E l’uomo dimentica di vivere

L’angoscia della morte è universale

Nel corso della storia umana l’angoscia della morte ha resistito sotto tutte le culture, sotto tutte le religioni stabilite, quanto sotto gli ateismi razionali e le trite ignoranze.
A un vegliardo beato che rifiuta di credere che la vita sia un inferno Buddha chiede: «Saresti contento di morire?».
Subito il vecchio perde il sorriso. Rara è la battuta di una marchesa di Bonneval al momento dell’agonia: «Il ballo finisce. Mi sono tanto divertita».
Più, sentito certamente, il celebre verso di Anna de Noailles: «Non ero fatta per essere morta».
I più grandi poeti dell’umanità, Dante, Shakespeare, Goethe, sono ossessionati dalla morte. È partendo dall’angoscia della morte che nascono le opere di Novalis, Gérard de Nerval, Villiers de l’Isle Adam, Andersen, Kierkegaard, Mallarmé, Maeterlinck, Rilke.

Temendo la morte l’uomo dimentica di vivere.

Perfino un allegrone come Théophile Gautier pensa che nascere è soltanto incominciare a morire, così come Caldéron constata che è stata data la stessa forma alla culla e alla bara. E tutti preferiscono essere un cane vivo piuttosto che un leone morto o, come scrive La Fontaine: «Mieux vaut goujat debout qu’empereur enterré» (meglio un asino vivo che un dottore morto). Quando si pensa che questo alessandrino è estratto da un’opera erotica che La Fontaine rinnegò in punto di morte (è vero che l’esigenza del suo confessore c’entrò per qualche cosa), si afferra sul vivo il meccanismo di difesa del XVII secolo francese.
In certe discipline orientali vi sono tracce di questa fuga in avanti di Gribouille: la morte che poco a poco s’installa in piena vita. Per combattere l’angoscia, aggiustarsi adesso e qui sul piano spirituale, e tanto peggio per l’adattamento terrestre!
La buona letteratura non ha il monopolio dell’angoscia della morte. Quella gialla la esprime sotto tutte le sue maschere.
Quando non si dorme, si legge un giallo. Il mondo di Agatha Christie, d’Ellery Queen, di Stanley Gardner, d’Hitchcock è un mondo senza morte e perfino senza malattie. Se a pagina 19 la vecchia zia riccona ha i crampi di stomaco si indovina immediatamente, prima di Scotland Yard, che è stata avvelenata da un briccone che mira alle sue sterline.
La morte è anormale. La morte è così anormale che bisogna inventare un mostro capace di causarla. E all’ultimo capitolo questo mostro, questo peccatore, sarà punito in nome della legge con estremo rigore, perché un uomo che mette fine all’infinito della vita non potrebbe essere che l’inventore del peccato originale.

Tratto da: Enciclopedia della Psicologia diretta da Denis Huisman – Trento Procaccianti Editore, 1973

*Foto personale

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