Quello che noi chiamiamo progresso

“C’è qualcosa nella natura umana che vede quello che noi chiamiamo “progresso” come un andare avanti e distruggere per creare qualcosa di nuovo”

E questo è un grande, grande problema. C’è qualcosa nella natura umana che porta a questo processo e che è impossibile evitare, come se da queste forche caudine ogni uomo, ogni civiltà ci dovesse passare. Ci passa poi per salvarsi? No. Ma il cammino è quello, ormai è stabilito.

È lì dove io sono di nuovo fuori dalle righe quando, pensando per esempio al caso della Birmania, non dico che difendo gli assassini del suo regime militare, però vedo un senso nella loro barbarie. Perché non c’è dubbio, dopo il Mustang, la Birmania è oggi l’ultima oasi dell’Asia, uno degli ultimi paesi che ha mantenuto il suo carattere.

“I birmani non fumano le Marlboro – è proibito importarle – ma con il loro tabacco si fanno da soli i loro cheroot; non portano blue jeans, ma i loro longyi.
Non usano la crema Nivea ma la pasta di legno di sandalo.”

Tu la sera per le strade di Rangoon vedi quelle belle donne che smaltiscono una finissima polvere di sandalo con un po’ d’acqua e mettono quella pasta sulla faccia dei bambini per proteggerli contro le mosche. E la loro pelle è sanissima. Vivono una vita lenta, tranquilla.

C’è una bella storia che mi piace raccontare ed è quella di Bernardo Valli che quando era giovane riuscì finalmente a ottenere un’intervista con il dittatore del Portogallo che si chiamava Salazar. E mentre aspettava nell’anticamera, un vecchio segretario, sai di quei portoghesi discendenti dall’infante Enrique, duri, eleganti, gli dice “Anche lei è venuto a intervistare il presidente per attaccarlo?” Bernardo si schiva, l’altro lo guarda fisso, gli punta un dito in faccia e dice “Lei se lo ricordi, il presidente sta difendendo il Portogallo dal suo futuro!”

Capisci? I militari birmani fanno lo stesso.

La Birmania è retta da un regime spaventoso di militari orribili e torturatori che io ho sempre condannato. Ti ho raccontato quella scena drammatica di quando sulla strada per Kentung mi sono imbattuto in una squadra di giovani dissidenti, malati, che erano stati messi ai lavori forzati. Per cui non è che non mi sono commosso, impressionato.

La cosa interessante è che, ormai da venti, trent’anni, la comunità internazionale – la Comunità Europea, le Nazioni Unite, gli americani – ha fatto di tutto perché questo regime cambiasse, diventasse democratico. Per giunta c’è un personaggio straordinario a capo del movimento democratico, Aung San Suu Kyi, alla quale con le solite manovre politico-opportuniste è stato dato il Premio Nobel per la pace. È una donna stupenda, coraggiosissima, figlia dell’eroe della guerra d’indipendenza birmana contro i giapponesi. Una grande eroina col padre assassinato, come al solito. Allora la contrapposizione è fra quegli assassini militari da una parte e dall’altra questa silfide, da anni agli arresti domiciliari.

“Bene, questa è la storia come la si vede. Ma cosa c’è dietro alla storia?”

Ci sono gli interessi delle grandi società petrolifere che aspettano di entrare nel paese, perché dalla Birmania passa il petrolio; e ci sono i miliardi dei giapponesi che vogliono fare lo sviluppo, con alberghi a cinque stelle, strade, battelli che corrono sul lago Inle, e l’aeroporto ampliato per portarci i turisti. E se domani, sotto pressioni occidentali, questo regime, come avverrà, cadrà, e la signora Aung San Suu Kyi prenderà il potere, la Birmania diventerà come la Thailandia: le troie, i bordelli, il profitto -tum-tum-tum! Marlboro, Coca-Cola, blue jeans.

Allora, la domanda di uno che non è ideologico, che raggiunge la mia età e che si guarda intorno è: dov’è la soluzione? Cosa ti auspichi, che vincano i militari? No, come puoi? Ti auspichi che vinca lei? Vince lei e la Birmania è finita in pochi mesi. Arrivano i grattacieli di cemento…

E allora, Folco, che si fa? Lo senti il problema? Da che parte stai?

Come si fa a stare con i militari? Non si può. Però bisognerebbe mettere in guardia contro quello che succederà il giorno in cui la Birmania verrà liberalizzata.

Allora io mi chiedo: è possibile salvare capra e cavoli e mantenere la bellezza del mondo che sta nella sua diversità?

di Tiziano Terzani, La fine è il mio inizio, 2006

 

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