Il gioco della vita

IL SILENZIO

A volte si ha così tanto da dire
che non si sa come cominciare,
in altre si rimane tra sè e sè
in silenzio a pensare,
ad ascoltare,
a guardare,
nell’assenza più totale.
Che poi silenzio…
silenzio proprio non è
l’indistinguibile ronzio,
la fiamma che s’accende,
lo spiaccichìo sul bagnato
il patapam, che cade
e dalle scale sale
la voce di chi sta per uscire.
Lascio il mondo fuori
con tutti i suoi rumori,
il brusio dell’alimentatore universale
la pila ancora da cambiare
un libro, carta ingiallita
con sotto, una foto antica
testimone dei tempi,
di vita ancora in poesia.

©zzileda

 

Bolero di Ravel del Bolshoi 1967
con Sergei Radchenko, Elena Kholina, Alexander Lavreniuk

Il “Boléro” nasce nel 1928, quando fu commissionato a Ravel da una famosa ballerina russa, Ida Rubinštejn. Il maestro non aveva molto tempo da dedicare a questo impegno, così scelse un tema semplice che evocasse la Spagna (come dettava la moda di allora), affascinato dal seguito che quel genere incontrava. L’autore lo spiega così:

è una danza di movimento molto moderato e costantemente uniforme, tanto per la melodia e l’armonia che per il ritmo. Il solo elemento di diversificazione è costituito dal crescendo dell’orchestra”.

Due frasi di 16 battute in DO maggiore e minore, ripetute 18 volte. Inizia solo il flauto, pianissimo, accompagnato dal tamburo. Pian piano, si innestano tutti gli altri pezzi dell’orchestra a ripetere le stesse frasi, prima da soli (oboe e clarinetti per primi) e poi in intere sezioni. L’incedere è lento e ipnotico, il ritmo calmo ma forse per questo ancora più ossessivo, la “frase” ripetuta quasi viene scomposta per cui sembra di sentire uno ad uno i singoli musicisti che compongono il gruppo armonico. Il finale è appannaggio di grancasse, tamburi e tromboni per un crescendo che toglie il fiato, che erompe in tutta la potenza sinfonica quasi a svegliarci dalla trance in cui tutta la sessione ci porta. Ben quasi 8 minuti di durata, 8 minuti di magia in cui sembra di entrare in un altro mondo e in un altro tempo.

Sicuramente l’opera più famosa del maestro francese, una musica senza tempo che sono in pochi a non aver mai sentito, una specie di “scherzo”, forse, come se Ravel avesse voluto prendersi gioco dei “grandi” creando una grande opera da un motivo semplice.
Numerose sono state le interpretazioni sia sul palco (grandi etoiles si sono avvicendate sulle note andaluse) sia alla direzione (resta celebre una querelle tra lo stesso Ravel e Toscanini sull’esecuzione), ma l’immagine che ogni volta si crea nella mia mente è sempre la stessa…. semplice, conturbante e bellissima. Se non ci fosse stato chissà se qualcun altro lo avrebbe inventato.

Recensione di KrYsTaL per DeBaser, 2006

 

La coreografia originale del Bolero voluto da Ida Rubinštejn fu curata da un’altra ballerina russa divenuta coreografa di spicco, Bronislava Nijinska.

 

Nel balletto originale una ballerina gitana danza in piedi su di un tavolo in un’osteria, provocando i frequentatori con la sua sensualità.

 


IL BOLSHOI BALLET

È una compagnia di balletto classico che fu fondata nel 1776. Le sue origini affondano le radici nella creazione di una scuola di danza per un orfanotrofio di Mosca nel 1773. Tre anni più tardi, i ballerini della scuola sono stati il nucleo della nuova compagnia russa. A partire dalla nomina di Alexander Gorsky come maestro di ballo nel 1900 la società ha iniziato a sviluppare la sua straordinaria identità con produzioni acclamate.

IL TEATRO BOLSHOI

In russo Bolshoi significa “grande”. Nel 1825, l’anno in cui fu fondato, il monumentale teatro era secondo per dimensioni soltanto alla Scala di Milano. Raso al suolo da un incendio, venne ricostruito nel 1856 in onore dell’incoronazione dello zar Alessandro II. L’edificio, sul quale svetta un Apollo alla guida del carro solare, è il miglior esempio di neoclassicismo moscovita. Fu progettato dall’architetto italo-russo Alberto Cavos, che ebbe il merito di creare un vero e proprio gioiello d’ingegneria acustica, che per lunghi anni valse al Bolshoi la fama di migliore teatro al mondo. (il Post)

Lo splendido Boléro di Ravel fu anche nella colonna sonora di “10”, un film commedia del 1979 per la regia di Blake Edwards interpretato da Dudley Moore e Julie Andrews. Il film ebbe un enorme successo anche per l’allora sconosciuta Bo Derek, una donna molto affascinante e sensuale, di una bellezza particolare. Fece scalpore anche l’acconciatura afro, che per anni venne denominata col suo nome e pure per aver contribuito a creare nell’immaginario comune una particolare atmosfera associando il Bolero, come sottofondo musicale ideale ad accompagnare l’atto d’amore.

«Che faranno a quest’ora? Da un quarto di secolo conosci l’asfalto e vivi qui, nella città fragorosa, tra gente d’altra origine presa nel tuo stesso ingranaggio, docile e pago ai suoi costumi [..] Eppure basta che il cielo imbronciato mandi un chicco di grandine a infrangersi al suolo, basta che il verso già tanto domestico del fringuello ti arrivi una mattina all’orecchio dal cortile del vicino, o che ti sorprenda la notte il latrato di un cane, o che andando tra i selciati di pietra e le case di cemento il verde tenero di un albero ti riveli fisicamente ch’è arrivata la primavera ed ha cambiato veste al mondo, perchè l’uomo antico ritorni a galla di prepotenza e il ricordo della prima età ti monti al cuore con nostalgia ineffabile e assurda, e ti porti a fare il conto delle stagioni e dei mesi, ad almanaccare sulle opere e i giorni, a evadere dalla prigione che hai costruito per la tua vita, a chiederti con amara dolcezza: che faranno a quest’ora?»

di Silvio Negro, La stella boara 1964

 

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