Manga e Anime

I MANGA

Manga (漫画 man = casuale, ga = disegno) alla lettera significa “immagini casuali” o “immagini senza nesso logico”. In Giappone il termine manga indica il fumetto in generale, mentre la regola è specificare l’origine dei fumetti, se stranieri o importati: quelli provenienti dall’Italia verrebbero ad esempio chiamati “Itaria no manga” (イタリアの漫画), letteralmente “manga italiani”. In Italia tuttavia è ormai comune associare la parola manga ai fumetti di sola provenienza nipponica.
Nel paese del Sol Levante i fumetti hanno un ruolo decisamente importante: sono considerati un mezzo espressivo non meno degno di libri o film.

Caratteristiche dei manga

Le caratteristiche stilistiche dei manga possono provocare nel lettore alcune incertezze nella classificazione del genere. Tendenzialmente in Europa si identifica il fumetto con una produzione per bambini e ragazzi (esistono naturalmente fumetti cosiddetti “d’autore”, dedicati a un pubblico più maturo, ma sono facilmente riconoscibili).

I manga, con le loro figure dai tratti spesso infantili, suscitano inizialmente una certa confusione. Molti personaggi dei vari racconti presentano ad esempio occhi estremamente grandi, sovraproporzionati. L’origine di questa caratteristica è un prestito culturale che si fa risalire al famoso autore Osamu Tezuka (1928-1989), soprannominato il dio dei manga. Egli stesso, grande ammiratore di Walt Disney, ammette di essersi ispirato nel manga Kimba, il Leone Bianco (ジャングル大帝, Jungle Taitei) allo stile del Bambi disneyano (curioso come in seguito la Disney, per via di alcune polemiche sulla somiglianza tra Il Re Leone e Kimba, il Leone Bianco, abbia ammesso di essersi ispirata all’opera di Tezuka).

La struttura delle pagine

Il manga giapponese si legge al contrario rispetto al fumetto occidentale, e cioè dall’ultima alla prima pagina (secondo le consuetudini occidentali), con la rilegatura alla destra del lettore e le pagine “libere” alla sinistra. Anche le vignette si leggono da destra verso sinistra, dall’alto verso il basso. Inizialmente, i manga pubblicati in Italia avevano senso di lettura occidentale (le tavole venivano quindi prima ribaltate, e poi editate). Furono i Kappa Boys ad introdurre anche da noi il senso di lettura originale, con la pubblicazione di Dragon Ball per Star Comics, anche per via dell’editore originale Shueisha che non apprezzava il ribaltamento delle tavole.

Nel corso del tempo ci sono stati alcuni mutamenti nella disposizione delle vignette. Inizialmente prevaleva la disposizione verticale; successivamente, nei tardi anni quaranta, è stata introdotta anche la disposizione orizzontale, quella attuale. Nelle storie più accurate dal punto di vista stilistico, queste due disposizioni si sovrappongono e vengono entrambe usate, creando un percorso di lettura piuttosto complesso per le abitudini del lettore occidentale, ma con un preciso intento stilistico.

Mentre le storie di avventura dedicate a un pubblico di ragazzi e adulti maschi sono caratterizzate da una disposizione abbastanza semplice, si è creato nel genere dedicato alle ragazze lo shojo (spesso disegnato da donne), un modo innovativo di trattare la disposizione delle singole vignette. Per creare effetti drammatici intensi e sottolineare i sentimenti che entrano in gioco nella storia, il disegnatore (o la disegnatrice) fa spesso scomparire le linee divisorie delle singole vignette. La struttura della pagina diventa più importante di quella del riquadro isolato. Così una sola scena si può sviluppare su due intere pagine a fronte, i contorni dei pannelli si sovrappongono, e con essi i vari significati trasmessi dal disegno.

Anche il balloon contenente il testo non è più presentato su di un’unica linea di lettura: compaiono fumetti di testo pensato, di testo parlato, di testo fuori campo che si distinguono tra loro solo per lievi differenze grafiche e sono posizionati nella pagina in maniera apparentemente confusa.

In realtà, un lettore giapponese, allenato alla lettura non alfabetica, riesce più facilmente di un lettore occidentale alle prime armi a orientarsi in questo universo di segni, dove gli viene offerta una grande libertà di percorso. Gli occhi vagano nella pagina cogliendo inizialmente alcuni dettagli, scelgono di soffermarsi prima su alcuni tipi di testo e poi su altri, ricavando alla fine non una lettura analitica di contenuti, ma una coinvolgente impressione generale di ciò che sta accadendo.

Non bisogna confondere i manga con i manhwa (coreano 만화, giapponese 漫畵), che sono i fumetti coreani; all’occhio non allenato possono sembrare simili, ma agli occhi di un giapponese sono probabilmente simili quanto fumetti italiani e francesi per noi, specie se consideriamo che il senso di lettura del manhwa è identico a quello occidentale.

Dal punto di vista dei fumetti, i giapponesi sono molto “patriottici” e tendono a guardare con sospetto fumetti esteri; alcune serie straniere, infatti, sono state addirittura ridisegnate da artisti giapponesi appositamente per il loro mercato.


Ordine di lettura dei manga

IL MANGAKA

Come si potrebbe facilmente intuire dalla parola stessa il mangaka non è altro che l’autore dei nostri amatissimi manga.

OTAKU

Viene così definito un iper appassionato di anime, manga e videogames giapponesi e tutto ciò che vi gira intorno.

IKKIKOMORI o HIKKI

l fenomeno degli Ikkikomori in Giappone ha assunto proporzioni davvero preoccupanti, si tratta di milioni di giovani che tendono ad estraniarsi completamente dalla vita sociale per rinchiudersi tra le mura domestiche, molto spesso (ma non necessariamente) coincide col fenomeno “otaku

Talvolta questi giovani non hanno il coraggio neanche più di uscire al di fuori delle mura della loro stessa camera! E’ una patologia purtroppo molto diffusa in Giappone e proprio per questo molte opere hanno cominciato a trattarla. La più rappresentativa è senz’altro “Welcome to the NHK” e per certi versi anche “Rozen Maiden”.

KAWAI

E’ una parola che viene utilizzata spessissimo in anime e manga, spesso addirittura come aggettivo per descrivere una certa tipologia di opera o di personaggi!
In realtà è una parola giapponese che ha semplicemente il significato di “carino”.

FAN SERVICE

Come Fan service comunemente s’intende il soffermarsi su particolari che hanno ben poco a che vedere con la trama e anzi… nel 90% dei casi si tratta di riferimenti a sfondo sessuale più o meno maliziosi, spesso si tratta dell’inquadratura delle mutandine della protagonista o della generosa scollatura e\o situazioni analoghe.

ECCHI

Per “ecchi” comunemente s’intende una tipologia di opere a sfondo sessuale di genere poco spinto, come direbbero alla europea “softcore” o più semplicemente ancora potremmo parlare di situazioni che hanno a che vedere con l’erotismo in generale. La parola stessa, tradotta dal giapponese, prenderebbe il significato di “sexy, osceno, lascivo o cattivo”.

HENTAI

L’Hentai è la massima espressione per quanto concerne il piccante. In pratica si tratta di vera e propria pornografia manghesca.

I generi

Shojo manga – Con shōjo manga (少女漫画: lett. “fumetti per ragazze”) ci si riferisce a quei fumetti pubblicati in Giappone per un pubblico che va dalle bambine degli ultimi anni dell’infanzia (dai dieci anni in sù) sino alla fine dell’adolescenza (intorno alla maggiore età).
All’interno del genere esistono molte altre suddivisioni che cercano di raggiungere in maniera capillare fasce d’età più ristretti (dai dieci ai dodici anni, dai dodici ai quattordici, e così via). I maggiori successi shōjo manga, comunque, vengono letti trasversalmente anche da persone di età maggiore, o anche di genere maschile.

Dopo essere stati realizzati, sino al termine degli anni Sessanta, da autori maschili, gli shōjo manga cominciano a essere prodotti da autrici femminili, che ne modificano profondamente tematiche e grafica. Considerati a lungo come fumetti di seconda categoria e scarso valore, l’affermazione degli shōjo manga si ha nel corso degli anni Ottanta, grazie ad autrici come Ikeda Riyoko, Moto Hagio e Takemiya Keiko e altre. Inizialmente incentrati su tematiche sentimentali, con ambientazioni europee e personaggi e situazioni melodrammatici e idealizzati, gli shōjo manga ampliano col trascorrere degli anni i soggetti trattati, dall’horror allo sport, alla fantascienza.

Dal punto di vista grafico gli shōjo manga si distinguono per un’impaginazione libera, un ampio uso di elementi simbolici per esprimere gli stati d’animo (celebre le decorazioni floreali), personaggi dai fisici eterei e gli occhi dalle dimensioni pronunciate.
Negli anni più recenti, tuttavia, autrici come Anno Moyoko o Okazaki Kyoko hanno preferito una grafica maggiormente veloce, volutamente scarna e sgradevole, lontana dagli idealismi degli shōjo manga classici, nel tentativo di dipingere con maggior realismo l’alienazione contemporanea.

Tra i sottogeneri particolarmente fiorenti e notevoli dello shōjo manga ci sono gli shōnen’ai (opere a sfondo omosessuale maschile) e il mahō shōjo.

Shonen manga – Gli shōnen manga (少年漫画, letteralmente fumetti per ragazzi) sono una categoria di fumetti giapponesi, indirizzati a un pubblico di giovani maschi, dagli ultimi anni dell’infanzia sino agli ultimi dell’adolescenza. Al di fuori del Giappone, spesso si usa il termine abbreviato shōnen.

Gli shōnen manga sono caratterizzati da una forte enfasi sull’azione e sulla forza fisica. Viene anche enfatizzato il cameratismo tra protagonisti maschili. Sono comuni anche personaggi femminili molto sexy (a volte anche irrealistici).
Alcuni esempi particolarmente rappresentativi di shōnen manga sono Ken il guerriero (Hokuto No Ken), Dragonball e One Piece. I manga realizzati per lettori più grandi (18-30 anni) sono chiamati seinen manga, anche se i due termini vengono spesso confusi dai non giapponesi, a causa della scarsità di seinen manga pubblicati all’estero.
Anche in Giappone, comunque, gli shōnen manga hanno un’ampia fetta di lettori tra le fasce d’età più avanzate.

Seinen manga – I seinen manga (青年, letteralmente “giovane”) è un tipo di manga che ha come target principalmente giovani tra i 18 e i 30 anni. Diversamente dagli shōnen manga, con cui spesso vengono confusi fuori del Giappone, i seinen manga trattano di tematiche complesse, con una grafica spesso ricercata. Il più noto autore di seinen manga pubblicati in Italia è Naoki Urasawa.

Shojo-ai – Shōjo-ai è un termine giapponese dotato di un duplice significato. Il primo, quello principale, è solitamente ignorato al di fuori del Giappone.
Il significato primario ed originale indica l’attrazione, sessuale e non, provata per adolescenti o bambine. Si tratta dunque di un termine, solitamente inteso in senso negativo, che si riferisce alla pedofilia indirizzata unicamente verso soggetti femminili. Un termine analogo, sempre giapponese, può essere rorikon. In questo caso shōjo-ai significa “amore per le ragazzine”.
Come significato secondario, shōjo-ai può essere anche inteso come “amore tra ragazze”. In questo caso si riferisce ad anime e manga che abbiano come tema principale o secondario relazioni, affettive o sessuali, tra ragazze. Il termine, parallelo a shōnen-ai, in Giappone è utilizzato unicamente all’interno dell’ambiente delle dōjinshi; è utilizzato anche al di fuori del Giappone, cioè in Europa e Stati Uniti, dove tuttavia il significato primario del termine è pressoché sconosciuto, come sinonimo di yuri.
In Giappone, proprio per i motivi sopra citati si preferisce adoperare quest’ultimo termine rispetto a shōjo-ai che mantiene connotati negativi, anche se ciò non è totalmente corretto. Le opere “yuri”, infatti si soffermano più sul rapporto fisico che su quello emotivo, a differenza dello shōjo-ai dove, appunto, si enfatizzano più i sentimenti che gli atti fisici sessuali.

Shonen-ai – Shōnen’ai (少年愛, Shōnen’ai?) (da shōnen, “ragazzo”, e ai, “amore”), si riferisce a anime e manga che includono una relazione affettiva omosessuale tra adolescenti o giovani ragazzi, spesso bishōnen. In realtà, comunque, i manga Shōnen’ai non includono scene di sesso esplicito, come invece fa lo stile yaoi. Questo particolare è conosciuto solo dagli esperti e spesso si tende a confondere i due generi.

Lo shōnen’ai (trascritto in italiano anche come Shoonen ai, Shonen ai o Shounen ai) è solitamente inteso come meno esplicito e incentrato sul sesso rispetto allo yaoi. È molto popolare in Giappone, specialmente tra scolare e casalinghe, e fa spesso parte di anime o manga shōjo.

Attualmente il termine non viene più usato in Giappone, dove si preferisce Boys’ Love (BL), ovvero “amore tra ragazzi”.

GLI ANIME

Anime (アニメ), dall’abbreviazione di animē shon (traslitterazione giapponese della parola inglese animation, “animazione”), è un neologismo con cui in Giappone, a partire dalla fine degli anni settanta, si indicano l’animazione ed i cartoni animati, fino ad allora chiamati dōga eiga (動画 映画, film animato) o manga eiga (漫画 映画, film di fumetti), mentre in Occidente viene comunemente utilizzato per indicare le opere di animazione di produzione giapponese, comprese quelle precedenti l’esordio del lemma stesso.

La definizione occidentale di “cartone animato giapponese” per quanto non sbagliata, non fornisce l’esatta idea della complessità e della varietà che lo caratterizza. Nonostante un ormai sorpassato luogo comune occidentale che riduce l’animazione giapponese ad un prodotto o rivolto ad un pubblico infantile o, al contrario, a carattere pornografico confondendo in entrambi i casi una parte per il tutto, in realtà l’anime è allo stesso tempo un prodotto di intrattenimento commerciale, un fenomeno culturale popolare di massa ed una forma d’arte moderna.

L’anime è potenzialmente indirizzato ad ogni tipo di pubblico, dai bambini, agli adolescenti, agli adulti, fino ad arrivare ad una specializzazione del targeting sostanzialmente mutuata da quella esistente per i manga (fumetti giapponesi), con anime pensati per categorie socio-demografiche specifiche quali impiegati, casalinghe, studenti, e via dicendo. Essi, pertanto, possono trattare soggetti, argomenti e generi molto diversi tra loro come amore, avventura, fantascienza, storie per bambini, letteratura, sport, fantasy, erotismo ed altro ancora.

Nel 99% dei casi gli anime sono tratti dai fumetti giapponesi: i manga.


SAMPEI (1980)

Tuttavia spesso accade che gli anime presentino delle differenze (anche molto marcate) a livello di trama rispetto ai manga da cui sono tratti. Questo spesso è il risultato di una censura, la piaga più grande che affligge i manga ma soprattutto gli anime che in Italia in particolar modo, sono soggetti a una doppia censura: quella dovuta alla trasposizione in cartone del fumetto originario e quella che segue il cosiddetto “adattamento” italiano che colpisce indifferentemente sia scene che dialoghi.

 


UFO ROBOT GOLDRAKE (1975)

Gli anime alla TV italiana

Chi non ricorda i primi mitici cartoni giapponesi? Goldrake, Mazinga, Mazinga Z e tanti altri. Era la seconda metà degli anni ’70 quando la RAI ‘stravolse’ le nostre abitudini portando nelle case gli Anime. Chi non ha sognato coi magnifici robot giganti di Go Nagai (Goldrake e Mazinga per dirne solo un paio)? Quante avventure ci hanno fatto sognare! Questi cartoni sono stati gli apripista ad una pacifica invasione di una nuova forma di intrattenimento e di espressione.

Lontani dai canoni tipici di Walt Disney e di Hanna&Barbera, gli anime hanno portato una ventata di freschezza nei palinsesti della televisione italiana. Da allora si sono susseguite molte altre serie tra cui: Tekkaman, Mazinga Z, Jeeg Robot, Capitan Harlock, e Gundam che rappresenta un punto di svolta alle serie super robot, scardinando la stereotipata contrapposizione tra bene e male, tra eroe buono e nemico cattivo.
La serie di Gundam creata nel 1979 ha una trama più complessa, è ambientata in un futuro prossimo in cui l’umanità grazie all’uso della tecnologia ha iniziato a colonizzare lo spazio, in cui la guerra viene resa in modo realistico, cupo e tragico, combattuta non tra buoni e cattivi, ma da esseri umani che per ragioni spesso a loro estranee, sono costretti ad affrontare morte, distruzione e alienazione. Un contesto inserito in una cornice di verosimiglianza storica in cui dominano la geopolitica, la strategia militare, lo spionaggio e i tradimenti, che tenta di mettere in risalto la sua futilità e la sua inutilità. In fondo, indipendentemente dall’esito dei conflitti sono sempre i civili a pagarne il prezzo più alto e a risultare le prime vittime. La serie in Italia ebbe vita difficile, pare per una questione di mancati diritti e di un doppiaggio risultato all’epoca scadente.

A smentire chi riteneva che i cartoni giapponesi fossero solo robottoni e combattimenti giunsero presto le serie come Heidi, Candy Candy, Remì, tutte le serie delle maghette, le serie Time Bokan (es. Yattaman) e tutte gli anime sportivi (vedi ‘Holly e Benji’, in originale ‘Capitan Tsubasa’, ad es). Negli anime venivano riproposti i valori tipici della cultura giapponese: il sacrificio, l’onore, la collaborazione e mille altri messaggi positivi.

 

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LADY OSCAR (1982)

In questi ultimi anni si è assistito alla ‘demonizzazione’ degli anime che sono diventati il capro espiatorio di tutti i mali del mondo. La generazione nata nella seconda metà degli anni 60 e 70 del Novecento è cresciuta a pane, marmellata e anime e non per questo si è diventati dei serial killer. Si ha oggi la pretesa di censurare tutto, togliere ogni riferimento alla cultura giapponese: via i kanji (caratteri della scrittura giapponese), via i nomi originali, via le scene di ‘violenza’, via ogni riferimento alla morte.

Pseudo psicologi e pseudo moralisti si scagliano contro fumetti e cartoni animati, seguendo la corrente del momento per ottenere la loro dose di riflettori.

Un consiglio: guardate qualche telefilm americano con attenzione o qualche trasmissione italiana di varietà, ci sono molti più messaggi negativi e violenza lì che non in tutta la produzione nipponica di anime.

E guardatevi i capolavori di Hayao Miyazaki, regista e autore di film di animazione e di manga giapponesi, cofondatore dello Studio Ghibli …e poi ne riparliamo 🙂

«La filosofia di Miyazaki unisce romanticismo e umanesimo a un piglio epico, una cifra di fantastico visionario che lascia sbalorditi. Il senso di meraviglia che i suoi film trasmettono risveglia il fanciullo addormentato che è in noi.»

Marco Müller, direttore della Mostra del Cinema di Venezia

 


SI ALZA IL VENTO (2013)