Lavoro, natura e scienza

Conoscere il prezzo di tutto
e il valore di niente


Foto di Ronny Overhate da Pixabay

Mai come in questo secolo la scienza e la tecnologia hanno avuto enormi, grandi successi, in tutti i campi, dalle telecomunicazioni alla fisica delle particelle elementari, dalle tecnologie chimiche alla microchirurgia… L’elenco sarebbe lunghissimo, e mai come oggi questa grande potenza che l’uomo ha in mano è stata usata in maniera così riduzionista, separando le parti dal tutto. Ed è questa la ragione per cui il pianeta è malato.

La natura è minacciata dagli approcci lineari, meccanicisti, arroganti e, in ultima analisi, rozzi, di una scienza tutta subalterna alla visione economicista di un pensiero unico omologante che “conosce il prezzo di tutto e il valore di niente”.
Invece di inseguire sogni megalomani (non mi stancherò mai di ripetere che non è il sonno, ma il sogno della ragione che genera mostri) sarebbe molto più “razionale e scientifico” farsi cullare dall’armonia del divenire del tempo all’interno delle cose della natura.

Quando ci occupiamo del mondo vivente (biologia) o dell’ambiente globale (ecologia) abbiamo a che fare con sistemi evolutivi, in continua mutazione. Non possiamo applicare criteri “popperiani” di falsificazione e di verificabilità, non possiamo parlare di esperimenti riproducibili, per la semplice ragione che i sistemi in evoluzione cambiano continuamente in maniera stocastica e non è dato ritornare agli stessi punti, alla stessa situazione. È la stessa biodiversità in evoluzione a rendere tale opportunità impossibile (qualcuno direbbe “altamente improbabile”).
La differenza tra i sistemi viventi (sistemi il più lontano possibile dall’equilibrio termodinamico e che non obbediscono, quindi, né alle leggi della termodinamica classica né ai principi della termodinamica statistica, ma solo alla termodinamica evolutiva di Prigogine) e le macchine, consiste nel fatto che il blue-print della macchina è sul tavolo dell’ingegnere (ed è uguale per tutte le macchine di quel tipo) mentre il blue-print del sistema vivente è interno al sistema, è diverso da quello di qualunque altro sistema vivente ed è in continua variazione.

Proprio per questa ragione credo che si debba distinguere tra “l’intera scienza moderna” e quei nuovi approcci scientifici (termodinamica evolutiva, ecodinamica, ecoinformatica, ecologia della complessità, modellistica evolutiva) che rappresentano un radicale salto di paradigma per il riferimento a due nuovi tipi logici diversi e non presenti nella scienza classica (Einstein compreso) fino al 1977 (anno del premio Nobel a Prigogine):
a) il carattere evolutivo, e quindi l’intrinseca irreversibilità del tempo;
b) il carattere estetico, e quindi il recupero della qualità e della conoscenza anche con l’uso dei sensi e dell’istinto.

Questo significa avere una scienza, come desiderava Archimede, che non si pone il problema dell’utilità, ma si occupa di “cose belle e sottili”.

È mia convinzione che scopo della scienza non sia quello di dominare la natura, ma di vivere in armonia con la nostra Terra, di cui siamo parte integrante per interrelate storie coevolutive; è mia convinzione che senza far riferimento alla “nostra comune origine biologica” (Jean Paul Sartre) e senza ritrovare il nostro cordone ombelicale con la natura, rischiamo di distruggere i cicli vitali di questo Pianeta (l’unico che abbiamo); è, infine, mia convinzione che la conoscenza scientifica per ottenere tutto questo non possa essere basata soltanto sull’impiego della ragione, ma debba risultare dall’uso combinato di ragione e di passione, di intuito e di emozione, di logica e di sentire “globale”: la conoscenza scientifica non può essere “fredda”.

Per fare questo è necessario superare la barriera tra cultura scientifica e cultura umanistica, recuperare una vera e propria transdisciplinarità, far colloquiare l’estetica con la scienza, le persone con la natura, il soggetto con l’oggetto: questa è la via maestra per combattere il pensiero unico omologante che si è basato sull’esasperazione del meccanicismo matematico di Galileo e di Cartesio, e mira al dominio della natura.
La sua più evidente conseguenza è oggi un’uniformità che uccide la creatività in scienza e la stessa base dell’ origine della vita, la biodiversità.
Se tutto viene omologato, standardizzato, catalogato, pesato, misurato con “fattori di impatto”, indicatori economici, leggi ferree ecc., non ci sarà più né bellezza, né scienza.

di Enzo Tiezzi

Testo tratto dalla Prefazione al libro: Filosofia ed ecologia: idee sulla scienza e sulla prassi ecologiche
di Nicola Russo, titolare della cattedra di Filosofia Teoretica per il corso di laurea in Filosofia dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II”.

Riflessioni: dobbiamo imparare a rispettare ciò che abbiamo a disposizione perché appartiene a tutti. Quando utilizziamo (e non sfruttiamo) una risorsa in un determinato territorio non riguarda solo quel territorio, solo quella regione, solo quello stato, solo quel continente,  direttamente o indirettamente riguarda tutti.

Enzo Tiezzi ((1938-2010) è stato uno dei precursori dell’ambientalismo scientifico in Italia, docente di chimica-fisica all’Università di Siena. Negli anni ottanta è l’unico italiano a fare parte del gruppo di 25 scienziati che ha messo a punto il concetto di sviluppo sostenibile e le sue applicazioni future, riconosciuto a livello internazionale.
Da un suo intervento nel 2005 così spiega le origini del concetto di “Sviluppo Sostenibile”:

…il termine sviluppo sostenibile, in lingua originale sustainable development è nato 25 anni fa da una intelligente intuizione di Brian Morton, dell’Università della California, basata su un termine inglese che fino ad allora era un termine musicale. Se voi suonate una nota di un pianoforte, DO, dopo un attimo la nota si spegne. Chi suona il piano sa che per mantenere nel tempo questa nota si deve pigiare un pedale. Questo pedale, da sempre, in termini musicali si chiama sustain che vuol dire appunto “sostenere nel tempo la nota”. Da qui è nato il concetto di sviluppo sostenibile. Prima di allora si parlava di carrying capacity del pianeta, ossia di capacità portante del pianeta. Ma la solidarietà generazionale di cui parla il grande economista americano Herman Daly, cioè l’idea di estendere al futuro, alle future generazioni, lo sviluppo, è nata proprio dal verbo to sustain, perché to carry è la mia capacità di portare ora mentre to sustain è la capacità di portare nel tempo cioè di sostenere lo sviluppo anche per le future generazioni. Così è nato questo concetto, e io ho avuto il piacere e l’onore di essere l’unico italiano presente nel gruppo che ventuno anni fa, eravamo nell’84, ne pose le basi. Tre anni più tardi, nell’87, la signora Brundtland usò questo termine nel Rapporto alle Nazioni Unite.

Sempre attento a quel che accadeva nel mondo, si è sempre impegnato nei comitati ambientalisti a difesa del territorio, una figura centrale per molti anni anche nel dibattito politico.

Autore di oltre 500 pubblicazioni scientifiche e di oltre 20 libri, la sua opera più conosciuta è Tempi storici, tempi biologici, pubblicato nel 1987. Sostenitore convinto della necessità di lavorare all’unificazione della cultura umanistica e scientifica, nel 1998 ha scritto un breve saggio dal titolo la Bellezza e la Scienza.

«Una democrazia esiste solo se la diversità naturale e la diversità culturale di un territorio vengono rispettate e conservate e, con esse, la sacralità del luogo. Una democrazia esiste solo se non c’è un pensiero unico dominante. Una democrazia esiste solo se nessuna ideologia (politica, religiosa, scientifica, filosofica) prevarica il pensare comune della gente del luogo e/o i diversi modi di pensare e di vivere, purché tali diversi modi siano tolleranti con le altre diversità, non abbiano la pretesa di essere superiori o migliori e non usino la loro identità per potere o profitto. Una democrazia esiste solo se nessun potere (sia esso militare o religioso, di magistratura o di finanza, di lobby o di associazioni) domina il paese. Una democrazia esiste solo se i valori etici ed estetici del luogo vengono rispettati e conservati. Una democrazia è sempre frutto di una storia co-evolutiva tra ambiente naturale e cultura umana, per questo è sempre diversa da luogo e luogo. Una democrazia è sempre frutto di un fertile intreccio di conservazione e di evoluzione. Una democrazia è tale se permette che la scienza e l’arte possano esprimersi senza vincoli di utilità, di ideologie, di dogmi, di interessi economici, di finalità cui tendere (Archimede soleva dire: non mi occupo di cose utili, ma di cose belle e sottili)».

da “Il pianeta Terra, un’arancia blu nel pensiero di Enzo Tiezzi”.

 

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