ITALIA IN GUERRA

“La guerra è un massacro fra uomini che non si conoscono a vantaggio di uomini che si conoscono ma eviteranno di massacrarsi reciprocamente”

(Paul Valéry)

I comandi militari e i politici erano cresciuti nel mito del risorgimento, con le battaglia tra poche migliaia di uomini, con grandi manovre, codici cavallereschi, tintinnio di sciabole, cariche della cavalleria con la banda al seguito. Le battaglie avevano sempre interessato marginalmente le popolazioni civili nelle guerre ottocentesche.
Il conflitto del 1914 rompe questi schemi, queste consuetudini facendo tremare le certezza di una classe militare che si era formata di manuali di guerra che già dopo i primi mesi di guerra sembravano obsoleti.
La nuova guerra si presentava come una guerra totale, una guerra di massa contrapposta alla guerra “d’elite” del secolo precedente.

di Maurizio Attanasi

Quando si parla di campi di concentramento, la memoria corre istintivamente agli orrori dei lager nazisti e dei gulag sovietici, immortalati nelle pagine dei Primo Levi e dei Solženicyn, e tenuti vivi dal ricordo dei reduci che ancora oggi non finiscono di stupirci con i loro racconti. Così si finisce spesso per dimenticare (o addirittura ignorare) che nel corso della prima guerra mondiale una considerevole parte della popolazione civile del nord-est fu deportata dal governo austriaco in campi di internamento dislocati nelle regioni più lontane dell’Impero, soffrendo privazioni e umiliazioni indicibili.

di Alessandro Ferioli

GLI IRREDENTISTI

L’irredentismo fornì un gran numero di eroi nella Prima guerra mondiale. Il primo a cadere fu Damiano Chiesa. Nato a Rovereto, nel settembre 1914 si trasferì a Torino per evitare la chiamata alle armi nell’esercito austriaco. Si arruolò volontario nell’Esercito italiano. Catturato dagli austriaci nel maggio 1916 in Val Lagarina, fu processato, condannato a morte e fucilato. Il 12 luglio dello stesso anno, nel Castello del Buon Consiglio di Trento, furono impiccati dagli austriaci Cesare Battisti e Fabio Filzi. Come ultimo desiderio prima dell’esecuzione, avevano chiesto di essere fucilati come soldati, con le loro uniformi di alpini italiani. Le autorità austriache rifiutarono.
Battisti e Filzi erano stati catturati due giorni prima al termine di una sanguinosa battaglia sul monte Corno. Riconosciuti, erano stati trasferiti nelle retrovie per essere processati per “alto tradimento”, in quanto – come cittadini dell’impero austro-ungarico – erano considerati alla stregua di disertori. La sentenza di morte era stata già decisa a Vienna, come atto esemplare per impedire che il fenomeno dell’irredentismo dilagasse nei territori italiani ancora sotto amministrazione imperiale. Condannati, i due eroi erano stati caricati su un carretto e portati in giro per la città, per essere additati al disprezzo della popolazione.

L’IRREDENTISMO

È l’aspirazione di un popolo a completare la propria unità territoriale nazionale, acquisendo terre soggette al dominio straniero (terre irredente) sulla base di un’identità etnica o di un precedente legame storico.
L’irredentismo può essere inteso in un duplice modo: da un lato come il desiderio di alcuni popoli che, vivendo in una terra soggetta all’autorità di un certo Stato, vogliono distaccarsene per entrare a far parte dello Stato del quale sentono la paternità e l’origine, ovvero costituire un proprio Stato nazionale; dall’altro come la motivata pretesa territoriale di uno Stato su una parte del territorio di un altro Stato.
Non sempre le dispute territoriali sono in realtà irredentiste, ma spesso vengono presentate come tali per conquistare il sostegno internazionale e dell’opinione pubblica.

 

FRANCESCO BARACCA

Fu l’asso dell’aviazione italiana. Il 19 giugno 1918 con la sua squadriglia di cui era al comando, fu incaricato di compiere un pattugliamento sulle truppe nemiche. Baracca non fece mai rientro alla base. Il suo aereo era stato abbattuto da un cecchino austriaco. Il corpo dell’eroe fu trovato quattro giorni più tardi sull’argine del Piave con il foro di un proiettile in fronte. L’insegna personale di Baracca – un cavallino rampante – fu adottata qualche anno più tardi da Enzo Ferrari come emblema della scuderia di automobili da corsa. E ancora oggi è il simbolo delle monoposto di Formula Uno della fabbrica di Maranello che, da alcuni anni, dominano il mondiale.

GABRIELE D’ANNUNZIO

Il Vate fu l’eroe per antonomasia della Grande Guerra. Nonostante avesse superato i cinquant’anni al momento dell’inizio del conflitto, Gabriele D’Annunzio ottenne una specie di tacita autorizzazione a compiere qualunque impresa. Il poeta si autopromosse “Comandante” e si tuffò in una serie di azioni dimostrative, che ne misero in evidenza il coraggio. Realizzò la “beffa di Buccari” (febbraio 1918), violando con una flottiglia di mas un porto dalmata, lasciandovi un messaggio sarcastico indirizzato al governo austriaco. Sorvolò Vienna (agosto 1918) con una squadriglia di undici aerei, lanciando manifestini che invitavano gli austriaci alla resa. Nel settembre del 1919 D’Annunzio occupò Fiume, con un manipolo di irredentisti.

ACHILLE BELTRAME

La Grande Guerra fu documentata dal noto illustratore della “Domenica del Corriere” Achille Beltrame, che con il suo stile, ricco di particolari e di movimento, caratterizza la grafica della “Domenica del Corriere”, dalla fondazione del periodico alla fine della Seconda  Guerra Mondiale, quando verrà sostituito da un altro illustratore storico, Walter Molino.

Attraverso le immagini da lui create – scrive Dino Buzzati – i grandi e più singolari avvenimenti del mondo sono arrivati pur nelle sperdute case di campagna, in cima alle solitarie valli, nelle case umili, procurando una valanga di notizie e conoscenze a intere generazioni di italiani che altrimenti é probabile non ne avrebbero saputo nulla o quasi. Un maestro dell’arte grafica, quindi, ma anche un formidabile maestro di giornalismo…

Con i suoi disegni a colori, Beltrame ha raccontato e rappresentato i fatti più importanti e più curiosi della vita: dall’avvenimento di risonanza mondiale, al fatterello di cronaca strano o impensato, purché di attualità palpitante. Oggi si dice: l’ho visto in tv; allora, si diceva: l’ho visto sulla “Domenica del Corriere”.
Beltrame aveva un incontrastato dominio dell’immaginazione della gente e pareva che effettivamente fosse stato presente alla vicenda da rappresentare.
Quelle due pagine a colori erano dei quadri: ricchi di movimento, precisi nei particolari, con una perfezione del disegno che si riallacciava alle tradizioni ottocentesche. Beltrame voleva essere semplicemente un cronista anche se non si mosse mai da Milano: non vide le grandi città, i deserti, le foreste, i luoghi esotici che rappresentò. (“Corriere della Sera” 19 febbraio 1995).

TRA LE DUE GUERRE

Dopo la vittoria del 1818, gli Alpini furono inviati in Albania, nel 1919, per stroncare una ribellione contro le truppe alleate occupanti.
Nel 1935, quando Benito Mussolini decise di invadere l’Abissinia, la Divisione Alpina Pusteria fu immediatamente inviata a combattere sugli altipiani dell’Amba Aradam, dell’Amba Vork e, ancora una volta, dell’Amba Alagi. La guerra durò fino a maggio del 1936, quando le truppe italiane entrarono vittoriosamente in Addis Abeba.
Nel 1939 il Duce decise di occupare anche l’Albania, e gli Alpini si rimisero nuovamente in marcia. Tuttavia, la conquista fu più difficile di quanto immaginavano i gerarchi fascisti. In quell’occasione già si ebbe un primo assaggio della faciloneria e degli errori che di lì a poco sarebbero costati così cari all’Italia. La Prima Guerra mondiale non aveva insegnato niente. Nell’Alto comando continuavano ad imperversare i “non professionisti”, gli “improvvisati”.

SECONDA GUERRA MONDIALE
1940-45

Durante la Seconda Guerra Mondiale (in Italia 1940-1945), le Penne Nere furono messe duramente alla prova su tutti i fronti.
Combatterono al confine con la Francia, poi in Grecia, poi nuovamente in Africa e, infine, sul suolo russo dove dettero una prova indimenticabile della loro combattività e del loro spirito di sacrificio.
Dopo la terribile ritirata, in cui gli Alpini persero circa 40.000 uomini, l’Alto comando sovietico ammise in un bollettino: “Solamente il Corpo d’Armata Alpino italiano può considerarsi imbattuto in terra di Russia”.
A questo proposito voglio ricordare che questi avvenimenti non sono molto lontani da noi visto che l’attuale Presidente Nazionale dell’A.N.A. (Associazione Nazionale Alpini), Leonardo Caprioli, ha partecipato, dopo il corso AUC alla SMALP, alla ritirata di Russia.
Dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione tedesca del Nord Italia, gli alpini scelsero sentieri diversi. Molti si unirono alle brigate partigiane che combatterono in montagna contro i nazisti e i fascisti; altri invece furono inquadrati nei ranghi dell’Esercito che a sud combatté a fianco delle truppe inglesi e americane. Altri infine aderirono alla Repubblica Sociale che creò una divisione alpina chiamata Monterosa.
Dopo la guerra, le restrizioni imposte dalle potenze vittoriose all’Esercito italiano, riguardarono anche le Penne Nere.

IL DOPOGUERRA E LA NATO

Il 4 aprile del 1949 nasce la NATO, un’Organizzazione internazionale per la collaborazione nella Difesa.

La NATO, (North Atlantic Treaty Organization), in francese OTAN (Organisation du Traité de l’Atlantique Nord) fu istituita in conseguenza al trattato denominato Patto Atlantico, che fu firmato a Washington nel 1949, pochi anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Scopo del trattato era sedare le tensioni e contrastare una possibile egemonia in Europa dell’altro paese vincitore della guerra: l’Unione Sovietica.
Con tale trattato, inoltre, i componenti dell’alleanza si sono impegnati a intervenire in difesa di uno o più paesi alleati, nel caso fossero aggrediti.
In contrapposizione all’Alleanza del Patto Atlantico, nel 1955 tra i paesi del Blocco Sovietico fu sancito il Patto di Varsavia, ufficialmente un Trattato di amicizia, cooperazione e mutua assistenza.

Originariamente fecero parte della NATO 12 Stati: Belgio, Canada, Danimarca, Regno Unito, Francia, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo e Stati Uniti; successivamente vi aderirono Grecia e Turchia (1952), Repubblica Federale di Germania (1955) e la Spagna nel 1982.
La sede della NATO è a Bruxelles e l’alleanza è governata dal North Atlantic Council (NAC), di cui fanno parte i rappresentanti permanenti presso la NATO di tutti i paesi membri.
I principi generali che regolano le attività della NATO sono mutati nel tempo, adattandosi ai continui cambiamenti del panorama geopolitico internazionale. Attualmente ne fanno parte 28 paesi tra Europa, Medio Oriente e Nord America.

Dopo la nascita della NATO, la situazione instauratasi dopo il secondo conflitto mondiale cambiò e gli alpini furono organizzati in cinque brigate, tutte con nomi strettamente legati con la storia del corpo: Taurinense, Orobica, Tridentina, Cadore e Julia.

Ora, a onor del vero, alcune di queste brigate sono state soppresse da alcune menti eccelse durante le ultime ristrutturazioni dell’esercito. Non vogliamo dire quali, dato che per noi, che abbiamo servito in alcune di queste, rimarranno sempre “operative”.
Invitiamo i politici italiani, prima di toccare nuovamente la composizione del Quarto Corpo d’Armata Alpino, a leggere la storia.
Ovunque fossero stati chiamati a combattere gli Alpini, si sono sempre dimostrati soldati coraggiosi e pronti al sacrificio. Ne sono la prova le 207 medaglie d’oro che ne fregiano la bandiera

di Gianluca-cle


La locomotiva  Francesco Guccini (1972)

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