O bella ciao

Stamattina mi sono alzata
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
stamattina mi sono alzata
e ò trovato l’invasor.

O partigiano portami via
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
o partigiano portami via
che mi sento di morir.

E se io muoio da partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e se io muoio da partigiano
tu mi devi seppellir.

Sepellire lassù in montagna
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
sepellire lassù in montagna
sotto l’ombra di un bel fior.

E le genti che passeranno
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
e le genti che passeranno
e diranno o che bel fior.

È questo il fiore del partigiano
o bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao
è questo il fiore del partigiano
morto per la libertà.

O bella ciao

canto della Resistenza

La più famosa, ormai, delle canzoni della Resistenza italiana. La grande diffusione del canto, però, inizia con gli Anni Sessanta, dopo che fu incisa da Yves Montand e fu assunta come titolo di uno spettacolo presentato al festival di Spoleto (1964).
Sulle ascendenze della canzone oggi si sa che devono cercarsi in un gioco infantile, per quanto riguarda la musica (e il gioco già contempla il battito delle mani) e nella notissima ballata conosciuta come Fiore di tomba per quanto riguarda il testo. Sulla nascita della versione partigiana si sa pochissimo. Le ricerche a noi note non hanno chiarito né dove né quando essa sia nata. Il dottor Grosso, di Perugia, afferma di averla imparata durante la avanzata su Bologna, mentre militava con i reparti regolari aggregati agli Alleati. Altre testimonianze indicano la zona di Montefiorino, sull’Appennino emiliano, come luogo di presenza del canto durante la Resistenza.

Il canto è stato pubblicato ormai innumerevoli volte. Citiamo le tre raccolte di più vecchia data a noi note:

Canti della libertà, Roma 1957 (Suppl. di Patria indipendente, offerto in omaggio ai partecipanti al primo raduno nazionale della Resistenza, a Roma.
Canzoni partigiane e democratiche, Roma 1955 (a cura della Commissione giovanile del PSI)
Canti della Resistenza Italiana
, T. Romano e G. Solza, Milano 1960

Anche le edizioni discografiche sono numerosissime.

Canti sociali e politici

[..] Sviluppatosi in un’epoca di profonde trasformazioni e di continui rapporti, il canto sociale e politico costituisce anche il momento d’incontro della tradizione orale contadina (della quale mantiene in varia misura caratteri ed elementi) con la nuova cultura proletaria formatasi nel vivo delle lotte sociali. In questa prospettiva sarebbe errato pretendere di riconoscere nel canto sociale e politico dell’età moderna e contemporanea la stessa omogeneità e la stessa organicità che crediamo di vedere nel materiale della tradizione anteriore. Da questo punto di vista, anzi, il canto sociale si colloca, in gran parte, fuori degli interessi tradizionali e convenzionali della scienza del folklore.
Nel repertorio proletario dell’età capitalistica confluiscono infatti contributi differenti, della più diversa provenienza, e gli elementi mutuati dalla cultura borghese sono spesso preponderanti (formalmente) su quelli della cultura propriamente popolare. Ciò che unifica materiali tanto differenti è la visione della realtà che si riflette negli oggetti comunicativi e da essi si esprime, visione che appartiene alla classe. Questa visione della realtà è anche il legame che unisce il canto sociale e politico moderno e contemporaneo a tutto il corpo della cultura del mondo popolare che è sempre e comunque di carattere “sociale” [..], e le condizioni oggettive della esistenza materiale e le contraddizioni di una società organizzata in classi.
Il canto sociale e politico, naturalmente, si presenta in forme differenti nei vari paesi europei ed è relativamente agevole scoprire che queste differenze sono in diretto rapporto con le diversità o gli sfasamenti dello sviluppo capitalistico nelle varie aree.
[..]
È assai difficile (e sarebbe probabilmente un’operazione scorretta) fissare una precisa linea di demarcazione fra i canti di lavoro e i canti sociali in quanto i secondi affondano le loro radici nei primi e ne rappresentano in moltissimi casi la logica continuazione, a un diverso livello di consapevolezza. Meglio individuabile è invece il repertorio specificatamente politico, nel quale emergono riferimenti espliciti e sul quale più accentuata è stata l’azione mediatrice dei dirigenti borghesi.
Gran parte del repertorio di filanda e di risaia, per esempio, ha tutti i caratteri del canto sociale e spesso si configura in termini specificatamente politici. Anche i canti dell’emigrazione e della miseria contadina si pongono come collegamento fra i canti di lavoro e quelli che chiamiamo propriamente sociali. Nell’ambito di questi ultimi si collocano anche i canti contro la leva, il servizio militare e la guerra e così pure quelli di carcere. Lavoro, servizio militare e carcere sono i drammatici momenti in cui il mondo popolare giunge a contatto con la classe egemone e, soggiacendo, prende coscienza della contraddizione fondamentale dell’ordinamento in classi.
Più autonomo è invece il repertorio specificatamente e dichiaratamente politico e anche il più lontano dai modelli tradizionali. Collegati alle grandi correnti politiche di carattere popolare che hanno agito in Italia (repubblicani, anarchici, socialisti, comunisti, in minor misura cattolici), i canti ne rispecchiano, spesso anche formalmente, i caratteri.

Testi tratti dal libro:

CANTI POPOLARI ITALIANI
di Roberto Leydi

testi e musiche scelti e annotati con la collaborazione di Sandra Mantovani e Cristina Pederiva
Arnoldo Mondadori Editore

Questo libro offre i documenti della nostra musica popolare, così come, in questi anni, di ricerca è venuta scoprendo e rivelando. Sono i canti autentici dei contadini, dei pastori, dei marinai, dei pescatori, delle mondariso, delle filandiere, degli operai che hanno composto e compongono la realtà della nostra cultura popolare. Sono desunti per lo più da registrazioni originali.

Roberto Leydi è nato a Ivrea nel 1928. Docente di Etnomusicologia alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, è uno dei più noti e attivi ricercatori e studiosi di musica popolare. Ha curato spettacoli di canti popolari («Milanin Milanun», «Bella ciao», «Sentite buona gente», ecc.), e l’incisione di molti dischi. Tra le sue pubblicazioni: La musica dei primitivi (Milano, 1961), Canti sociali italiani (Milano, 1963), Dizionario della musica popolare europea (con Sandra Mantovani, Milano, 1970), Il Folk Music Revival (Palermo, 1972), Trasformazioni socio-economiche e cultura tradizionale in Lombardia (Milano, 1973).

Sandra Mantovani è una delle protagoniste del movimento italiano di «folk revival». Ha preso parte a molti spettacoli, concerti, meeting politici e sindacali, festival di musica popolare e di musica contemporanea, trasmissioni radiofoniche e televisive.

Cristina Pederiva è la miglior strumentista del «folk revival» italiano. Il suo contributo in tale campo è stato determinante.

Allegato a Doppiovù, n. 9, giugno 1977
Direttore responsabile Maria Antonietta Dell’Aquila

 

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