L’antidoto al Paese dei balocchi

Milano, scuole fatiscenti e genitori arrabbiati

Gennaio  2011

Amianto in 2.400 scuole italiane,
ma sono spariti i soldi per ripulirle

Cinque edifici su 100 contaminati:
i 358 milioni stanziati non ci sono più

amianto nelle scuole

di Nino Cirillo
ROMA 9 agosto 2010

L’amianto nelle scuole dei nostri ragazzi è uno scandalo lungo almeno 18 anni, una di quelle vergogne che rispuntano a intervalli lunghissimi, che una legge avrebbe dovuto cancellare – la legge n. 257, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale del 13 aprile 1992 – e invece neanche la legge ce l’ha fatta.

Se la norma fosse stata applicata e rispettata – se cioè, oltre che dichiarare fuori legge l’amianto, si fosse proceduto a una seria operazione di bonifica – non saremmo oggi qui a osservare il baratro nel quale siamo finiti: 2.400 scuole italiane sono ancora a rischio, c’è amianto nelle loro strutture. Sui tetti, nelle palestre, nei muri è stata accertata la presenza di quel materiale molto comune e molto usato negli anni del Boom «per la sua resistenza al calore e la sua struttura fibrosa», che provoca con le sue polveri – ormai è fin troppo accertato – tumori della pleura e carcinoma polmonare.
Duemilaquattrocento scuole su 41.902 edifici scolastici sparsi per la nostra Penisola. Vuol dire che cinque scuole su cento – e anche qualcosa di più – aprono i battenti ogni mattina, facendo correre agli alunni, agli insegnanti, a tutto il personale questo terribile rischio. Il dato è tremendamente serio, contenuto in dossier riservato del Ministero della pubblica istruzione che fa il punto sullo stato – disastroso – dell’edilizia scolastica italiana.

Un dossier che fotografa bene il dramma dell’amianto soprattutto quando fornisce i dati sugli anni di costruzione degli edifici scolastici. Il 44 per cento delle scuole oggi aperte e funzionanti in Italia, infatti, sono state costruite fra il 1961 e il 1980, una su due o poco meno. Negli anni cui l’amianto andava che era un piacere, formidabile garanzia di isolamento termico e acustico, quasi un piccolo mito di “modernità”. E pensare che già allora eravamo molto indietro. La prima nazione al mondo – dicono i libri – a riconoscere la natura cancerogena dell’amianto e a prevedere un risarcimento per i lavoratori danneggiati fu addirittura la Germania nazista nel 1943.

«Ma in quegli anni, per l’incremento demografico galoppante… continua


Riflessioni: Certo… è un problema di tutta l’Italia ed è un problema tutto italiano, visto che siamo una delle nazioni che investono meno nel settore scuola.
La scarsa attenzione rivolta a questo fondamentale settore porterà inevitabilmente ad un certo lassismo da parte di chi vi opera, perchè nonostante tutta la buona volontà che un operatore del settore possa mettere si scontrerà con un’organizzazione e i mezzi che vengono a mancare e assisteremo per forza di cose ad un degrado dell’offerta formativa.
Un popolo “ignorante” è un popolo facilmente gestibile: la mancanza di una cultura solida, il disincentivo a formarsi una propria opinione, la percezione di contare meno che nulla… portano per forza di cose a una massa facilmente ammaestrabile e gestibile.
Forse mi sono allargata troppo nel discorso, ma credo che questa “incuria” vada vista in un’ottica più allargata.

Mi chiedo: come mai in questo periodo siamo bombardati da notizie di gossip, scandali nell’ambito politico, scoop giornalistici pilotati? Forse non dobbiamo “pensare” e renderci conto dove stiamo andando?

Leda


GLI STUDENTI PROTESTANO PER LA RIFORMA UNIVERSITARIA


L’Università italiana, spiegata bene

Dai concorsi mafiosi alla genesi della riforma Gelmini alle proposte concrete “per cambiare le carte in tavola”.
“Fa specie chiamare la riforma con il nome di una signora che fino a un anno fa non sapeva assolutamente nulla dell’Università”.

di Filippomaria Pontani
19 ottobre 2010

Ieri il Presidente della Repubblica ha celebrato i 200 anni di una delle istituzioni universitarie più importanti del nostro Paese, la Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è misurato, fra l’altro, con gli echi (molto vividi nei manifestanti che l’hanno accolto) del dibattito attuale sull’Università. Prendo lo spunto, ora che la riforma dorme in Senato i sonni della sessione di bilancio, per qualche riflessione orientativa destinata soprattutto a chi si chiede, dall’esterno, che cosa stia succedendo.

La mobilitazione autunnale dei nostri Atenei assomiglia a un rito che più o meno fatalmente si esaurisce con l’accendersi dei termosifoni. Quest’anno però c’è qualcosa di oggettivamente nuovo: non assistiamo soltanto a marce di studenti, ad assemblee gremite, a occupazioni più o meno estemporanee, ma un movimento organizzato e per la prima volta ben coordinato a livello nazionale, la Rete 29 aprile, ta dando un’inusitata concretezza alla protesta: sta cioè seriamente mettendo in forse la cosiddetta “offerta didattica” di molti Atenei tramite la semplice rinuncia dei suoi aderenti (tutti ricercatori) ai carichi didattici che, da contratto, non pertengono loro.
Questa coraggiosa protesta ha così svelato quanto importanti siano i ricercatori nel funzionamento dell’Università attuale, e ha contestualmente offerto l’occasione di denunciare – con più forza e senno del solito – i mali del sistema che la riforma attualmente in discussione alla Camera non affronta o, spesso, peggiora. Soprattutto, docenti, ricercatori e studenti si sono trovati uniti nella denuncia di quello che è il problema di fondo, ovvero la mancanza di adeguate risorse finanziarie, una mancanza aggravata l’anno scorso dai tagli del ministro Tremonti, così ingenti (secondo varie stime, circa un miliardo e mezzo di euro) da porre diversi atenei in una posizione di oggettiva difficoltà per quanto riguarda la mera sussistenza. E tutto questo ha contribuito a risvegliare almeno parzialmente le coscienze e lo spirito critico di una classe, quella dei docenti universitari, che sempre più stava affondando nelle proprie contraddizioni e nella disistima del mondo esterno.

Cenni storici. Cerchiamo di dipanare alcuni fili di questa matassa partendo da un minimo background storico. L’Università italiana ha cambiato faccia, diventando università di massa, sul finire degli anni ’60, per la precisione… continua


Grazie figli

Grazie, figli, di questa lezione memorabile che avete dato a noi che solo per voi lavoriamo e viviamo e che per voi avevamo paura, dicevamo va bene vai ma stai attento, come sempre avremmo voluto essere al posto vostro per aiutarvi e proteggervi e chissenefrega oggi di destra sinistra e centro, l’unica cosa che conta è il vostro futuro e il futuro è di tutti, anche – avete visto – di quei poliziotti e di quei finanzieri che vi applaudivano al passaggio, ce n’era un gruppo sotto al ministero Gelmini che si è messo a scherzare vi ha detto “non vi fate fregare che dipende solo da voi”, sono gli stessi agenti che manifestano davanti a Montecitorio e ad Arcore, gli stessi che vi hanno scritto, sono ragazzi anche loro, ce ne sono tanti come voi anche fra loro. Non tutti, ma tanti. Avevamo paura per voi e insieme speranza, come sempre, e come sempre non potevamo esserci perché il tempo è vostro, adesso, e da voi dipende il nostro. Grazie di aver sconfitto con l’unica arma possibile, l’intelligenza e l’ironia, la minaccia grande e reale di chi ha cercato e ancora cercherà di farvi passare per estremisti, ignoranti, provocatori, di aver sconfitto la torva arroganza del fascismo di ritorno spiazzandolo, come vi avevamo suggerito e certo sappiamo bene che non è successo perché ve l’abbiamo detto noi però lasciateci la gioia di vedere incarnato un pensiero, un testimone che passa di mano, un’idea che si muove e da qualche parte, del resto, verrà. Grazie di aver reso ridicoli semplicemente ignorandoli quelli che chiedevano il sangue sull’asfalto, quelli che vi volevano arrestare prima, che volevano trattarvi da ultras, che vi temono e vi odiano perché non vi ascoltano, non sanno quanto sia difficile stare nei vostri panni perché non ci stanno mai, stanno nei loro. Grazie per aver pensato l’idea di libertà che lascia le trincee a chi le ha costruite. Così, a Roma, vi abbiamo visti in periferia, lontano dalla zona rossa. Vestiti da Babbo Natale, coi pacchi regalo su cui avete scritto “Lotta all’evasione fiscale”, “Riconoscimento delle coppie di fatto”, “Acqua pubblica”. Diritto allo studio, avete detto al Presidente della Repubblica. Avete visto, Napolitano ha aperto la porta. I nonni e i nipoti, sono anni che lo andiamo dicendo: è questa l’alleanza che salverà l’Italia. La saggezza dei nonni, la forza dei nipoti. Scriveva Luigi Manconi, ieri, che siete un vero movimento politico. Jolanda Bufalini Claudia Fusani e Maria Grazia Gerina sono state con voi e raccontano per esempio di Alessandro, che aveva al collo una poesia di Franco Fortini. Istruitevi, abbiamo bisogno della vostra intelligenza. Non fermatevi, la battaglia è appena cominciata. L’Italia siete voi. Restituiteci la dignità che abbiamo cercato in questi tempi di fango di tenere in salvo come i libri ai tempi delle alluvioni, le mani in alto. Bianche, le mani, come le vostre. È un Paese bello e onesto e dignitoso, il nostro, avete ragione. È un Paese migliore di quella gentaglia. Prendetelo, figli. Restituitecelo. Vi guarderemo portarlo lontano, dove merita e dove meritate.

di Concita De Gregorio
22 dicembre 2010

Tratto dal blog: Essenze e Profumi


Pubblica. E statale.

L’antidoto al Paese dei Balocchi

di Michele Maggino
Giovedì 10 Febbraio 2011

Presentiamo l’anteprima di uno spot in difesa della scuola pubblica statale: l’iniziativa è stata presa da un gruppo di genitori di Roppolo (paesino del biellese) e si è estesa ad altri genitori in varie parti d’Italia; anche noi di Megachip abbiamo dato il nostro contributo. Si tratta di una breve traccia audio pensata per le emittenti radiofoniche e per la diffusione su internet a cui seguirà in futuro un video più ampio realizzato con attori e marionette. Il testo, scritto da Andrea Sottile rielaborando alcune situazioni tratte dal “Pinocchio” di Collodi, è recitato da Paolo Poli, che ha condiviso con noi lo spirito e le ragioni dell’appello e a cui va tutta la nostra gratitudine.
La redazione di Megachip


In Germania i libri di testo non sono a carico delle famiglie ma dello Stato fino al liceo,
mentre in Italia è il liceo dello Stato che è a carico delle famiglie.

Massimo Gramellini


Chiedo asilo

di Maria Novella De Luca
28 giugno 2012

Aumentano i bambini, diminuiscono le scuole. Cresce la voglia di istruzione, scompaiono gli insegnanti. Sembra un paradosso invece è così. Ovunque. In tutta Italia, al Nord come al Sud. Migliaia di piccoli allievi tra i 3 e i 5 anni rischiano dal prossimo autunno di non poter frequentare la scuola dell’infanzia. Chiedo asilo. Ma anche aule, giochi, colori, amici, favole. Le liste d’attesa scoppiano. Sono già oltre trentamila i bambini senza posto. Che resteranno a casa. Davanti alla Tv.

O peggio, per strada. A Bologna come a Napoli si scopre che la materna non è più un diritto.

Per un insieme di ragioni che rischiano di stritolare, dopo le primarie e le secondarie, anche la scuola dei più piccoli. Quegli asili spesso orgoglio e vanto dell’istruzione d’infanzia, frequentati negli ultimi anni da oltre il 90% dei bambini italiani, un record assoluto che ci mette ai primi posti in Europa. E invece anno dopo anno l’offerta si assottiglia, proprio adesso che la demografia è tornata a crescere, e i figli ricominciano a nascere, soprattutto nelle regioni del centro Nord, grazie agli immigrati e non solo. E così la richiesta di nidi, asili, luoghi per i bambini è diventata esplosiva.

Ma l’Italia è avara, e la scuola dell’infanzia, al 60% statale, al 40% comunale, è oggi assediata dai tagli d’organico (10mila insegnanti in meno dal 2009 ad oggi) e dalla povertà dei Comuni che stretti dal “patto di stabilità” non riescono più a mantenere i loro asili. Alcuni così straordinari, come quelli di Reggio Emilia, da diventare un vero e proprio «logo» del made in Italy. Gli allarmi arrivano da tutte le regioni, nessuna esclusa. Anche da quelle zone d’eccellenza, Toscana, Emilia, Marche, Veneto, fino a ieri in cima alle classifiche per gli asili più belli del mondo.

«Eppure è noto che frequentare fin da piccolissimi un nido o una scuola d’infanzia è fondamentale per lo sviluppo futuro – spiega Susanna Mantovani, docente di Pedagogia generale all’università Bicocca di Milano – e in Italia avevamo raggiunto davvero grandi risultati, con la copertura quasi totale dei bambini in molte regioni. Oggi quello che vedo è una grave caduta della qualità, le classi sono sempre più affollate, i Comuni non riescono più a garantire i servizi, tantomeno il tempo pieno, le insegnanti sono esauste, e sugli asili comunali e statali si è riversata la domanda di quelle famiglie che non possono più pagare le rette di una scuola privata…».

Così il rischio è che da luoghi di crescita e di apprendimento, le classi per i più piccoli «si trasformino – aggiunge Mantovani – in null’altro che parcheggi… continua




Quando abitavo in un altro quartiere, mi capitava spesso, tornando a casa dopo le lezioni, di imbattermi in un bambino di sette o otto anni, pure lui di ritorno da scuola, arrancante tutto solo sotto il peso di uno zaino. A destare la mia attenzione erano stati due elementi: la sua aria precocemente adulta, quasi da piccolo gnomo, e il fatto che portasse appeso al collo con una fettuccia un mazzo di chiavi. Volevo rivolgergli la parola, ma si era già in un clima isterico di sospetti generalizzati (rapimenti di bambini, agguati di pedofili) e temevo che la mia curiosità e il tentativo di avvicinarlo potessero essere scambiati per una losca manovra di adescamento, dal momento che né l’età, né l’aspetto, né la mia professione potevano costituire uno scudo sufficientemente solido contro vaneggiamenti maligni. Così ricorsi al cane: nei due giorni della settimana in cui uscivo prima da scuola, lo portai a spasso per le funzioni escrementizie quando sapevo che sarebbe comparso il bambino. Lo stratagemma funzionò, lui gli fece una carezza e cominciammo a parlare. Nel corso di un paio di settimane venni a sapere che Christian aveva sette anni e mezzo, che i suoi nonni abitavano in un’altra città, che i genitori lavoravano entrambi e uscivano al mattino prima di lui e rientravano alla sera dopo le sei. «Mangi da solo?» gli chiesi, e mi rispose di sì, che mangiava quello che la mamma gli aveva lasciato sul tavolo, insalata, mozzarella o prosciutto e un bicchiere di latte freddo perché lei non voleva a nessun costo che accendesse il gas. «E dopo mangiato cosa fai?» continuai a chiedergli. «Leggo i giornalini, faccio i compiti e poi gioco da solo.» Un bambino dickensiano, pensai, che non patisce la fame, che non è costretto a rubare, ma che in qualche modo è stato privato della spensieratezza dell’infanzia, dei giochi con i coetanei, dell’allegria condivisa. La scuola frequentata da Christian non aveva il tempo pieno e iscriverlo in un’altra, più lontana, avrebbe comportato un pericolo maggiore all’andata e al ritorno. Non so più nulla di Christian, perché cambiai casa poco dopo, so però che contro di lui è stata commessa un’ingiustizia.

Ed eccoci al tempo pieno, che è il nocciolo duro del problema, che non riguarda soltanto la scuola elementare ora ribattezzata primaria (ah, la smania delle novità nominali!), ma anche quella dell’infanzia (ex scuola materna)e dovrebbe riguardare pure la secondaria di primo grado (ex media inferiore: quattro parole al posto di due, in spregio alla concisione). In un Paese moderno – è bene affermarlo con decisione – la scuola dovrebbe essere tutta a tempo pieno, almeno fino ai quattordici anni d’età dei ragazzi. E il tempo pieno dovrebbe essere strutturato con accortezza e competenza, in modo che non diventi una semplice soluzione di parcheggio, un doposcuola per ragazzi che non hanno alternative migliori.

Al tempo pieno sono legate altre questioni spinose che investono tutto il Paese: prima fra tutte la scarsa natalità, con le nefaste conseguenze sul futuro che sappiamo. Ma come si può incentivare una giovane coppia a fare figli, quando la maternità comporta in molti casi la rinuncia al lavoro per la donna? A chi lo lascia il bambino dopo l’orario del nido, dell’asilo, della scuola elementare? Quali salti mortali deve fare per conciliare il ruolo di madre con il lavoro? Se negli altri Paesi europei la natalità è superiore alla nostra, non dipende certo da un maggior ardore riproduttivo, ma dal semplice fatto che gli Stati hanno predisposto incentivi reali alla maternità, non estemporanei bonus-bebè, ma scuole efficienti con orari compatibili con quelli lavorativi. La scuola italiana, diciamola, francamente, in quanto a orari funziona solo per le madri casalinghe o nullafacenti. Per tutte le altre è una croce, croce multipla se i figli sono più di uno e frequentano scuole diverse, che, ciliegina sulla coppa gelato, decidono anche in modo autonomo i giorni di vacanza durante l’anno.

di Margherita Oggero dal libro: Orgoglio di classe – Oscar Mondadori

C’era una volta la scuola pubblica