Se ti abbraccio non aver paura. L’ autismo

Un mattino senza scuola, Fulvio Ervas guarda scorrere il mondo dal tavolino di un bar. “Ehi, tu scrittore” lo apostrofa un tipo con occhi da Richard Gere “ho una storia per te. Sei uno scrittore, vero? Mi han detto che sei uno scrittore, e di quelli bravi“.
” risponde Fulvio incerto “scrivo storie di fantasia“.
Allora ascoltami” dice l’uomo, che nel frattempo ha detto di chiamarsi Franco e ha ordinato uno spritz, “perché la storia che voglio raccontarti ha la forza della vita vera e la bellezza di un sogno“.
Comincia così un dialogo durato un anno intero, sotto la pergola dell’uva fragola, sul divano di casa Ervas.

Franco racconta di Andrea, della loro avventura attraverso le Americhe. Fulvio è incantato dalla sua energia, dal coraggio di quel padre che ama disperatamente suo figlio e vuole regalargli a ogni costo tutta la vita che può, tutta la bellezza che può: in barba a quell’autismo maledetto.
Un giorno anche Andrea entra in giardino, con i suoi delicati saltelli sulle punte, con la sua smania di abbracciarti, di toccarti la pancia, di dirti ‘bella’, ‘bello’. E la sua mano percepisce in un istante come stai veramente.
La mente di Fulvio parte, elabora immagini, corre con quell’Harley Davidson su strade a perdita d’occhio. Segue la danza di Andrea, che sembra sempre sul punto di spiccare il volo. Trasforma il racconto di Franco in un romanzo che affonda nel cuore e fa decollare le emozioni.

“Io e Andrea attraverseremo tutte le Americhe possibili
e immaginabili: due o tre, quelle che incontreremo.
Ce ne andremo a zonzo, come esploratori”

Se ti abbraccio non aver paura
di Fulvio Ervas
Genere: biografico, narrativo
Editore: Marcos y Marcos, 2012

Il verdetto di un medico ha ribaltato il mondo. La malattia di Andrea è un uragano, sette tifoni. L’autismo l’ha fatto prigioniero e Franco è diventato un cavaliere che combatte per suo figlio. Un cavaliere che non si arrende e continua a sognare. Per anni hanno viaggiato inseguendo terapie: tradizionali, sperimentali, spirituali. Adesso partono per un viaggio diverso, senza bussola e senza meta. Insieme, padre e figlio, uniti nel tempo sospeso della strada. Tagliano l’America in moto, si perdono nelle foreste del Guatemala. Per tre mesi la normalità è abolita, e non si sa più chi è diverso. Per tre mesi è Andrea a insegnare a suo padre ad abbandonarsi alla vita. Andrea che accarezza coccodrilli, abbraccia cameriere e sciamani. E semina pezzetti di carta lungo il tragitto, tenero pollicino che prepara il ritorno mentre suo padre vorrebbe rimanere in viaggio per sempre. Se ti abbraccio non aver paura è la storia di un’avventura grandiosa, difficile, imprevedibile. Come Andrea. Una storia vera.

“Per certi viaggi non si parte mai quando si parte.
Si parte prima. A volte molto prima.
Bastano poche, piccole parole:
suo figlio probabilmente è autistico”

Il nuovo romanzo di Fulvio Ervas affronta un tema di grande impatto: la vita con un figlio ‘diverso’. Lo fa con slancio e umorismo.

“Credo che il viaggio che vorrei fare con Andrea
sia una sfida nella sfida, siamo in movimento,
non aspettiamo che la vita ci scarichi a una fermata“

Narrando l’avventura di Franco e Andrea tra deserti, foreste e città, Se ti abbraccio non aver paura parla di alchimie amorose, trappole nascoste dietro uno sguardo, sogni degni di una vita intera. Della forza dirompente dell’abbraccio di Andrea. Con otto romanzi pubblicati, finisce che ti chiamano scrittore: e può capitare che un bel giorno sia una storia a cercare te. Un personaggio in carne e ossa che ti colpisce come uomo, come padre, come insegnante di liceo. Il protagonista di un viaggio straordinario.
Fulvio l’ha sentito forte e chiaro: questo è un padre che ama veramente suo figlio, che cerca di fare qualcosa di importante per lui. Per suo figlio, che è autistico.

Fulvio Ervas vive nella campagna di Treviso con la famiglia e una squadra compatta di animali domestici.
Franco Antonello vive a Castelfranco Veneto e dalla finestra della casa in cui è nato vede le mura merlate di un castello.

Tratto da Llibreria Universitaria

Dopo essere diventato anche un audiolibro, il bestseller di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non aver paura, diventerà presto un film.

Andrea ha appena compiuto diciotto anni e gli è stata diagnosticata una grave forma di autismo da quando ne ha tre. Suo padre, Franco Antonello, si trova davanti a un’estate come tante: gli amici che mandano i figli ai centri estivi, li affideranno ai nonni, li porteranno con loro in campeggio, mentre a lui toccano le solite preoccupazioni: chi sta con Andrea? Cosa fargli fare? Come riempire le giornate per arrivare a settembre senza esaurire ogni energia nel difficile tentativo di trovargli costantemente delle occupazioni?
E nasce un’idea, avventata forse, strampalata, ma che diventa vera man mano: una moto, una cartina, due zaini in spalla e l’America da percorrere. Coast to coast, un grande classico. È una sorta di terapia d’urto, scandita da una regola principale: “Occhio sempre a papà”.

Il titolo del libro, Se ti abbraccio non aver paura è la frase che i genitori hanno fatto scrivere su tutte le magliette di Andrea, che ha un’irredimibile tendenza a distribuire baci, abbracci, e a toccare le pance delle persone, con una speciale predilezione per gli sconosciuti.

Il romanzo, scritto dal trevisano Fulvio Ervas ancora prima di uscire è diventato un vero e proprio caso: complice il passaparola e qualche passaggio televisivo, in due giorni la prima edizione ha esaurito tutte le copie.

«Siamo contesi tra trasmissioni e interviste. Oggi mi sono arrivate cinquemila email di sconosciuti. La gente si è appassionata e ovviamente fa piacere. Ma il mio timore è che si voglia vedere solo una parte della storia: i grandi orizzonti, la polvere che si alza sotto il sole cocente, i fast food, tutto l’immaginario da road trip insomma, e il legame indissolubile padre-figlio. Che ovviamente c’è, ed è fortissimo, come è stato meraviglioso il nostro viaggio. Ma attenzione, non è fiction. E non è tutto rose e fiori. Rose e fiori occorre cercarli bene». L’ha scritto anche Andrea, sul computer che usa per comunicare, una sorta di imperativo, di avvertenza: “Non raccontiamo favole ma storie vere”. A voce si esprime in modo sconnesso, pronuncia parole secche: a casa, in giro, quello verde.

Com’è la vita di tutti i giorni? «Andrea sta bene fisicamente, con lui si possono scalare le montagne. Ma convivere con i ragazzi affetti da autismo, che spesso hanno difficoltà anche maggiori delle sue, a volte è davvero un calvario. Non si sa come comportarsi, non si capisce se hanno freddo o fame. Non socializzano con nessuno. Lo fai con tutto l’amore del mondo, ma a volte è umano, ci si stanca. La chiave di volta sta nelle parole che pronunciò il nostro medico, per spiegarmi come fosse l’autismo. Mi disse: la vita è imperfetta, ma ha una sua forza». La malattia viene diagnosticata quando ha trenta mesi. «Ero andato a Siena, a ritirare gli ennesimi esami. Per trecento chilometri ho riempito la macchina di urla e di lacrime. È stato il mio modo di entrare in fondo alla realtà. Però in quel momento ho capito che non avrei sopportato una vita scandita da un continuo pianto senza lacrime. L’avrei affrontata con rabbia, ma anche con responsabilità, con intenzione. Con positività. Non sarei rimasto lì a inghiottire vicoli ciechi».

E l’idea dell’America nasce proprio così: se fatica deve essere, tanto vale che sia un’autentica avventura. Tra i dubbi dei parenti, degli amici e dei medici. Perché in genere le persone autistiche sono a loro agio solo in situazioni prevedibili. «Mi sono chiesto: rispetto di più Andrea tenendolo al riparo dal mondo o portandolo a riempirsi gli occhi? Ero combattuto. Sentivo, nel giudizio degli altri, che forse lo percepivano come una sorta di cavalcata a briglie sciolte».

Visto il grande successo del libro, c’è stato un effetto emulazione? «Non vorrei che scattasse. Non intendo dire assolutamente che ogni figlio autistico vada trascinato su un moto per 38.000 chilometri dagli Usa all’Amazzonia. Al tempo stesso non c’è, purtroppo, nessun libretto di istruzioni. Si sa molto poco, di questa malattia. E io ho provato a fare apposta il contrario di tutto. Ho capito che è fondamentale non circondare i nostri figli di tristezza, questo sì, ma di piccole cose speciali: una passeggiata, un cinema. È stato un esperimento: se fosse successo qualcosa avrei preso il primo aereo e sarei tornato a casa. Invece ogni giorno è stato migliore di quello precedente, tutto mi stupiva, avevo sempre qualcosa da annotare la sera. È tornato molto più sorridente: dritto, fiero di sé». In mezzo, un viaggio fatto di vento nei capelli, cameriere portoricane, baci al chiaro di luna, musica, sciamani, bagni nell’oceano, patatine fritte, cimiteri indiani, palafitte, carne alla griglia, carezze ai coccodrilli, incontri.

«Andrea è il miglior compagno di viaggio che abbia mai avuto. Nella vita, intendo. Prima avevo tutta una serie di priorità: personali, professionali, materiali anche. Adesso tutto viene in secondo piano, dopo le sue esigenze. E soprattutto acquista un senso. A volte ci lamentiamo anche perché piove. Anche le cose più drammatiche, viste con gli occhi di un ragazzo che per tutta la vita è destinato a stare chiuso nel suo involucro, diventano leggero come l’aria. Fa venire fuori l’anima che hai dentro. Viene anche a te la voglia di abbracciare le pance degli sconosciuti. È la misteriosa dinamica di certe partenze: vai a capire che cosa si muove dentro, tra la pancia e il cervello».

a cura di Chiara Sirianni

Commento: di autismo ne sento parlare da decenni e sono state fatte molte ipotesi, anche molto discutibili allo “scaricabarile”, non si è cercato seriamente di trovare delle risposte e le persone che soffrono per l’autismo sono state lasciate sole per tanti anni dalle istituzioni. Sappiamo quanto poco investe lo Stato italiano nella ricerca, tanto che spesso deve supplire il privato.

Una nota di encomio al padre di Andrea, Franco Antonello che ha dato voce, e che voce! all’autismo condividendo la sua esperienza e dando vita a “I bambini delle fate” una fondazione senza scopo di lucro con finalità sociali e umanitarie rivolte alle disabilità infantili ed alla ricerca.
Grazie ai finanziamenti ricevuti dalle aziende sostenitrici, oltre agli aiuti ai bambini si fanno investimenti in ricerca, si predispongono laboratori creativi, e in particolare si vuol motivare gli imprenditori a occuparsi del sociale.

Leda