Viaggio nelle carceri italiane

Fra sovraffollamento e suicidi,
dove i detenuti diventano un numero.

Art. 27 della Costituzione italiana:

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.

L’uomo è uomo, può compiere degli errori, spesso pericolosi, ma può diventare ancora più pericoloso se il trattamento che riceve, considerato un deterrente, alimenta la sua sofferenza e la sua rabbia, reprime tutti i suoi desideri e i suoi bisogni e lo fa diventare veramente bestiale. La pena prima o poi finisce ed è l’Uomo a restare. Ogni tanto capita di pensare che una delle cose più belle al mondo è quando ci viene data una seconda possibilità, quando ci viene data ancora fiducia nella piena speranza che potremo cambiare e questa volta dare il meglio di noi stessi. Ogni uomo, quando diventa consapevole che la cosa compiuta è più grande di lui, è gigante, ha bisogno di poter ricominciare, e noi dobbiamo ricordare che UNA PERSONA È MOLTO PIÙ DEL SUO REATO.
In una società opulenta come la nostra, dove tutti viviamo freneticamente, non possiamo fare a meno di pensare che già nella vita normale è difficile avere una seconda possibilità, quotidianamente ci sono persone che vedono morire le loro aspettative, che hanno paura, perché l’ingiustizia con cui il mondo ci porta a scontrarci è troppo grande, e allora non possiamo dimenticarci che tante sono le cose da cambiare anche fuori dal carcere.

dal progetto scolastico: “Stili di vita a confronto” – i ragazzi confrontano il loro quotidiano con quello dei detenuti. Liceo delle Scienze Sociali Duca d’Aosta, Padova

PASTICCERIA IN CARCERE

La Pasticceria del Carcere di Padova opera all’interno della Casa di Reclusione Due Palazzi dal 2005. I detenuti impastano e sfornano panettoni, colombe e altri prodotti artigianali di assoluta qualità. È senza dubbio la nostra lavorazione carceraria più famosa, grazie ai numerosi riconoscimenti pervenuti e alla partecipazione alle più importanti rassegne di settore.

La pasticceria è solo una delle varie attività attraverso cui Officina Giotto avvia al lavoro i detenuti.
A fronte di una media nazionale ufficiale che sfiora il 90%, la recidiva (ricaduta) scende a circa l’1% per i detenuti coinvolti nelle lavorazioni del Consorzio. L’abbattimento della recidiva comporta grandissimi benefici economici e sociali per tutta la collettività. Ad oggi ogni detenuto costa allo Stato circa 250 euro al giorno. Se la recidiva in Italia fosse abbattuta anche solo dell’1% ne deriverebbe un risparmio di circa 50 milioni di euro all’anno.

Fonte: idolcigiotto.it

 

Riflessioni: il solo mettere in discussione l’efficacia di questo genere di iniziative per i traffici illegali che si sono verificati di recente e che hanno visto coinvolte alcune guardie carcerarie, è niente di più ipocrita e vergognoso, oltre che invasivo nei confronti di chi ha creduto e crede in questi progetti, impegnato in prima persona. Oltremodo in un tessuto sociale, ormai accertato, profondamente marcio e corrotto fino alle sue radici, ci si dovrebbe stupire invece che esistano ancora persone che vogliono riscattarsi e che credono in un possibile mondo migliore, Tanto di cappello!

Leda


Ho varcato la soglia di questa mia orrenda presunzione

Un luogo tetro, sporco ed in condizioni pessime: questo era quello che mi aspettavo dopo la proposta della visita al carcere di Padova. Per quanto io stessa li disprezzi, ero stata vinta ancora una volta dai pregiudizi; credevo di sapere ed invece non avevo la più pallida idea di come fosse una struttura carceraria. Quando infatti ho varcato la soglia di questa mia orrenda presunzione, mi sono trovata davanti a tutt’altro ambiente: sbarre colorate, corridoi luminosi, dipinti alle pareti ed altri elementi che rendevano il tutto accogliente e per niente orribile. Se non fosse stato per le sbarre, l’avrei ritenuto sicuramente migliore rispetto alla nostra scuola.

dal progetto scolastico: Il carcere toccato – studenti che hanno messo il piede “dentro”. Una strana gita scolastica. Istituto Tecnico Pietro Scalcerle, Padova

Problemi fuori

E’ una convinzione che il carcere offra uno strumento che non ha eguali: la solitudine.
Proprio quella biasimata, condannata e fuggita solitudine…
il primo problema che mi si è posto una volta fuori è stato quello dei ritmi. Il carcere ha dei ritmi molto lenti…dilatati.
…il mondo “libero” è frenetico, è conciso.
Vi è poi il problema di riappropriarsi dei propri affetti… le persone che ami sono cambiate…
i vecchi approcci non danno più gli stessi risultati.
…la fisicità… in carcere nessuno ti tocca e tu non tocchi nessuno.
Si perde il contatto fisico e quando lo si trova si fa una fatica a ripristinarlo…
La società… oggi non esiste più l’anormale, il cattivo, l’immorale, oggi esiste “il deviante”.
… le persone… ti accolgono con sospetto, diffidenza… paura.
…nel lavoro… sei solo una patata bollente che nessuno vuole sbucciare…
…bisogna rivedere tutto… M.S.Pro

Progetto Aurora – Cooperativa sociale La Betulla, Biella

Il Progetto nasce per tentare di fornire una risposta articolata sul territorio, al bisogno di detenuti ed ex detenuti di affrontare un percorso di crescita e maturazione personale che si ponga l’obiettivo di un reinserimento sociale non meramente astratto. Questa finalità di integrazione è, invece, sovente difficoltosa da perseguire: nonostante il mondo penitenziario sia il contenitore di quel vasto panorama di marginalità a cui la società non ha saputo o potuto o voluto fornire un’adeguata risposta, istituzionale e non, il “pianeta carcere” viene vissuto a fatica come parte integrante del territorio; il legame di appartenenza al contesto comunitario sia del carcere sia dei soggetti in esso rinchiusi spesso è oscurato, quasi – volutamente – dimenticato. A nostro avviso, è invece importante che la società civile si attivi per ripensare il carcere come un servizio collocato all’interno di una rete di servizi, e si strutturi in modo tale da interagire con la realtà penitenziaria supportando le persone che vi sono rinchiuse, tanto durante il periodo di detenzione, quanto nel momento del ritorno alla società civile. E’, infatti, quest’ultimo il momento più critico, in cui si verifica la funzionalità, l’efficacia e la tenuta del percorso intrapreso: la fiducia nelle possibilità di recupero sociale di un soggetto proveniente dall’ambiente carcerario è stata espressa anche dal legislatore che – anche attraverso la previsione di benefici penitenziari e misure alternative alla detenzione – si è posto la finalità di trasformare la pena comminata in un periodo di riabilitazione sociale. In realtà, l’istituzione carceraria ha una funzione propedeutica ma non risolutiva: detenuti ed ex detenuti, proiettati nuovamente nella società civile, pur tentando di reinserirsi, vengono spesso ostacolati dai pregiudizi e dalla mancanza di un appoggio istituzionale funzionale ed efficiente. La solitudine, l’abbandono, la mancanza di legami affettivi significativi e l’assenza di modelli alternativi sani incidono negativamente sul percorso socio-riabilitativo: lo scopo dell’intervento educativo, fortemente perseguito all’interno degli Istituti Penitenziari, non deve essere vanificato proprio nel momento della sperimentazione della sua efficacia, cioè fuori dalle mura del Carcere.

 

L’opinione pubblica tende ad etichettare i detenuti come persone “cattive”, dalle quali bisogna stare alla larga, ma pochi si fermano a pensare che tutti possiamo sbagliare prima o poi, anche chi è sicuro che con un carcere non avrà mai a che fare, perché a volte le cose sfuggono al nostro controllo. Una cosa che mi ha colpito molto è stata una frase che ha detto Nicola, quando è venuto nella nostra scuola: “Ero giovane, credevo di sapere tutto e in realtà non sapevo niente”. E prima di andare via ci ha raccomandato di continuare a studiare, perché è importante. Sono poche parole ma non penso affatto che chi le ha dette sia una persona “cattiva”! Certo, poi è giusto pagare per i propri errori, è così che devono andare le cose, ma è altrettanto giusto, quando e se ci sarà il momento, offrire una seconda opportunità, una possibilità di rimediare e, magari, di ricominciare.

dal progetto scolastico: Il carcere toccato – studenti che hanno messo il piede “dentro”. Una strana gita scolastica. Istituto Tecnico Pietro Scalcerle, Padova

Fonte: ristretti.it

Officina Creativa

Il marchio Made in Carcere nasce nel 2007 a Lecce, grazie a Luciana Delle Donne, fondatrice di Officina Creativa, una cooperativa sociale, non a scopo di lucro. Si producono manufatti “diversa(mente) utili”: borse, accessori, originali e tutti colorati.
Sono prodotti “utili e futili”, confezionati da donne ai margini della società: 20 detenute, alle quali viene offerto un percorso formativo, con lo scopo di un definitivo reinserimento nella società lavorativa e civile.

ETICA: Lo scopo principale di Made in Carcere è diffondere la filosofia della “seconda opportunità” per le detenute e della “doppia vita” per i tessuti. Un messaggio di speranza, di concretezza e solidarietà, ma anche di libertà e rispetto per l’ambiente.

ESTETICA: Ironia, semplicità e creatività sono le caratteristiche che contraddistinguono i prodotti Made in Carcere. Sono manufatti che nascono dall’utilizzo di materiali e tessuti esclusivamente di scarto, provenienti da aziende italiane che credono in noi e particolarmente sensibili alle tematiche sociali ed ambientali.

 

Quante volte mi è capitato di esclamare stupito “solo 15 anni??!!!”, al sentire nei vari Tg parlare delle pene inflitte a chi ha commesso reati gravi? Molto spesso. Se c’è qualcosa in particolare che questo progetto educativo mi ha insegnato a rivalutare è proprio il concetto del tempo. 15 anni? Bazzecole potevo affermare prima, un’eternità distruttiva dico adesso. Sì, perché se la persona viene rinchiusa, isolata dalla società per un periodo più o meno lungo e non recuperata umanamente, di questo si tratta. Penso che possano passarne anche venti di anni, ma se la persona non viene aiutata a comprendere le cause dei propri errori, uscirà ancora più incazzata di prima e continuerà a rimanere socialmente pericolosa.
Mi ha fatto rabbrividire pensare a quanto lungo e snervante possa essere il tempo quotidiano continuamente organizzato secondo ritmi imposti, senza disporre della propria libertà e soprattutto senza sapere quale potrà essere il tuo futuro una volta fuori. Perché nella maggior parte dei casi di questo si tratta: lasciarsi andare ad un’apatia quotidiana e perdere ogni interesse nella possibilità di “ricucirsi” al tessuto sociale. Ladruncoli, disperati, tossici, extra-comunitari.
Altro castello crollato: alla mia visita in carcere non ho trovato i nipoti di Al Capone, ma tanti disperati, quelli che ogni città medio-grande ospita nelle sue periferie. Sì, perché dentro non ci sta quello con i soldoni e gli agganci che gli permettono di “scontare” la pena fuori, dentro ci stanno soprattutto disperati che nella maggior parte dei casi restano tali una volta usciti (statisticamente parlando).
Bene, ora ho conosciuto davvero il carcere, ho ascoltato storie profondamente tristi, ho spezzato molti luoghi comuni legati al tema, ma ho scoperto anche un insuccesso a livello nazionale per quanto riguarda le riabilitazioni: scarse tutele sociali e solitudine, tante storie di solitudine. Sono un ragazzo di 19 anni, per adesso io non posso cambiare la situazione, ma scriverla può essere già qualcosa, posso invitare a riflettere sul fatto che in carcere è giusto entrare se si commettono reati, ma è anche un diritto uscirne e ricominciare a vivere. Francesco Morelli, detenuto in semilibertà, nella rivista “Ristretti Orizzonti”, redatta all’interno del carcere Due Palazzi, intitola così un suo articolo: “Lasciate ogni speranza… o voi che uscite”. Fa paura vero?

dal progetto scolastico: Il carcere toccato – Un progetto che ha cambiato le nostre menti. Studenti del Liceo delle Scienze Sociali Fuà Fusinato, Padova

CARCERI: 12 Progetti innovativi al Sud

La Fondazione CON IL SUD finanzia 12 nuovi progetti “speciali e innovativi” su un tema delicato e drammatico come quello delle condizioni di detenzione negli istituti di pena e in particolare sulle opportunità di reinserimento socio-lavorativo dei detenuti e il loro rapporto con le famiglie di origine.

«La situazione degli istituti detentivi è ormai nota – commenta Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione CON IL SUD – siamo in “stato di emergenza” per sovraffollamento e degrado. L’Italia è stata condannata più volte dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo per trattamenti degradanti e inumani ai detenuti. A questa difficile situazione si aggiungono altre problematiche legate alla mancanza di opportunità reali di reinserimento sociale. Crediamo che il lavoro, le relazioni umane, sociali e i rapporti familiari possano agire positivamente e rappresentare un forte veicolo di riscatto.

L’iniziativa Carceri è stata lanciata nel 2013 dalla Fondazione CON IL SUD, rivolgendosi a tutti, cittadini e organizzazioni (non profit, volontariato, istituzioni pubbliche o altro), per proporre soluzioni innovative sul tema e ricevendo circa 600 idee. Dopo un attento processo di verifica e valutazione, le idee più interessanti sono state trasformate in proposte più dettagliate. Le 62 proposte di progetto pervenute in Fondazione sono state nuovamente vagliate e valutate, giungendo a finanziarne 12, ritenute maggiormente in linea con lo spirito dell’iniziativa.

La sfida, dal forte valore simbolico e sociale, che abbiamo voluto lanciare è stata quella di portare innovazione su questo tema con un massiccio contributo di idee da parte della società civile meridionale: dai singoli cittadini alle realtà organizzate»

La Fondazione CON IL SUD è un ente non profit privato nato nel novembre 2006 (come Fondazione per il Sud) dall’alleanza tra le fondazioni di origine bancaria e il mondo del terzo settore e del volontariato per promuovere l’infrastrutturazione sociale del Mezzogiorno, ovvero favorire percorsi di coesione sociale per lo sviluppo.

 

Ma chi me l’ha fatto fare di venire qui dentro?! Ora non mi posso più tirare indietro…”.

E così vado avanti lungo il corridoio. Mi chiedo perché io sono così fortunata, perché merito la libertà… Non lo so. “Errare humanum est”. Un domani potrei esserci io dietro quelle sbarre. Finalmente oltrepassiamo un’altra porta blindata. Dico il mio nome all’agente. Entro nell’auditorium della Casa di reclusione… Pensavo di trovarmi davanti facce dure, violente, delinquenti di professione. E invece ho scoperto che i detenuti sono persone, non “bestie chiuse in gabbia!”. Persone che alle spalle hanno drammi umani. Persone che vogliono continuare a vivere.

Stupore. Voglia di conoscere. Curiosità. Ecco gli elementi fondamentali per aderire ad un nuovo progetto. Iniziato con la lettura in classe di qualche brano tratto da “Ragazzi di vita” di Pasolini e “Delitto e castigo” di Dostoevskij, il progetto “A scuola di libertà” un po’ alla volta ha preso forma e ha fatto emergere temi che prima non conoscevo. Le impressioni e le idee che avevo della vita in carcere, tipiche da film americano, sono così svanite per lasciare il posto a una diversa realtà.

dal progetto scolastico: Il carcere toccato – Un progetto che ha cambiato le nostre menti. Studenti del Liceo delle Scienze Sociali Fuà Fusinato, Padova

RAEE in carcere

Il progetto promosso dalla Regione premiato alla Settimana europea per la riduzione dei rifiuti: finalità sociali e ambientali.

Un modello, per la sua capacità di coniugare finalità sociali e attenzione all’ambiente. “RAEE in carcere” si sta affermando come esempio nell’ambito della gestione dei rifiuti con un’importante valenza sociale.
“RAEE in carcere” ha come obiettivo il recupero dei rifiuti elettrici ed elettronici e, al tempo stesso, il reinserimento socio-lavorativo di persone in esecuzione penale – o che hanno concluso il periodo di detenzione – attraverso il disassemblaggio di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE).

Nato nel 2005 con l’iniziativa Equal Pegaso, promossa dalla Regione Emilia-Romagna e dal Fondo sociale europeo, il progetto è diventato operativo nel 2009 con la partecipazione di detenuti a tre laboratori: due all’interno delle carceri (Bologna e Ferrara), uno all’esterno (carcere di Forlì). Il personale selezionato è stato formato e poi assunto dalle cooperative sociali che gestiscono le attività.

“RAEE in carcere” è promosso da Regione, Provveditorato regionale dell’Amministrazione penitenziaria, Hera, consorzi Ecolight, Ecodom e Erp Italia, cooperative sociali IT2, Gulliver e Il Germoglio, enti di formazione Techne e Cefal, Province di Bologna, Forlì-Cesena e Ferrara.

 

Avvicinare due realtà quasi opposte come la scuola, il cui scopo è quello di EDUCARE, e il carcere, atto invece a RIEDUCARE, non è facile, ma molto importante e costruttivo. Un recluso è un individuo che ha commesso degli errori e la funzione del carcere è quella di fargli comprendere questi errori e, soprattutto, di far sì che non li commetta più. Quello del carcere è un compito delicato: esso deve, infatti, rieducare e reinserire un individuo nella società senza distruggerlo, perché un detenuto è pur sempre un uomo. Privando un uomo delle proprie emozioni, delle proprie necessità e dei propri diritti, lo priveremmo di ciò che lo rende tale.

dal progetto scolastico: Il carcere toccato – studenti che hanno messo il piede “dentro”. Una strana gita scolastica. Istituto Tecnico Pietro Scalcerle, Padova

 

Commento: è curioso che in Italia ci sia questo particolare culto nel mettere in risalto tutto ciò che c’è di negativo, una sorta di malato piacere di puntare al ribasso, e poi ci si scordi troppo spesso di dar voce a tutta la bellezza e solidarietà di cui è capace il popolo italiano.

Leda


RIFLESSIONI DAL CARCERE CHE È SOCIETÀ

Ruolo e utilità sociale del carcere

di Vincenzo Andraous
dicembre 2009

Quante volte abbiamo scritto su quel perimetro deliberatamente dimenticato qual è il carcere, infinite volte ai silenzi assordanti sono seguiti sofismi e editti che sono rimasti lettera morta. Grosse fette della Società, delle Istituzioni, dei Governi, hanno speso parole e intenzioni, ma opere ben poche, se non quelle del redigere rapporti di morti sopravvenute e di utopie tutte a venire: nonostante le dimensioni di una disumanità ormai divenuta regola, di un moltiplicarsi tragico di suicidi, di autolesionismi, di miserie umane così profondamente deliranti, senza più una professione di fede, neppure quella della strada.
Il popolo della galera non ha più generazioni da consegnare alla storia, quelle che in essa si sono imbattute, sono ormai annientate e hanno portato con sé la rabbia, il furore, la follia. Dell’utilità della pena, del ruolo sociale del carcere si parla per scatti, per ripicche, se ne parla per non parlarne più, per levarci dalle scatole un fastidio, non per rendere giustizia a chi è stato offeso né a chi l’offesa l’ha recata. Se ne parla per rendere nebulosa e poco chiara ogni analisi, se ne parla per nascondere l’ingiustizia di una giustizia che tocca tutti.
Il detenuto non è un numero, né un oggetto ingombrante… Lo dice il messaggio cristiano, dapprima, e quello di umanità ritrovata poi, e invece la realtà che deborda da una prigione è riconducibile all’umiliazione che produce il delitto, ogni delitto nella sua inaccettabilità.
E’ proprio questa irrazionalità che genera pericolose disattenzioni, a tal punto da ritenere il recluso qualcosa di lontano, estraneo, pericoloso per sempre, qualcosa di non ben definito. Dimenticando che stiamo parlando di persone, di pezzi di noi stessi scivolati all’indietro… continua

Fonte: riflessioni.it

Don Raffaè – Fabrizio De Andrè (1991)

torna a TUTTA COLPA DI GIUDA – il film

 

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