L’albero del pane

È sera, è l’ora della bassa marea e le ombre lunghe invitano i pescatori della laguna a nascondersi e a restare immobili tra i coralli, le rocce e le madrepore; è il momento migliore, per la pesca alle torce che le genti dei villaggi fanno, camminando dalla Barriera sino all’isola.

La pesca aveva fatto conoscere Tanai a Maeva e Maeva a Tanai: e tutti s’erano accorti che i due ragazzi s’erano a lungo guardati.

Tanai e Maeva si amano – si dice al villaggio – come la spuma di un’onda può amare lo scoglio sul quale rotola felice in mille spruzzi.

E certo al più presto avrebbero vissuto insieme. Ma per vivere insieme occorreva innanzitutto una capanna, e Tanai stesso l’avrebbe costruita con l’aiuto dei suoi amici. Poi serviva una pianta dell’albero del pane, l’urù.

«L’urù è il simbolo della fecondità. Le sue radici debbono entrare nella terra accanto alla nuova casa lo stesso giorno nel quale la casa è terminata», avevo letto prima di sbarcare alle Tuamotù; l’avevo poi constatato direttamente negli atolli.
In quel mondo ormai senza particolari obblighi rituali (da quando la civiltà occidentale è penetrata nell’area polinesiana, molte tradizioni sono scomparse e molti riti, tipici di quelle terre, sono in via di estinzione), il trapianto di un alberello del pane è un atto quasi sacro, tradizione alla quale anche oggi non so quanti abbiano il coraggio di passar sopra. E oltre a questo, il frutto dell’urù ha sempre – malgrado il cibo in scatola o quello congelato – una fondamentale importanza nell’alimentazione della gente degli atolli. Viene mangiato con il pesce, con la carne di maiale e di pollo o con quella in conserva; lo si mescola – come insalata – al pesce crudo condito con il latte di cocco: è l’unico farinaceo di tutta l’alimentazione degli atolli.
Ma l’albero dell’urù a differenza dei cocchi, dei pandani e di altri cespugli capaci di germogliare e crescere sul terreno corallino, chiede vera terra per attecchire e dar frutti. Vera, grassa terra: quella che, negli atolli, non c’è. Gli atolli sono formati, infatti, dall’accumularsi millenario di incrostazioni biancastre, dure come pietre, levigate dal vento e dall’acqua: corallo morto.
Quindi, chi vive in un atollo e voglia piantare l’albero del pane accanto alla propria capanna  deve acquistare due, tre anche più sacchi di terra dalle golette che li trasportano agli atolli dalle Isole Alte (ricche di terra e con formazioni montuose, sono tipiche della regione melanesiana e, in parte, di quella micronesiana. Le isole basse o atolli, si presentano appiattite, sabbiose, poco emergenti dal pelo dell’acqua e sono tipiche della regione polinesiana).

Terra da versare, in una buca tra i coralli, accanto alla casa ove la giovane talea dell’urù dovrà essere piantata. Nel gesto, nel costume, nell’abitudine di questa operazione, nella rarità di quella manciata di terra e nella sua capacità di far crescere ricco e lussureggiante un albero così prezioso è da ricercare il significato rituale del trapianto di un albero del pane nell’arcipelago delle Tuamotù.

La goletta doveva portare i sacchi di terra all’atollo; quel ragazzo, Tanai, la attendeva da tempo. Voleva costruirsi una capanna e voleva piantarci accanto l’albero del pane.

Tratto da Fratello Oceano di Folco Quilici, Minerva Italica ed. 1973

 

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