche l’attività pastorale in campo socio-politico.
Se con lui non si ebbe la promulgazione di ulteriori dogmi dopo quello dell’infallibilità papale, solennemente proclamato dal Concilio Vaticano I con papa Pio IX (1868), egli viene tuttavia ricordato quale papa delle encicliche: ne scrisse ben 86, con lo scopo di superare l’isolamento nel quale la Santa Sede si era ritrovata dopo la perdita del potere temporale con l’Unità d’Italia.
Leone XIII è infatti noto anche per essere stato il primo Papa, dopo mille anni di Storia, a non esercitare il potere temporale, perché impedito dalla recente occupazione italiana, destinata a perdurare per un sessantennio.
La sua più famosa enciclica fu la Rerum Novarum con la quale si realizzò una svolta nella Chiesa cattolica, ormai pronta ad affrontare le sfide della modernità come guida spirituale internazionale. In questo senso correttamente gli fu attribuito il nome di “Papa dei lavoratori” e di “Papa sociale”.

Nella storia della Chiesa cattolica la Rerum Novarum è considerata la prima enciclica esplicitamente sociale, un’enciclica che formulò i fondamenti della moderna dottrina sociale della Chiesa.

ASSOCIAZIONI CRISTIANE DEI LAVORATORI ITALIANI

La Rerum Novarum è una delle tre encicliche papali che rappresentano le radici delle ACLI (Associazioni Cristiane dei Lavoratori Italiani), un’associazione di promozione sociale italiana fondata da Achille Grandi nel 1944, che si pose l’obiettivo di curare la formazione religiosa, morale e sociale dei lavoratori cristiani, contribuendo a salvaguardare la specificità e il patrimonio ideale del cattolicesimo sociale all’interno del sindacato unitario.
Nel primo congresso nazionale che si tenne a Roma nel 1946 si definì le ACLI come espressione della corrente cristiana in campo sindacale e raggruppa coloro che, secondo la dottrina sociale del Cristianesimo e dell’insegnamento della Chiesa, accolgono un rinnovato ordinamento sociale in cui sia assicurato secondo giustizia, il riconoscimento dei diritti e la soddisfazione delle esigenze materiali e spirituali dei lavoratori.

DEMOCRAZIA CRISTIANA

Durante la Seconda Guerra Mondiale il partito cattolico si ricostituì nel Regno del Sud (1944) con il nome di Democrazia Cristiana ed i suoi rappresentanti entrarono nei governi succedutisi in quegli anni.
Alcide De Gasperi fu il principale promotore della nuova formazione politica, nel 1942 in uno scritto intitolato Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana, aveva anticipato le linee maestre sulle quali doveva poi muoversi il nuovo partito cattolico.

Alcide De Gasperi (1881-1954) politico italiano viene oggi considerato come uno dei padri della Repubblica Italiana e, insieme al francese Robert Schuman, al tedesco Konrad Adenauer e all’italiano Altiero Spinelli, uno dei padri fondatori dell’Unione europea.

Originario dell’allora Tirolo Italiano o Welschtirol (l’attuale Trentino-Alto Adige/Südtirol), regione che all’epoca era parte dell’Impero austro-ungarico, fin da giovanissimo partecipò ad attività politiche. Fu leader del movimento studentesco e protagonista delle lotte degli studenti trentini, che miravano a ottenere un’università in lingua italiana per le minoranze italofone del Tirolo e dell’impero. Divenne direttore del giornale Il Trentino (1906) e deputato del collegio di Fiemme (1911), fu tenace difensore dell’autonomia culturale del Trentino in seno all’impero austro-ungarico.
Tale politica, coerente con la stessa popolazione trentina, lo pose in contrasto con quella di Cesare Battisti, cittadino austriaco di nascita e irredentista italiano, che allo scoppio della Prima guerra mondiale decise di combattere per la parte italiana.
Gli eventi bellici e le forti repressioni attuate dalle autorità asburgiche, diffidenti circa la reale fedeltà del Tirolo italiano, provocarono un forte cambiamento dell’opinione pubblica che convinse De Gasperi insieme con gli altri deputati italiani al parlamento di Vienna, a proclamare la volontà delle popolazioni trentine di essere annesse all’Italia (1918).

Divenuto Segretario del Partito Popolare Italiano dopo don Luigi Sturzo, diede un iniziale sostegno del suo partito al governo di Mussolini, ma si oppose all’avvento del Fascismo. Fu quindi arrestato e sottoposto a sorveglianza dalla polizia. Trovò in seguito impiego nella Biblioteca Vaticana e una volta che le forze anglo-americane ebbero liberato il sud Italia, entrò a far parte della Democrazia Cristiana di cui fu cofondatore.

Nel 1945 fu nominato Presidente del Consiglio dei Ministri, l’ultimo del Regno d’Italia. Durante tale governo fu proclamata la Repubblica e perciò fu anche il primo capo di governo dell’Italia repubblicana; guidò un governo di unità nazionale, che durò fino al 1947.
Le elezioni del 1948 furono tra le più accese della storia repubblicana, visto lo scontro tra la DC e il Fronte popolare, composto da socialisti e comunisti. De Gasperi riuscì a guidare la DC a uno storico successo, tale da consentirle di governare da sola, ma egli sollecitò invece la collaborazione di laici liberali, socialdemocratici e repubblicani.
Affrontò con dignità politica le trattative di pace con le potenze vincitrici e concluse importanti accordi per la ricostruzione e il riassetto dell’economia italiana. La sua politica estera fu risolutamente tesa all’inserimento dell’Italia nell’ambito dell’Alleanza atlantica e alla realizzazione dell’Europa unita.

A partire dal Secondo dopoguerra i Movimenti cattolici italiani furono protagonisti della vita pubblica e politica italiana ribaltando completamente la loro posizione rispetto a quella del periodo risorgimentale grazie anche al mantenimento in vigore dei Patti Lateranensi che nel 1948 furono riconosciuti costituzionalmente e inseriti all’articolo 7 della Costituzione della Repubblica Italiana con la premessa:

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono,
ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”

La Democrazia Cristiana vinse le prime elezioni politiche postbelliche nel 1946 come primo partito di maggioranza relativa dei voti e tale rimase fino alle elezioni del 1992, le ultime alle quali il partito partecipò prima della sua dissoluzione, avvenuta due anni dopo.

La carica di Presidente del Consiglio dei ministri fu continuamente occupata da un politico cattolico dal 1946 fino al dicembre 1981, quando ebbe inizio il governo guidato da Giovanni Spadolini leader del Partito Repubblicano Italiano.

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